Intervista a Catherine Lacey

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Musica di sottofondo, comodissime poltroncine, un bicchiere di rosso, un sorriso amabile e tante, tante idee: questo lo sfondo della piacevolissima chiacchierata a tu per tu con Catherine Lacey, giovane autrice statunitense considerata una delle migliori nuove voci under 35 del panorama letterario americano, in Italia per il tour promozionale del suo ultimo libro.




Il tuo ultimo libro si intitola Le risposte. Ma, perdona il gioco di parole, più che di risposte è pieno di domande. E ad alcune domande non è possibile rispondere, pare. Ci sono domande a cui non si dovrebbe mai rispondere, neanche se vi fosse la possibilità?
Beh, la risposta per eccellenza sarebbe dimostrare l’esistenza di un Dio. Se qualcuno avesse la certezza della sua esistenza, sapesse cosa Lui (o Lei) vuole che noi facciamo e provasse ad imporlo agli altri, probabilmente questo porterebbe solo le persone ad uccidersi a vicenda. Credo che questa sia una di quelle risposte da cui stare alla larga! Le domande che emergono dal romanzo sono in realtà molto più vicine, più personali, umane. Spesso hanno una risposta, ma quest’ultima è sempre in movimento, sfuggente. Ad esempio, cos’è l’amore? Cosa vuoi davvero? In quali modi stai lasciando che un dato sentimento decreti le azioni della tua vita? Penso che le risposte a queste domande si nascondano in ogni singolo giorno, solo che a volte non ci pensiamo. Magari gli anni passano e realizziamo di essere sposati con una persona che non è quella giusta per noi, perché non ci abbiamo mai riflettuto davvero. Credo che il più delle volte ci siano delle risposte, ma si tratta di un bersaglio in movimento, non bisogna mai perderlo di vista.

“L‘amore è un compromesso per ovviare al fatto che ci è dato di essere una persona sola”. Beh, questa frase di Mary sembra decisamente una risposta – se non addirittura La risposta. Credi in questa definizione dell’amore?
Sì, è una delle tante. Penso che ci sia una sorta di rischio nell’avere una relazione con qualcuno in cui si cerca di evadere, fuggire ai limiti della propria identità tentando di conoscere tutto del passato del partner, delle sue giornate, dei suoi pensieri. È il rovescio della medaglia. Dal momento che si cerca di evadere nella sua identità, si inizia a pensare di avere una qualche sorta di controllo, il diritto di dirgli cosa fare o non fare, come comportarsi, in cosa credere e così via. Questo è un grosso errore, così facendo si perde tutta la bellezza della diversità, la gioia insita nell’avere opinioni diverse, nel fare le cose in modo diverso. È una questione delicata, perché si pensa di poter accampare diritti sulla vita del partner, e credo che questo sia sbagliato. L’amore è definito da così tante cose. Questa è solo una delle tante, una su cui forse non riflettiamo spesso.

Com’è nata l’idea per il romanzo? Come nascono le tue storie, i tuoi personaggi?
È complicato! Di solito prendo molti appunti, mi trovo sempre ad immaginare personaggi o situazioni. Ad un certo punto magari qualche tipo di storia inizia e poi cresce fino a diventare qualcosa. Per questo romanzo tutto è iniziato con Mary e i suoi tentativi di ritrovare la salute, la sua bizzarra esperienza con Ed. Questo è stato in un certo senso il vero inizio. Poi mentre i suoi problemi si dissolvevano ho capito che il PAKing era molto costoso, l’ho per così dire messa in un angolo. Doveva trovare un lavoro, un altro lavoro, affinché la storia potesse proseguire. E poi credo di aver avuto quasi simultaneamente l’intuizione di quest’uomo che aveva tutto e voleva controllare la sua vita, trasformarla in un esperimento. Non ne ero sicura, ma sapevo che c’era quest’uomo con molti soldi e molto potere che stava per creare una sorta di esperimento sull’amore o qualcosa di simile. C’è questa scena in cui Mary viene intervistata per questo lavoro e non sa davvero di cosa si tratti. Io ho immaginato come mi sarei sentita ad essere intervistata, e al contempo come mi sarei sentita con tutte le carte in mano, se fossi stata io ad intervistarla. Quella scena è stata davvero un modo per me per scoprire cosa ci poteva essere. In sostanza, è tutto molto complicato!

L’idea dell’Esperimento Fidanzata in cui Mary si ritrova invischiata è brillante e davvero inquietante (mi ha fatto pensare un po’ alle dinamiche di programmi come The Bachelor, o ai risvolti cupi di Hang the dj – hai presente Black Mirror?). Stabilire a tavolino le coordinate di una relazione, favorire la nascita dell’amore. La trovi una prospettiva allettante?
No, non credo. Non nelle modalità che vengono descritte nel romanzo, non come in Black Mirror o The Bachelor o in qualsivoglia programma. Penso che le persone lo facciano già in modo inconsapevole. Quando si è in una relazione si stabiliscono naturalmente delle regole. Alcune sono esplicite, altre implicite. In un certo senso, si può quasi arrivare a formularle. Ho vissuto a New York per un lungo periodo, alcuni dei miei amici vivevano delle relazioni aperte. Da questo tipo di coppie si può ben capire come una relazione, nel momento in cui altre persone vengono coinvolte, può diventare una mappa veramente caotica, intricata. Non è una prospettiva allettante per me, ma forse per qualcun altro può esserlo, chissà. Probabilmente possiamo imparare qualcosa da tutto questo.

Al pari dei sentimenti, della psiche dei personaggi, la tecnologia ha un ruolo centrale. Mary in particolare non possiede un cellulare, non è costantemente “informata”, sembra per alcuni versi tagliata fuori dal mondo. Quanto secondo te la tecnologia segna le nostre esperienze di vita oggi? Quanto può essere tossica, anche nelle relazioni?
Tutto può essere tossico per una relazione. Troppo di tutto può essere tossico. In un certo senso, il problema non è il modo in cui usiamo i nostri cellulari, i social network o qualsiasi tecnologia contemporanea. È solo una nuova espressione di qualcosa che abbiamo sempre fatto. Le persone vogliono apparire in un certo modo agli occhi della propria comunità, ed è un comportamento, come dire, naturalmente umano. Voglio che le persone attorno a me mi vedano in un modo piuttosto che in un altro, credo di essere in un dato modo e non voglio sembrare altro. Questo è assolutamente umano, c’è sempre stato, ma ora tutto è stato esagerato, reso più tangibile. Penso che questo sia disturbante per le persone perché non ci hanno mai riflettuto seriamente o consapevolmente. Vedono per la prima volta qualcosa di loro stessi che in fondo c‘è sempre stato. Io uso i social come autrice, non li uso per me stessa, per mostrare la persona che ritengo di essere o per interagire con le persone che conosco. Non sono parte della mia relazione. Penso di star diventando sempre più come Mary, in effetti non credo di essere in grado di comprendere a fondo come la tecnologia stia incidendo sulla vita quotidiana delle persone. E tuttavia, dopo aver scritto questo libro sono diventata quasi un must sull’argomento!

Parliamo di Kurt, una delle controparti maschili del romanzo, che non sembra essere meno in “crisi” rispetto a Mary o Ashley. Un uomo fondamentalmente egotistico, un Narciso che rifugge la fama invocando il diritto ad una privacy che si vede negata dall’essere un personaggio in vista. Un concetto delicato quello di privacy al giorno d’oggi, nel mondo di internet, dei social, dell’infinito flusso di informazioni. È davvero possibile (ri)conquistare la propria privacy?
La questione ha così tante sfaccettature. Io uso una carta di debito o di credito per quasi ogni cosa, non porto quasi mai contanti con me. So che sto creando una sorta di scia di dati. Ogni posto che ho visitato, tutto ciò che ho comprato o mangiato, queste informazioni sono catalogate da qualche parte e possono portare a me o ai miei dati personali. Ci sono telecamere ovunque là fuori, da una parte lo apprezzo, mi fa sentire più al sicuro. D’altra parte può creare problemi. In sostanza spero che le persone non diventino soggetti passivi, che non dicano “non possiamo più avere una privacy, tanto vale fare finta di niente e accettarlo”. Ma allo stesso tempo non credo si debba ammassare tutto in una categoria negativa. Penso che il personaggio di Kurt, ad esempio, abbia il diritto di avere una propria privacy. Certo, il suo comportamento è piuttosto negativo e sconsiderato, ha i suoi problemi, ma c’è una ragione per cui è diventato ciò che è diventato, fa davvero del suo meglio considerando le circostanze davvero assurde. Per il suo personaggio mi sono ispirata a molte persone diverse, ma da una in particolare ho preso spunto per questo dettaglio: è stanco di vedere gente che pretende di conoscerlo già, non lo “vede” davvero, senza pregiudizi. Per me questo è ciò che lo salva dall’essere un personaggio totalmente negativo e narcisista. In fondo vuole solo essere conosciuto per quel che davvero è.

“Essere donna vuol dire essere in guerra”, fai dire alla battagliera Ashley. Tema scottante, oggi più che mai. Tra battaglie silenziose, ferite, violenze e dolori spesso inesprimibili, quali possono essere le “risposte” oggi a tale presa di coscienza? Ti sembra che qualcosa stia cambiando al riguardo nella mentalità collettiva?
Sì, penso che ora come ora ci sia un grande assestamento dopo un gran caos di eventi. Quando c’è il caos: ecco quando avviene il cambiamento, a livello personale, politico, o quale che sia. I tempi caotici sono davvero fecondi e importanti, dolorosi, sì, anche estenuanti. Tutte le donne che partecipano all’esperimento nel libro hanno fatto esperienza del patriarcato in diversi modi, tutte hanno trovato un modo per affrontarlo, andare oltre, essere forti. A volte ne sono rimaste irrimediabilmente ferite. Per Ashley è una vera e propria guerra. Di certo questa è una delle posizioni possibili. A volte anche a me sembra proprio così, altre volte non la percepisco necessariamente come una guerra. Ritengo solo che oggi siamo in una sorta di periodo di assestamento. Penso che in un certo senso si debba andare “troppo oltre” per poter, come dire, tornare indietro. Che a volte sia necessario oltrepassare i confini, al fine di trovare il centro della questione e sistemare le cose nel modo più “giusto” possibile. E penso che sia diverso da paese a paese, apparteniamo tutti a società differenti, abbiamo norme diverse e configurazioni sociali basate sulla nostra storia.

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