Intervista a Celeste Bruno

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Dal 1977 in Polizia, Celeste Bruno ha visto il crimine da molto vicino e soprattutto lo ha combattuto prima alla Squadra Mobile e successivamente come commissario e investigatore nella Sezione Omicidi. Tra le altre cose, ha indagato su noti delitti come quello di Marina Scrigna, Bob Caselli e Graziella Girgenti e ha anche partecipato a missioni celebri come Kafila e Al Matba, per il contrasto della tratta di esseri umani dall’Africa all’Europa. Tutto ottimo materiale per libri noir e polizieschi di alto profilo che oggi noi lettori possiamo rivivere in ben otto differenti volumi. Mangialibri lo ha incontrato una fredda mattina di dicembre in un bar di Milano.




Un passato da ispettore di Polizia e un presente da opinionista televisivo e soprattutto da scrittore. Come è nata questa passione?
La passione per la scrittura l’ho sempre avuta, fin da ragazzo. Amavo molto la Storia a scuola e mi sono sempre cimentato nella scrittura di racconti di vario genere. Al tempo però non mi occupavo ancora di polizieschi, naturalmente. Poi nel 1977, quando sono entrato in Polizia in servizio all’aeroporto di Linate, ho iniziato a pubblicare degli articoli sul giornale locale dell’aeroporto, che si chiamava “Linate Press”. Ho capito quindi che potevo dare voce alla mia vita professionale sottoforma di scrittura in maniera efficace. Sulle volanti poi, gli spunti di scrittura si sono moltiplicati e quindi anche la mia produzione è aumentata, riscuotendo un certo successo anche tra i colleghi che mi leggevano su vari giornali del sindacato di Polizia. Il salto di qualità l’ho poi compiuto quando il giornalista de “La notte” Michele Focarete lesse i miei racconti sul mondo della prostituzione alla fine degli anni Novanta. Con il suo aiuto, quindi, venne pubblicata nel 2004 la raccolta Milano ad ogni ora. Successivamente, grazie all’incontro fortuito con Paolo Brera, scrittore figlio del celebre Gianni e padre di una compagna di scuola di mia figlia, nasce nel 2009 la raccolta La mobile, con scritti sulla mia esperienza di pattuglia a Milano. È proprio in questa fase che nasce anche il personaggio di Nicola Violante, mio alter ego letterario che è protagonista dei miei libri ancora oggi. Quelle narrate sono tutte storie vere vissute in prima persona. Il mio scopo principale è quello di offrire al lettore un dietro le quinte reale dell’attività di indagine poliziesca, dando, perché no, voce non solo agli investigatori ma anche alle vittime e agli autori dei delitti. Per me è importante lasciare in ogni libro un messaggio sociale perché, pur rimanendo sempre saldo dalla mia parte della barricata, cerco di comprendere anche il criminale e le motivazioni che lo hanno portato a compiere certe azioni delittuose.

In virtù della tua grande esperienza sul campo, come pensi venga trattato il mondo del crimine in televisione e in letteratura?
Non posso dare un giudizio sul lavoro degli altri però posso dirti che un poliziotto si riesce a identificare difficilmente nella maggior parte delle storie che vediamo oggi in televisione e nei libri. Tutte quelle sparatorie american style, nella realtà, non esistono così come il cliché del poliziotto disperato con la famiglia distrutta alle spalle è uno stereotipo, il più delle volte, e nulla di più. È vero però che comunque, nell’esperienza di un uomo delle forze dell’ordine, un po’ di sofferenza c’è sempre. Io ritengo che privare qualcuno della libertà non è mai bello a prescindere, ma comunque è necessario nel caso dei criminali e quindi va fatto senza remore. Io personalmente, ad esempio, non ho mai goduto nell’arrestare delle persone e magari vedere delle famiglie disgregate e disperate in seguito alle mie azioni. Gioivo piuttosto nel partecipare a operazioni importanti che mettevano fine ad attività delittuose e pericolose per la comunità. Sono due concezioni diverse.

Hai dei modelli di riferimento tra gli scrittori di genere? E c’è qualche autore che secondo te, pur non avendo la tua esperienza sul campo, è meritevole di menzione per le pagine che ha scritto?
Ho trovato molti libri che descrivono perfettamente questo tipo di realtà. Ricordo alcune pagine di Massimo Carlotto ad esempio, in cui la descrizione delle sensazioni che si provano quando si spara è magistrale. Io penso che lui non si sia mai trovato in azione eppure il suo modo di rappresentare l’adrenalina che si prova quando si preme il grilletto contro qualcuno è identico alla realtà. Ritornando anche al discorso precedente sulle fiction, io in tutta la mia carriera avrò sparato in azione forse tre volte quindi diffidate sempre quando leggete di mille sparatorie durante un’indagine. Credo che anche Montalbano di Camilleri sia una figura di poliziotto molto veritiera così come le vicende ordinarie de I bastardi di Pizzofalcone di De Giovanni corrispondano a un vissuto quotidiano della maggior parte dei poliziotti.

Parliamo adesso del tuo ultimo libro Trafficanti
Una storia vera che ho scritto a braccio, sulla base dei ricordi delle indagini svolte sul campo nell’operazione Green Ice e coadiuvato dalle sentenze successive dei processi. Come è facilmente intuibile dal titolo, in questo libro tratto del traffico di cocaina tra la Colombia e l’Italia, in particolare Milano. Una storia che fece scalpore all’epoca dato che i veri capi del narcotraffico in quel momento non erano membri di spicco della malavita organizzata bensì tre anonimi milanesi, non inseriti in alcun contesto criminale e quindi insospettabili. Una metodologia di traffico e commercio all’ingrosso da broker che ha fatto scuola per gli anni a venire. Una storia che comunque presenta ancora tanti punti oscuri e misteriosi su alcuni personaggi coinvolti che io ho tentato di sviscerare con le mie ipotesi, durante la narrazione.

Perché la scelta, a differenza di altri romanzi del genere, di mantenere tutti i nomi reali dei personaggi coinvolti tanto da far sembrare il romanzo quasi un saggio? Ti ha mai dato dei problemi questo tipo di approccio con alcuni personaggi di quel mondo?
Io sono sempre molto attento in questo perché la privacy è importante e non è giusto che alcune persone vengano menzionate se non sussiste una motivazione reale per farlo. Spesso infatti neanche menziono nomi che sono solo di contorno alla storia, proprio per non coinvolgere inutilmente delle persone che hanno pochissimo a che vedere con quello che racconto. La scelta di usare sempre i nomi veri parte da lontano e, per la precisione, quando scrissi il libro Ti sparo. Questo libro è basato sulle dichiarazioni di un ex poliziotto che poi è diventato prima un killer e poi un boss della malavita. Alla fine ha collaborato con la giustizia e quindi io ho deciso di scrivere la sua storia. Volevo riportare questa storia incredibile nella sua fedeltà totale e quindi non avrebbe avuto senso usare nomi fasulli. Avrei generato nel lettore il sospetto che più che di un noir o di cronaca si trattasse di fantascienza, dati l’eccezionalità assoluta dei fatti narrati. Quindi, dopo essermi consultato con un legale, ho deciso di utilizzare tutti i nomi reali dei protagonisti. Per Trafficanti ho avuto la medesima esigenza. I nomi veri danno il senso alla storia. Intendiamoci su una cosa però; io non parlo mai di perfetti sconosciuti ma di individui già presenti negli atti giudiziari con condanne definitive e di cui internet tiene traccia da tempo.

Da appassionato ritengo che queste siano tutte storie originali e interessanti per delle trasposizioni su piccolo e grande schermo. Ci stai pensando? Hai già ricevuto contatti in questo senso?
All’infuori del narcisismo personale, credo che questo sia il sogno di ogni scrittore. Scriviamo per questo. Certamente io scrivo soprattutto per mia passione personale ma è inutile nascondersi; a chi non farebbe piacere vedere su schermo una trasposizione delle proprie opere? Chi ha letto i miei libri poi mi ha riferito che il mio stile somigli molto a quello sintetico e immediato delle sceneggiature, nonostante io non me ne renda neppure conto di scrivere così e non ricerchi volutamente questo stile. Posso dire che ho già avuto contatti con alcune persone del mondo del cinema e della fiction per quanto riguarda i miei libri passati ma alla fine non si è mai concretizzato nulla. Sono sicuramente sempre disponibile a progetti di questo tipo e spero che per Trafficanti si verifichi qualcosa di positivo in questo senso, dato che i feedback sono stati ancora più positivi che per i precedenti.

Sei anche opinionista televisivo su Telelombardia per esempio, nel seguitissimo programma di cronaca “Iceberg”. È più difficile trattare di questi argomenti scrivendo o parlando in televisione?
Sono due contesti completamente differenti. Quando scrivo mi documento molto mentre in televisione, non avendo a disposizione immediatamente gli atti, mi affido più alle mie sensazioni e al mio acume investigativo per trattare di certi argomenti scottanti. L’importante è comunque non fare mai gossip giudiziario ma rimanere sempre quanto più tecnici possibile, nelle ipotesi suggerite. In generale, ritengo che al giorno d’oggi per le indagini ci si affidi troppo all’aspetto tecnico-scientifico quando invece bisognerebbe fare più lavoro sul campo e spulciare meglio gli archivi, come si faceva una volta. Questo metodo l’ho imparato alla Omicidi sotto la guida del dottor Marino, di cui ricordo ancora la grande professionalità, la tenacia e l’umiltà nel lavorare tutti assieme. Una vera squadra composta da pari grado nella percezione di tutti, impegnata senza sosta alla risoluzione di un caso con vere indagini su strada.

Per il prossimo libro hai già qualche idea in testa?
Tra la stesura di un mio libro e la pubblicazione passano sempre dei mesi in cui mi metto già a lavorare a una nuova storia. Quindi, di solito, all’uscita di un mio volume ne ho già uno quasi pronto nel cassetto, in attesa di revisione. Trafficanti invece mi ha talmente assorbito in termini di tempo ed energie che non sono riuscito ad abbozzare ancora nulla. Ho bisogno di ricaricarmi un po’ prima di cimentarmi in qualcosa d’altro. Di solito, in sei o sette mesi, riesco a ultimare un libro mentre per questo ho impiegato quasi due anni, soprattutto a causa della difficoltà nel reperire alcuni atti giudiziari inerenti alla storia. Qualche idea comunque la ho già in testa per il mio nono libro. Potrei dedicarmi alla storia di un omicidio molto particolare di una prostituta ritrovata senza vita nella sua abitazione oppure al romanzo con protagonista un boss di spicco della criminalità organizzata e della sua sanguinosa scalata criminale.

I LIBRI DI CELESTE BRUNO



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