Intervista a Cesare Cuscianna

Cesare Cuscianna
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Tra le tante pagine di Facebook che mi capitano ogni giorno sotto gli occhi, ho visto una immagine particolare di un profilo: la copertina, di colore rosa, di un libro rappresentante la Mandragola. Per molto tempo da allora ho associato la mandragola – malerba, erba che non muore mai - a questo autore, dimenticando che il suo cognome fosse Cuscianna e non Malerba. Insomma, mi ha incuriosito questa copertina, la sua bacheca con le citazioni di Pavese e di Baudelaire e… dei suoi libri: per poi scoprire che si tratta di uno scrittore uomo che parla dal punto di vista femminile. Non potevo perdere questa occasione e fare qualche domanda all’autore. La protagonista de La Malerba è una donna. Come mai un uomo parla vestendo i panni di una donna?
Potrei dire, scherzando, che l’ho fatto perché così nessuno mi avrebbe posto la fatidica domanda: ‘il romanzo è autobiografico?’. A parte il fatto che la domanda poi me l’hanno fatta lo stesso, la verità è che mi sono chiesto se sarei stato in grado di sostenere una sfida tanto radicale, quella di avventurarmi in un mondo totalmente ‘altro’. Ma d’altronde è la letteratura, come l’arte in genere, che può consentire a noi poveri mortali qualche grado di onnipotenza, quindi perché non approfittarne?

 

Mi pare di aver capito che tu sei medico, la tua professione che ruolo ha avuto nella redazione del libro?
Sì, sono medico e psicologo, e per scrivere bisogna anche accettare di essere una sorta di spugna che si imbeve di ogni esperienza umana, in questo senso il contatto con la sofferenza e la morte credo abbiano contribuito senz’altro. Tuttavia già in adolescenza amavo molto la lettura, che è la prima maestra di chi intende scrivere. Aggiungo che vivo come una complicazione il fatto di essere anche psicologo, gli scrittori non hanno bisogno della psicologia, in quanto lo sono già ‘naturalmente’, come lo stesso Freud con onestà riconosceva, si corre piuttosto un rischio, quello di essere dottorali, dimenticare che il romanzo è cosa ben diversa da una relazione scientifica.

 

Reputo il tuo libro un libro cattivo, nel senso – positivo - di vero e crudo, ho apprezzato il tuo modo di non lasciarti influenzare da quei pietismi che vanno tanto di moda. E’ stata una scelta voluta?
In effetti io volevo scrivere un romanzo ‘cattivo’, ovvero sugli aspetti oscuri e meno accondiscendenti dell’essere umano. La protagonista è l’erede di una storia familiare disastrata e nella vita si comporterà di conseguenza, tuttavia, all’apparenza, è una donna di successo, cui non mancano i riconoscimenti e le occasioni di felicità. La sua è una storia estrema, certo, ma credo che in essa si possano ritrovare, come ingranditi da una lente, elementi comuni alla vita di ognuno, almeno di quanti siano interessati alla complessità dell’essere umano. La letteratura che amo è quella che fruga negli armadi, che tenta di aprire squarci sulla visione della vita e dell’uomo. Si tratta, in fondo, di un’operazione dolorosa.


I personaggi del romanzo non sono esattamente simpatici, anzi… Come mai questa scelta, se di scelta si tratta?
E forse deriva da questo che non risultino poi ‘simpatici’ alcuni personaggi, o alcuni aspetti di essi. Ti confesso che, invecchiando, credo molto di più nel destino, inteso come stigma, ineludibile giogo di esperienze stratificatesi nel corso degli anni. Ecco, credo che i personaggi vivano nella storia (nella vita) solo il ruolo che il destino gli ha concesso, questo mi fa provare, specie nei confronti della protagonista, una profonda pena.

 
Ho trovato la tua scrittura molto curata, quasi ricercata. Il tutto è frutto di?
Sono d’accordo, la mia prosa è ‘ricercata’, nel senso che parto dall’idea che scrivere sia cosa ben diversa dal parlare, che non consista solo nel raccontare ma sia anche un’occasione preziosa di ‘ricerca’, ovvero di sperimentazione sul mezzo: parole, sintassi, ritmo. Questo costa molta fatica e infinite revisioni del testo e include anche letture ad alta voce, per verificare appunto la tenuta musicale dello stesso. Ma, lo ammetto, sono un po’ ossessivo.

I libri di Cesare Cuscianna

 

 

 
 
 
 
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