Intervista a Chiara Gamberale

Chiara Gamberale a soli 22 anni, nel 1999, pubblica il suo primo romanzo per Marsilio. Da allora non smette più di scrivere e confeziona per il suo vasto pubblico altri libri di successo, portandosi a casa il Premio Campiello - Selezione Giuria dei Letterati per La zona cieca (Bompiani, 2008). Ma la storia non finisce qui: la bella e brava Chiara si dedica anche alla televisione e alla radio, per cui diventa ideatrice e conduttrice di interessanti programmi. Basti citare “Parola mia” su Rai Tre, “Gap” su Rai Uno, “Trovati un bravo ragazzo” su Radio 24… Un curriculum da fare invidia ai più giovani, ma anche ai più maturi avventurieri nel mondo delle lettere e della comunicazione in generale: il suo segreto? Proviamo a vedere se riusciamo a strapparglielo in questa intervista, che l’autrice gentilmente ha concesso a tutti i lettori di Mangialibri. Un’intervista rilasciata in due momenti differenti della sua carriera, e nel caso della seconda parte in una location davvero particolare: un tram che sferragliava in un uggioso pomeriggio milanese.




Essere bravi, avere talento, sono cifre indispensabili per 'farsi notare', ma in un'editoria che produce a livelli vertiginosi non sempre è facile... Raccontaci, se vuoi, il tuo percorso di scrittrice e l'incontro quindi con editori del calibro di Marsilio e Bompiani. E passaci qualche tuo consiglio per aiutare la ciurma dei novelli e aspiranti scrittori a guardare bene, guardare lontano...
La scrittrice! Rispondevo sempre a chi mi chiedeva: Che cosa vuoi fare da grande? Come me lo fossi messa in testa davvero non lo so: mio padre è un ingegnere, mia madre una ragioniera, non c'erano libri a casa mia, fino a quando non sono arrivati i miei, tantissimi: non mi bastava mai, farmi leggere una storia, o finalmente, quando avrei imparato a farlo da sola, leggerla. Scrivere così è venuto da sé: la passione per ascoltare ha sempre a che fare con una passione per il raccontare. Almeno credo. Mentre sono certa che la fortuna della mia vita sia stata proprio quella: avere una passione. Qualcosa che mentre tutto il resto passa e cambia, rimane ferma. E' quella che consiglio la "ciurma" di considerare il suo timone. Certo, la risposta positiva che ho ricevuto dalla Marsilio al manoscritto di Una vita sottile è stato un momento fondamentale: è lì che la mia passione è cominciata ad essere anche il mio lavoro. Ma il rischio a quel punto è perdere di vista la prima in virtù del secondo: e privare così quello che si scrive della sua necessità. A quel punto, di solito, i conti cominciano a non tornare. E i libri a non riuscire...
 

Il tuo primo romanzo, Una vita sottile, trae spunto da una vicenda autobiografica. Chissà quante volte te ne avranno chiesto lumi... Cosa rimane di quel libro nella Chiara di oggi, certamente cambiata, certamente cresciuta?
Aiuto! A volte ho pensato, sfogliando le pagine di quel libro, come racconto nell'introduzione al suo tascabile, che a dieci anni dalla prima uscita la Marsilio ha deciso di pubblicare. E' un po' quello che capita con le nostre vecchie foto: sì, lo sappiamo che quelli siamo noi, ma come facevamo a pettinarci così? E a sentirci fichi, per giunta.  


Qual è il tuo rapporto con la letteratura dei nostri giorni? Sei una lettrice avida? Quali sono le tue preferenze? Tra le tue 'colleghe' c'è qualcuna che ami particolarmente e perché?
Come da bambina, continuo a leggere tanto, e di tutto. Ora come ora sto leggendo l'ultimo libro di Joyce Carol Oates, Sorella, mio unico amore. Un capolavoro.  


Come nascono i tuoi libri? Svelaci passo passo la loro genesi, fino alla fase finale...
Da quella necessità di cui sopra. Negli anni, soprattutto in quelli di sconforto, ho scoperto che parte della genesi di un libro sta anche (e forse soprattutto) nei periodi in cui ci si sente in crisi creativa. Macerandosi di quell'assenza, mentre non me ne accorgevo, credo per esempio di aver cominciato La zona cieca. Poi di solito, quando il libro mi arriva addosso e comincio a scrivere, arrivo alla fine senza interruzioni, dalla bulimica che dentro di me sarò sempre. A quel punto, finita la prima stesura di pancia, provo a metterci la testa.
 

Il primo libro che hai letto? L'ultimo? Il libro che ti ha aperto gli occhi o in qualche modo ha operato una rivoluzione 'dentro'?
Il primo è stato Piccole donne. L'ultimo, come dicevo, quello della Oates. Sono tanti invece i libri che mi hanno rivoluzionato, e ogni rivoluzione si differenzia dalle altre: proprio come succede con quelle che ci innescano dentro certe persone.  


Scrittori e scrittrici: la discriminazione c'è? La senti?
Un tempo non la sentivo, più passano gli anni più la comincio a sentire. Non capisco perchè, per esempio, certi quotidiani insistano con il commissionare agli scrittori un certo tipo di articoli, come quelli di commento alla cronaca stretta o alla politica, e delegare alle scrittrici i cosiddetti argomenti  di Costume & società. 


La zona cieca è un esempio di letteratura che mette in primo piano una visione prettamente femminile, evidentemente contrapposta a quella maschile: qual è il vero intento che ti sei riproposta in questo bel romanzo?
Sono tanti, gli intenti che ho affidato a quel libro. Ma certamente hai ragione: fra quelli c'è il desiderare di mettere sotto la lente d'ingrandimento, senza far sì dunque che si risparmi nulla (nè fra i personaggi, nè al lettore, nè a me..), un rapporto d'amore, con tutto quello che, quando il maschile incontra il femminile, ci si dà e ci si toglie.

 
Una passione sinistra è una storia di crisi di coppia, dietro cui si cela (ma mica tanto si cela) la crisi di valori. Destra e sinistra, fatti a immagine e somiglianza di uomini e donne, al termine del tuo racconto colludono ambiguamente. Un monito, il tuo, alla classe dominante e cos'altro? Se dovessi regalarlo a qualcuno dei nostri politici, a chi ti piacerebbe consegnarlo e con quale commento personale?
Credo che per quanto riguarda un commento, ci sia poco da aggiungere alle frasi dei politici con cui ogni capitolo di Una passione sinistra si chiude... E forse lo regalerei proprio a loro: a tutti i citati.

 
Svelare il finale dei libri è il più grave peccato che si possa commettere. Infatti Una passione sinistra lascia tutto sommato una strada ancora aperta a diversi svolgimenti. Ma, detto tra noi, in modo assolutamente generico, secondo te Nina tornerà sulla retta via?
Sì che ci tornerà. Per poi magari perderla di nuovo: ma casualmente, così come l'ha persa con Giulio. Che invece, immagino, continuerà a perderla sistematicamente. 


Un tempo gli scrittori avevano un ruolo fondamentale nella società, verso la quale rivolgevano con le loro opere appelli, critiche, modelli di riflessione fondamentali per una crescita della cultura e della politica, nel senso più letterale del termine. Penso a Pasolini, Bianciardi o Parise (che un po', anche se vagamente, mi ha riportato al tuo romanzo). Che cosa è successo oggi? Qual è la tua opinione di giovane scrittrice?
Penso che finché i politici non tornano a essere politici, sarà dura che gli intellettuali possano innescare il loro pensiero su qualcosa che, nel bene o nel male, ha però bisogno di essere concreto, per venire criticato.
 




Devo proprio chiedertelo, hai provato tu stessa il gioco dei dieci minuti, l’esperimento steineriano che descrivi nel tuo Per dieci minuti? E se sì: ha funzionato?
Il gioco dei dieci minuti prima ancora di raccontarlo è qualcosa che ho provato, farlo per un mese come accade alla protagonista è un’iniezione di allegria, perché comunque fare qualcosa che non hai mai fatto ha degli effetti anche comici, è una prova, una verifica su te stessa e sulla vita. La vita ti dimostra che tante sono le cose che non hai mai fatto e tu dimostri a te stessa che puoi metterti a disposizione di quelle cose, che non finisci nelle tue abitudini. È qualcosa che dà speranza.

L’esperimento proposto dalla terapista a Chiara ricorda un po’ la terapia del diario prescritta a Zeno Cosini dal dottor S., non trovi?
Senza dubbio la dottoressa T. è un richiamo ironico al dottor S. di Svevo, le letture del passato anche involontariamente ti influenzano, e in effetti anche Chiara vorrebbe guarire.

La Chiara del romanzo dice che scrivere è semplicemente il suo rimedio all’esistenza. È così anche per te?
Assolutamente sì, la scrittura e la lettura aggiungerei. Per me la letteratura è il mio unico rimedio all’esistenza, un universo a cui mi sono avvicinata da piccola per scappare da un mondo che spesso non capisco, e che alla fine mi ha permesso di comprenderlo meglio e di soffrirlo meno.

In cosa sei completamente diversa dalla tua protagonista?
Sono meno imbranata ma anche meno saggia, di solito i miei personaggi hanno molto in comune con me ma si rivelano più forti e capaci, io sto ancora cercando il coraggio di non resistere al cambiamento.
 
Una frase di Chiara recita così: "Hai presente quando la vita ti pare si la tua ma senza di te?": cosa intendi esattamente?
È un’espressione già presente in un mio precedente romanzo, Quattro etti d’amore, grazie, incentrato sulla sensazione di smarrimento, dove entrambe le protagoniste guardano la propria vita e si chiedono: “L’ho scelta o mi è capitata mentre non me ne accorgevo?” una sensazione di smarrimento e spaesamento rispetto alla propria esistenza che riprendo anche in quest’ultimo romanzo.

Spesso racconti attraverso i tuoi personaggi delle condizioni dell’esistenza precarie, in bilico, come la Zona cieca dell’omonimo romanzo del 2008. Descrivici invece la condizione del ‘sottovuoto’…
Sono le condizioni che mi interessa raccontare dell’essere umano, quella del sottovuoto è una condizione in cui ci vengono tolti tutti quei paletti che limitano il nostro sguardo. Quello smarrimento che ha in sé la tensione verso l’equilibrio è la dimensione che più mi interessa  raccontare.

Quello dei dieci minuti è una sorta di formula magica, un antidoto alla realtà, credi nella possibilità della magia?
Credo molto all’iniezione del magico che possiamo portare nel quotidiano, la magia che può nascere dal quotidiano se noi ci decidiamo a guardare la realtà con occhi diversi. Sono convinta che l’esistenza presa in una certa maniera riesca a non mortificare il nostro desiderio di magia.

I protagonisti dei tuoi romanzi sono spesso costretti a reinventarsi e riprogrammare la propria esistenza in seguito a eventi inattesi, credi sia possibile ricominciare da capo e come?
Voglio sperare, ci credo che sia possibile cambiare a tutte le età, ‘ricominciarsi’, non considerarsi finiti quando un’esperienza finisce come può essere la morte di una persona cara, la fine di un amore o di un’esperienza professionale. Io ci voglio credere, scrivo non perché ho delle risposte ma perché mi sto facendo delle domande. In questo momento la domanda è: È possibile ricominciarsi? Ho scritto questo libro perché vorrei che la risposta fosse sì.

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