Intervista a Chiara Panzuti

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Chiara Panzuti ha il sorriso rassicurante di chi nella vita ha scoperto qual è la sua strada e già la percorre. La incontro a Roma, alla presentazione del suo primo romanzo pubblicato con Fazi, puntata iniziale della trilogia di Absence. Ascoltarla è come ritrovarsi a bere un tè con un’amica, che ha le risposte giuste a certe tue domande sul senso della vita, rimaste inevase e al più rimodellate dagli anni dell’adolescenza. Chiara ha ancora molto da raccontare e noi siamo già in attesa della prossima puntata.




Come ha avuto inizio la tua avventura come scrittrice?
La passione per la scrittura è nata molto tempo fa, anche se durante l’infanzia e l’adolescenza si trattava di una vera e propria “esigenza” comunicativa. Solo crescendo, e più precisamente dal 2011, ho iniziato a esternarla e a creare un percorso che mi permettesse di viverla come passione, da coltivare e migliorare nel tempo.

Ci puoi raccontare in che modo è avvenuto il tuo incontro con la Fazi?
Il primo incontro è avvenuto nel 2016. Inizialmente, lavorando su altri progetti. A inizio anno, i risultati erano ancora incerti, ma alla fine del 2016, visionata la sinossi di Absence, si è iniziata a concretizzare l’idea di un contratto, e di un percorso da portare avanti insieme per la trilogia.

L’invisibilità è la condizione che accomuna i quattro ragazzi protagonisti di Absence. Cosa ti ha ispirato nello scrivere una storia di ragazzi che sperimentano loro malgrado l’invisibilità?
Il desiderio più forte era quello di riproporre una sensazione provata durante il periodo scolastico, in particolar modo al liceo, quando ero io a sentirmi “invisibile”. E con invisibile intendo diverse cose, tra cui la non-consapevolezza di chi si è e cosa si vuole, la malinconia nel non riuscire ad esprimersi e ad esprimere ciò che si ama fare. Credo che arrivi un momento nella vita in cui bisogna imparare a costruire se stessi, ad essere visibili a se stessi, prima ancora di esserlo ad altri.

La certezza dell’invisibilità, ci regala la possibilità di allentare la nostra “dipendenza da distrazione”, per usare le parole di Faith. Puoi dirci di più sulla dipendenza da distrazione?
Penso che, al giorno d’oggi, la vita scorra frenetica, di corsa. Non c’è più tempo per pensare, porsi domande, essere tristi o allegri nel vero senso del termine. La nostra mente ha la possibilità di non concentrarsi su un pensiero per più di cinque secondi. Amica e nemica indiscussa è la tecnologia, che tanto ci ha dato e tanto ci ha tolto. Avvicina ma allontana, intensifica e allenta: una delle più grandi contraddizioni dell’era moderna, secondo me. Incontrarsi, scontrarsi, confrontarsi su piattaforme online non è come farlo nella vita reale. Costruiamo corazze attorno a un’invisibilità che a volte ci schiaccia.

Ma essere invisibili agli altri ci può fare dubitare della nostra stessa esistenza…
Ci fa dubitare perché spesso, la nostra visibilità si basa sul giudizio altrui. Su quello che altri sentono, su quello che altri percepiscono, su quello che altri decidono. Ma se non ci fossero i social network, se non ci fossero vetrine in cui esibirsi, fotografie delle nostre giornate e dei nostri viaggi, noi saremmo ancora in grado di definire noi stessi? La mia non vuole essere una demonizzazione dei social network, anzi. Benché abbia deciso di abbandonare Facebook, una piattaforma che ho usato tanto, ancora oggi sono su Instagram. Proprio perché li ho sperimentati e li sperimento oggi giorno, postando anche diverse cose, è maturata in me la naturale esigenza di ragionarci su e parlarne. E come a mie spese ne ho visto gli effetti negativi, riconosco anche gli enormi cambiamenti apportati nella società, a volte in meglio.

Credi che oggi, in cui sembra che sia reale ed esistente soltanto ciò che è tale per Facebook e Google, essere invisibili faccia più paura che in passato? Siamo individui atomizzati ad alto rischio di oblio?
Penso che la paura sia rimasta la stessa. Siamo bambini, adolescenti e adulti allo stesso modo, perché siamo esseri umani, è insito in noi. Credo però che oggi sia più semplice nascondersi. Si parla di meno, si comunica di meno. E intendo comunicare “faccia a faccia” senza uno schermo a proteggerci. Manca il contatto con la realtà e per questo manca il contatto con la paura. Ma niente è irreversibile, basta solo cambiare prospettiva. Io sono un’inguaribile ottimista, e non sono immune alla dipendenza da tecnologia. Il mio desiderio di parlarne nasce da un desiderio ancora più semplice: capire in che epoca viviamo, in che modo è cambiata la nostra quotidianità, e chi vogliamo essere, al di là di tutto.

I protagonisti del tuo romanzo viaggiano molto, visitando luoghi che tu descrivi, ma che non hai mai visto. Come sei riuscita a gestire tanto bene questo limite apparente alla narrazione?
Oltre alla scrittura, una delle mie passioni è il viaggio. Per quanto abbia una paura folle dell’aereo, amo girare per il mondo ogni volta che posso. Per questo ho voluto parlare dei viaggi: mi stavano a cuore tanto quanto l’invisibilità. Molti posti non li ho visti, è vero, e qui viene in aiuto la parte bella della tecnologia, unita alle guide turistiche: la possibilità di osservare, leggere, informarsi, viaggiare con la fantasia nel nostro mondo reale. Gli occhi possono fare tanto, ma il cuore può fare di più.

In che modo hai scelto il set preciso in cui avresti ambientato la scena?
Ho incontrato persone che amavano talmente tanto un luogo da conoscerlo a memoria, anche se non lo avevano mai visto… e anche se in quel paese o città io c’ero stata, loro ne sapevano più di me! Per questo motivo, tra i posti in cui non sono mai stata, ho inserito nel libro quelli in cui mi sarebbe piaciuto andare, sperando che proprio l’impulso di volerli vedere mi aiutasse a descriverli e immaginarli nel migliore dei modi.

Il gioco dei quattro è il primo volume di una trilogia a cui stai lavorando. Puoi anticiparci qualcosa delle prossime due uscite?
Il prossimo volume, L’altro volto del cielo, sarà incentrato su due temi principali: la rabbia e il cambio prospettiva. Le riflessioni lasceranno più spazio all’azione e gli antagonisti avranno molta più voce.

Dove, come, quando e cosa preferisci leggere?
Il mio posto preferito è sul divano, la mattina o nel primo pomeriggio. Ho due grandi amori: gli scrittori russi e Banana Yoshimoto.

Hai un sogno editoriale nel cassetto?
Nel corso di questi anni ho capito una cosa: a volte i sogni editoriali rovinano la bellezza, la genuinità e la gioia della scrittura. Non voglio arrivare a un’ipotetica meta rischiando di perdere “chi sono” e “come voglio esprimermi”. Ho un sogno e il mio sogno è di continuare a coltivare questa passione, indipendentemente da come andranno le cose. È un sogno che non può esistere da solo, perché attorno a lui voglio costruire anche la mia vita e la mia quotidianità. Spero di poter evolvere, maturare e seguire un percorso, ma prima di questo spero di non perdere mai le sensazioni che provo quando scrivo.

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