Intervista a Chris Claremont

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Ideatore delle serie degli X-Men e dei Nuovi Mutanti, il leggendario fumettista britannico Chris Claremont si è raccontato a Lucca Comics & Games 2019, fino a svelare alcuni segreti del suo mestiere di scrittore. E tra una risposta e l’altra, ha parlato dei momenti più significativi della sua lunga carriera, ricordando di aver dato alla luce alcuni albi degli X-Men che hanno venduto il maggior numero di copie nella storia delle serie da edicola del fumetto americano. È stato un piacere poter avvicinare Claremont per rivolgergli alcune domande.




Il tema fondamentale degli X-Men è la diversità rappresentata in tutte le sue possibili sfumature, un interesse che nasce dal vivere in una tra le maggiori città cosmopolite del mondo?
Uno scrittore coglie continuamente segnali dalla realtà che lo circonda, quanto più è varia e tanto più l’artista avrà stimoli su cui riflettere. Da questo punto di vista New York è un contenitore inesauribile: si scende di casa per una semplice passeggiata e si compie il giro del mondo, a iniziare dalle specialità culinarie fino ad arrivare ai caratteri culturali più specifici. Spesso anche le personalità politiche si divertono a discutere sulle molteplici abitudini che emergono osservando la varietà della popolazione di New York: ad esempio c’è stata una discussione sul modo giusto di mangiare la pizza, con le mani o con coltello e forchetta.

Puoi parlarci del tuo rapporto con Bill Sienkiewicz?
Trentasei anni fa insieme a Bill ho creato la serie dei Nuovi Mutanti, un’opera fumettistica superba da un punto di vista grafico, contraddistinta da un’ambientazione surreale che il disegnatore ha saputo interpretare con efficacia. Poi la saga si è conclusa e Sienkiewicz ha continuato la sua carriera dedicandosi ad altre produzioni. Per gli ottant’anni della Marvel siamo tornati a lavorare insieme a una storia dei Nuovi Mutanti che ha richiesto molto tempo, d’altronde non siamo più giovani come una volta.

Quali sono i tuoi rapporti con la Marvel?
I fumetti americani vengono realizzati su commissione, questo è un dato di fatto su cui non si può assolutamente discutere. È la politica sia di Marvel che di DC e di Disney, le direttive le danno gli editori. Ho creato decine e decine di personaggi, alcuni tra i più conosciuti al mondo, ma ancora oggi continuo ad avere il controllo delle mie storie solo nel momento in cui le scrivo, poi è la Marvel a decidere, qualsiasi cosa pensi del mio lavoro.

Cosa ti aspetti dai tuoi lettori?
Mi interessa mettermi in contatto con loro, se potessi vorrei dialogare con tutti gli appassionati dei miei fumetti, so che è impossibile ma sarei disposto a farlo anche subito se ne avessi la facoltà. Qui a Lucca Comics mi è venuto incontro un bambino con in mano una copia degli X-Men da farmi autografare, per me è stato il momento più significativo della giornata.

Quale target di età pensi sia più adatto alle tue storie?
Non c’è un target di età specifico per i miei supereroi, come tutte le storie scritte con determinati criteri qualitativi anche le vicende che narro possono essere lette a diversi livelli e quindi essere alla portata di tutti, dai bambini agli adulti. Da piccoli si ha una visione superficiale, mentre da grandi si può entrare in profondità e capire anche le sfumature. Si può persino viaggiare con la fantasia e cercare di immaginare tra una vignetta e l’altra cosa può accadere, io lo faccio spesso quando leggo i fumetti non scritti da me.

Perché hai sempre guardato ai tuoi personaggi come persone con i loro problemi e le loro aspirazioni?
Per me sono reali, vivono la vita come ognuno di noi tra soddisfazioni e imprevisti. Quando scrivo le loro storie penso di raccontare la loro esistenza, faccio in modo che il passato abbia sempre una ripercussione sul presente, come avviene alle persone devono accettare le conseguenze delle scelte che hanno fatto. La loro vita è imprevedibile. Io penso che se non mi fossi presentato alla Marvel avrei fatto un altro mestiere, che ne so il commesso, è stato il destino a decidere, non io.

Puoi parlarci di Wolverine, forse il più celebre dei tuoi personaggi?
Quando l’ho concepito ho seguito il consiglio di chi voleva fosse un tipo aggressivo e dall’aspetto accattivante per il gentil sesso, quindi gli artigli erano la componente essenziale del suo aspetto. Artigli che all’inizio facevano parte del suo guanto, poi insieme agli altri autori che lavoravano con me sul personaggio abbiamo pensato che chiunque poteva indossare uno strumento del genere, così abbiamo fatto in modo che le lame uscissero dalla mano. Io all’inizio ho provato un po’ di disgusto, ma poi ho capito la genialità della trasformazione. È come se ogni volta Wolverine trafiggesse il suo corpo.

In quali condizioni può lavorare al meglio una mente creativa come la tua?
Solo quando si può collaborare con le persone giuste. Un prodotto di alto livello non viene mai realizzato da un solo artista, è frutto di un’equipe affiatata che si impegna per dare il massimo. Non è facile che si crei questa sinergia, ma quando accade è fantastico.

I FUMETTI DI CHRIS CLAREMONT



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