Intervista a Christine Dwyer Hickey

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Christine Dwyer Hickey è una delle autrici più stimate d’Irlanda, le sue opere hanno vinto numerosi premi in molti Paesi, ma ha un unico libro tradotto in Italia, per il momento. Potrei riassumere le mie sensazioni dopo averlo letto parafrasando Salinger: hai presente quando un libro ti colpisce talmente tanto che dopo averlo finito vorresti solo che l’autore fosse un tuo amico per poterlo chiamare e dirglielo? Ecco, io ho avuto la fortuna di poterglielo dire di persona, in un’assolata mattinata novembrina, davanti a una tazza di caffè sotto i portici coperti del centro storico di Pisa.




Segui Tatty dai quattro ai quattordici anni e lei è la sola voce narrante del libro, non c’è mai un punto di vista “adulto” nella narrazione. È come guardare un bambino che costruisce il suo mondo un pezzetto alla volta con i Lego e la storia che leggiamo è solo quella che Tatty racconta a sé stessa. Lo hai fatto perché cercavi di essere originale o c’era un altro motivo?
In realtà non cercavo di fare nulla, ho sentito nella mia testa la prima frase del libro: “La mamma dice che il bambino non ci vede bene”. Volevo raccontare la storia, ma allo stesso tempo non essere io a raccontarla perché sarebbe stato troppo doloroso per me. L’ho avuta in testa per due o tre anni prima di metterla su carta e quando l’ho fatto sapevo che l’unico modo sarebbe stato dare voce alla bambina, farle raccontare ciò che vedeva.

Non è difficile intuire che Tatty abbia una famiglia disfunzionale: una sorellina disabile e altri problemi devono aver scavato un solco profondo tra i suoi genitori che si annebbiano la mente con l’alcool per non pensare. Il tuo è un modo non convenzionale di raccontare una famiglia con problemi. Quanto è stato difficile attenersi al punto di vista della bambina senza cedere agli stereotipi narrativi di famiglie problematiche di cui la letteratura irlandese è piena?
In realtà penso sia stato molto più facile attenersi al punto di vista della bambina perché è stato come dover focalizzare la telecamera su un solo punto. È stato facile soprattutto perché ho una memoria infallibile e quella che racconto nel libro è la mia infanzia, Tatty è il modo in cui mi chiamava mio padre. I genitori di Tatty sono sull’orlo della separazione come lo erano i miei prima di lasciarsi e quando ci sono queste crisi i bambini vivono in costante allerta, in costante attesa di cosa succederà, a volte si sentono responsabili, altre volte vengono fatti sentire in colpa. Mi ricordo benissimo questi stati d’animo e mi ricordo i problemi del loro matrimonio, ma soprattutto mi ricordo di aver passato tantissimo tempo con mio padre, perché eravamo stati affidati a lui dopo che mia madre se ne era andata. Con lui c’erano sempre persone e posti nuovi e io dovevo costantemente adattarmi a nuove scuole, nuovi ambienti. Poi ci sono stati lunghi periodi trascorsi a casa di zii e zie e anche in quel caso dovevo adattarmi velocemente e trovare il mio posto nelle loro famiglie. Per tutti questi processi di adattamento ho dovuto affinare uno spirito di osservazione che mi ha molto aiutato da allora in poi. Per quanto riguarda il rapporto dei miei genitori con l’alcool non credo si trattasse di annebbiamenti o sbronze, il loro era un bere “sociale”. Cominciò tutto con una gran quantità di feste dove l’alcool non poteva mancare e i miei genitori avevano una vita molto intensa. Tornando alla voce della bambina, è il modo in cui preferisco scrivere. Quello tra i miei libri che preferisco, The cold eye of heaven (L’occhio freddo del cielo), racconta la storia di un settantacinquenne di Dublino e il lettore è sempre nella sua testa, segue i suoi pensieri all’indietro mentre lui ripercorre la propria vita. È un po’ l’opposto di Tatty perché ci racconta la sua vita a ritroso di dieci anni, mentre Tatty ci racconta lo stesso lasso di tempo ma in avanti. Vediamo solo ciò che loro vedono, sentiamo solo ciò che loro ascoltano.

I genitori di Tatty sono due figure molto affascinanti, sua madre in particolare non corrisponde allo stereotipo letterario della madre irlandese a cui siamo abituati. Ama ferocemente i suoi figli e lo dimostra battendosi per mandare Deirdre a una scuola normale, ma è anche violenta a tratti…
Sai, credo che questa figura di madre sia stato il motivo per cui i principali editori italiani abbiano rifiutato il mio libro quando era già un successo in altri Paesi. La madre è una donna giovane, bellissima, più giovane del marito. Anche mia madre era così, la più giovane di una famiglia facoltosa che la adorava. Il matrimonio dei genitori di Tatty è molto passionale, ma litigano con la stessa passione con cui si amano. Qualcuno mi ha detto che il libro ha un che di felliniano. Trovo che sia vero, soprattutto nella prima scena quando Tatty osserva tutte le persone nella stanza, corre da un angolo all’altro chiamando sua madre, è come se portasse con sé una telecamera. Tatty sa benissimo che è impossibile entrare nella testa di sua madre ma in qualche modo si rende conto di quanto sia difficile combattere per Deirdre, la figlia con esigenze speciali e dedicare attenzioni agli altri figli. È una donna di appena trent’anni che ha già avuto quattro figli e ne avrà anche un quinto.

La relazione di Tatty con suo padre è quella che meglio evidenzia l’ironia della bambina e la sua capacità di prendersi gioco del mondo. Anche se è un bevitore, quest’uomo riesce a mantenere una sorta di estrema lucidità e leggerezza quando si occupa dei suoi figli…
Il padre è la vera forza motrice nel libro. La figura della madre non è interamente basata su mia madre, ma il padre di Tatty è esattamente mio padre. Siamo stati affidati a mio padre quando ero una teenager e il più piccolo di noi aveva due anni, ma, prima che arrivassero al divorzio ci sono stati anni altalenanti, in cui mia madre andava e veniva. Ero molto vicina a mio padre, anche se era un bevitore, anche se trascorreva troppo tempo alle corse, faceva errori, ma non abbiamo mai dubitato del suo amore assoluto. Gli piaceva ascoltarci, era il tipo da zittire i suoi amici se noi figli avevamo qualcosa da dire. Mia madre e le altre donne, al contrario, ci dicevano di non interrompere gli adulti. Era un personaggio affascinante, estremamente intelligente, che si era fatto da sé ed era arrivato ad essere molto benestante prima dei trent’anni, prima di sposarsi, ma, i soldi per lui non avevano senso e dopo il divorzio se li è letteralmente bevuti e giocati. Come tutti i giocatori odiava l’idea di avere soldi. Era un uomo complesso e questo libro prova a rendere la relazione che c’era tra me e lui. Tatty era il nomignolo con cui mi chiamava lui, ero la sua unica figlia oltre a quattro maschi. Scusa la digressione, ma hanno spesso fatto dei paragoni con Gente di Dublino di Joyce e al di là di quanto sia lusinghiero, devo dire che Tatty è molto più simile a Ritratto dell’artista da giovane, per il modo in cui la sua voce narrante cambia nel corso del libro, ma c’è sicuramente una similarità tra le nostre vite ed è questa figura di padre immenso, e poi il fatto di essere entrambi stati messi in collegio quando eravamo molto giovani, il fallimento delle nostre madri… Tutti e due abbiamo seguito i nostri padri in giro per pub. Quando ho letto Gente di Dublino sono rimasta sconvolta dal fatto di riuscire a entrare nella testa di Bloom e spero di essere riuscita a fare lo stesso per chi legge le parole di Tatty.

Sin dall’inizio Tatty si racconta la realtà in modo da renderla comprensibile, migliorarla e aggiustarla quando si fa orribile. Mente sistematicamente ma non lo fa solo per catturare l’attenzione degli altri, mente innanzitutto a sé stessa e questo non la rende sgradevole, anzi, la sensazione che il lettore prova è un bisogno costante di proteggerla, difenderla. Ti risulta?
Hai assolutamente ragione, mi è successo con tutti i miei amici dopo che è uscito il libro. Mi trattavano diversamente, mi riempivano di complimenti, mi dicevano che ero bella e la cosa mi lasciava interdetta. So che in Italia è molto comune, che dite “Ciao bella” costantemente, ma in Irlanda i rapporti sono più ironici, scherzosi e vederli così affettuosi e protettivi mi lasciava interdetta. Pensa che una volta stavo attraversando la strada con degli amici e una di loro mi prese la mano, come se fossi una bambina. Ero sconcertata! Tatty mente per dare un senso alla realtà e renderla interessante. Dicevo tantissime bugie quando ero piccola, dicevo le bugie più incredibili e quando mi dicevano di smetterla di mentire negavo di averlo fatto, perché per me non erano bugie. A cinque anni, se mi mandavano a comprare qualcosa all’angolo della strada io andavo più lontano, attraversavo incroci che mi erano vietati e quando tornavo e si accorgevano di dove ero stata, negavo di aver attraversato, sostenevo di aver preso un ponte, ma non esisteva alcun ponte, solo un cavalcavia per i treni. Un’altra volta mio padre mandò un suo amico, un suo impiegato molto distinto, a prendermi a casa di mia zia e io sostenni di non conoscerlo perché adoravo stare in quella casa senza altri bambini, non volevo andar via. Più io insistevo più la situazione per lui si faceva imbarazzante. Pover’uomo! Fui così convincente che mia zia rifiutò di mandarmi con lui. Mentivo su tutto, il mio nome, la nazionalità dei miei genitori, invitavo le amiche a favolosi party che non esistevano… mio padre era deliziato da questa mia abitudine, mia madre la odiava.

Assistere al lavoro che Tatty fa per allevarsi da sola è come guardare una farfalla impegnata in un processo inverso di costruzione del suo bozzolo. Non troverà il coraggio di rompere questo bozzolo fino al momento in cui andrà in un collegio?
È importante allontanarsi dalla famiglia e penso che il padre lo sapesse. Era arrivato il momento di allontanarla dalla violenza di sua madre e nel momento in cui arriva in collegio, diventa una persona come tutte le altre, non ha più bisogno di mentire. Mi ricordo che una volta una mia amica a cui stavo raccontando un episodio buffo su mio padre ubriaco, mi disse di tenere per me queste cose, altrimenti la gente avrebbe pensato che fosse un alcolista. Quella è stata la prima volta in vita mia che sono passata dal divertimento alla vergogna. Il collegio in cui sono andata non era affatto repressivo, incoraggiava l’espressione artistica dei ragazzi, c’erano programmi di arte, recitazione. Ho potuto mettere alla prova la mia creatività, venire fuori dal bozzolo ed esprimermi al meglio. Adoravo le suore di quella scuola, a proposito di stereotipi infranti! Non voglio generalizzare, c’è stato un periodo orribile nella storia irlandese in cui orribili suore hanno fatto cose altrettanto orribili a donne la cui unica colpa era di essere povere, ma, voglio solo dire che io ho incontrato suore di tutti i tipi nei collegi in cui sono state ed alcune erano amabilissime. Hanno tentato spesso di tirarmi nella polemica, ma, le scuole in cui andavo io erano scuole per figli di famiglie facoltose che arrivavano da tutto il mondo e questo non ci qualificava per il tipo di trattamento riservato alle “peccatrici” povere qualche decennio prima.

Vivi tra Imperia e l’Irlanda e al tuo amore per l’Italia hai anche dedicato un libro che ha avuto molto successo in Europa ma non è mai stato tradotto in Italia…
Anche in quel caso penso sia stato rifiutato dai maggiori editori italiani per il tema che trattava. È la storia di una ragazza che viene a Bordighera per fare l’istitutrice al figlio di un’ebrea tedesca e un siciliano alla fine degli anni ’30. Quando arriva in Italia affronta una serie di choc culturali: non ama il cibo, detesta essere toccata. Il suo rapporto con la famiglia e con un giovane insegnante di musica viene stravolto dal precipitare degli eventi indotto dalle leggi razziali e dalla guerra. Penso sia una bella storia, ma, non credo che gli italiani amino ricordare quel periodo, per cui, immagino sarà più facile vedere pubblicato in Italia prima I freddi occhi del cielo.

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