Intervista a Clara Sánchez

Lontano dai circuiti letterari abituali, al Premio Nazionale Vincenzo Padula, incontro Clara Sánchez - un po’per caso un po’ per destino, come accade nei suoi libri - ad Acri (CS) in un sud che sembra uscito proprio dalle sue pagine. Porta in giro il suo ultimo libro e ritira onorificenze. La scrittrice spagnola ci concede una passeggiata e una piacevole conversazione nella quale ci ricorda quanto la lettura, la passione e la curiosità siano i cardini intramontabili della buona scrittura.




Dopo il grande successo de Il profumo delle foglie di limone torni a parlarci della stessa storia raccontandone il seguito con Lo stupore di una notte di luce. Era nei piani iniziali questo ritorno o la tua vecchia storia è venuta a ribussare con il tempo alla porta della tua creatività?
Un po’ e un po’, quando ho scritto il primo libro sapevo che c’erano rimasti dei sottesi, c’erano dei fili che rimanevano sciolti, delle porte aperte, ma l’idea di approfondire e di rintrecciarli è arrivata col tempo. Sandra e Julian, i protagonisti di entrambi i libri, sono dei punti fissi nella mia produzione, sono più che personaggi persone, saldamente presenti nel mio pensiero creativo, dettano le regole di diversi caratteri.

C’è una forte descrittività nel tuo modo di scrivere, inserisci molti epiteti che riempiono e colorano le cose di cui parli, ma è una descrittività molto spesso più immaginifica che realisitica, si potrebbe dire emozionale. Come mai?
Il mio linguaggio si avvale spesso della descrizione mediata dalla percezione emozionale, è vero, forse preché in effetti ritengo che quello che veramente vediamo e capiamo del mondo è molto più legato al modo in cui lo sentiamo che a quello in cui potremmo semplicemente vederlo. Qualificare un oggetto come io lo recepisco è il modo per dire al lettore come quell’oggetto esiste nelle mie pagine.

C’è tanta indagine nei tuoi libri, ma sembra un’indagine interiore prima che reale. È così?
Credo che ogni indagine, ogni ricerca sia prima interiore che relativa ai fatti. Fatti che possono anche venir influenzati proprio dalla percezione interiore. Questo principio che mi muove l’ho imparato e lo riscopro quotidianamente nei miei riferimenti letterari, che sono quelli che mi hanno indirizzato e nei quali il mio modo di scrivere trova riscontro, si rispecchia e di cui continua a nutrirsi. Henry James e il suo Giro di vite sono stati fondamentali per me. Ma anche il modo di raccontare di Natalia Ginzburg e Alice Munro.

Sappiamo da quello che hai detto in altre occasioni che sei legata alla scrittura già da quando eri molto giovane: come funziona il tuo processo creativo?
Il mio è un tipo di scrittura ̶ lo era prima e lo è tuttora ‒ che non solo racconta di un universo emozionale, ma crea con lo stesso principio, è l’emozione il motore della scrittura. C’è chiaramente un metodo che subentra all’ispirazione per trasformare le idee e il pathos in un vero e proprio lavoro, ma la voglia di scrivere e anche lo stile che chiaramente ne risente è totalmente spinto dall’emozione, ogni parola viene prima dall’ascolto di quello che mi viene da dentro.

Sebbene i personaggi maschili siano ben presenti nei tuoi libri, e ben sfaccettati, è sempre una donna ad essere la protagonista. Pensi che la presenza femminile più di quella maschile possa farsi tramite di questa emozionalità?
Esattamente. È per questo che le mie protagoniste sono donne, anche se gli uomini sono figure importanti e determinanti molte volte, è la donna che è la perfetta interprete del mio modo di percepire il mondo. Un modo sentimentale, introspettivo, che percepisce il mondo come un’estensione dei proprio pensieri. Non che l’uomo non abbia una sfera emotiva rilevante, ma mi sembra che la versione più interessante dell’emozionalità maschile sia quella legata al combattere, al manifestarsi delle emozioni in lotta con il mondo, o almeno di relazione non unitaria ma di contrapposizione.

I tuoi lettori oltre ad essere rapiti dalle tue trame avvincenti, sembrano essere molto legati proprio al tuo modo diretto, empatico con il quale parli loro. Che rapporto hai con il pubblico al di là della pagina? Come si è modificato con il tempo e la fama?
Nonostante gli anni che passano, la fama o i premi, il mio rapporto con i lettori rimane quello che ho sempre pensato debba essere, un rapporto fraterno, amicale. Parlo nel modo diretto che userei con un familiare, cercando di mettere meno filtri possibili, e i lettori lo sentono, fuori dalle pagine, ma anche dentro, dove cerco sempre di instaurare più dialogo che riesco con loro. Credo che in un circolo virtuoso questo atteggiamento sia concausa del successo che i miei libri hanno avuto e hanno.

E ora? Hai già qualche idea che stai sviluppando? Qualche progetto?
Per ora devo fermare la mia smania creatrice, perché è il momento tanto temuto da ogni scrittore di posare la penna e dedicarsi alla promozione. Dopo il parto di un nuovo libro è obbligatorio accompagnarlo, e prodigarsi per assicurargli la presenza nel mondo. Quindi vedrò di frenare un po’ l’arrovellamento dei miei pensieri e dedicarmi a questo.

Che romanzo è Entra nella mia vita?
Ho immaginato il mio romanzo come un film di Hitchkock, Gli uccelli. Mi ha sempre colpito la scena in cui la protagonista, nella sua perfezione, continua a comportarsi come se niente fosse mentre alle sue spalle si sta preparando una scena terribile. Ecco, Entra nella mia vita per me è un poliziesco, un thriller senza spargimenti di sangue. Il che è ancora più coinvolgente. Veronica, la protagonista, sa cose di Laura che Laura non conosce. Laura, dal canto suo, non sa che quando incontrerà Veronica la sua vita crollerà. Mi sono divertita a creare questo dislivello di consapevolezza tra le due e mi sono divertita a osservare Veronica mentre scopre cose che Laura non può minimamente immaginare.

A proposito del mestiere di scrittore, tu come hai iniziato?
Questa è una bella domanda! Beh, innanzitutto devo dire che la mia famiglia è stata sempre molto drammatica, anche quando bisognava cambiare una lampadina! Quindi una parte della mia ispirazione la devo a loro. D’altro canto, da bambina avevo quella che voi chiamate tata. Era cieca, o meglio ipovedente, riusciva a vedere solo le sagome. Il mio compito quindi era descriverle tutto ciò che ci circondava e mi divertivo a infarcire di elementi inesistenti ciò di cui le parlavo. Questo mi ha aiutata molto, perché quando menti la menzogna va rivestita di verità e in fondo è quello che succede con la scrittura. Chiaramente una volta ho esagerato e, descrivendo un paesaggio (eravamo in piena estate) dissi alla tata che c’era la neve! Ecco, lì mi ha smascherata!

Torniamo al romanzo: che ruolo ha l’amore e che rapporto ha con il tuo chiaro riferimento all’attualità?
Si tratta di un romanzo pieno di sentimenti. I personaggi agiscono tutti per amore, lottano per amore. Bisogna vedere poi cosa ci fanno, con l’amore. Cosa ci fa Veronica? Poi, come giustamente dicevi, c’è l’attualità. L’amore spesso si scontra con l’avidità e la cupidigia, in un contrasto tra la fiducia e la sfiducia. Mi ha ispirata la questione dei bambini rubati tra gli anni ‘70 e ‘80. Un riflesso del tempo che stiamo vivendo in cui i sentimenti e la lealtà si scontrano con il malessere e la sfiducia. Solo l’amore può fronteggiare tutto questo. Ed è quello che succede in Entra nella mia vita.

I LIBRI DI CLARA SÁNCHEZ


 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER