Intervista a Claudio Vergnani

Claudio Vergnani
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Una nebbiolina insistente regala a questo crepuscolo modenese un sapore di umida inquietudine. Sotto i portici di piazza Grande le luci dei lampioni luccicano come supernovae ma sembrano esitare a illuminare la figura imponente che in spolverino nero punta dritta su di me. Fossi un vampiro probabilmente un filino di paura di questo scrittore che ha scelto di raccontare le avventure di una posse di modenesi a caccia di succhiasangue ce l'avrei. Ma per fortuna sono solo un modesto Mangialibri che non ha paura di intervistare nessuno, e quindi scribacchio su un taccuino spiegazzato le risposte di Claudio alle mie domande davanti a un Lambrusco di Sorbara. Vi risparmio i doppi sensi sul colore rosso rubino del vino per questa volta, dai.

Quanto sono lontani i tuoi vampiri dai teenager da soap della saga di Twilight? E non ti pare che l'archetipo del vampiro - che per la mia, la tua generazione e quelle precedenti era un fascinoso signore in smoking o tuttalpiù sfoggiava la pelata di Klaus Kinski - sia ormai mutato per sempre nell'immaginario collettivo?
Non credo per sempre. Solo la morte e i diamanti sono per sempre. Anzi, prevedo che molto presto – stanchi del loro attuale ruolo di cicisbei a stelle e strisce – i nostri amici si rifaranno sotto più feroci e assetati che mai. Sono archetipi. Di recente Franco Pezzini (Cercando Carmilla, The dark screen) mi ha spiegato che nei sogni di ogni bambino ci sono da sempre  un vampiro e una bicicletta. Concordo.
 
Grimjank è davvero un vampiro lontano dai cliché, no?
Credo. Spero. L’intenzione era quella. Comunque, per una conoscenza più approfondita, rimando al bel racconto di W.T. Webb.
 
I riferimenti a te stesso, a persone (e a luoghi) che fanno parte della tua quotidianità è trasparente nel cast de Il 18° vampiro. Questo ha in un certo senso modificato la percezione della tua realtà? Insomma i paesini intorno a Modena ora ti fanno un po' più paura?
No. Ho paura di un’infinità di cose, come tutti. Tremo ad esempio quando vedo un politico apparire in tv per fabbricare con espressione compunta le sue bugie. Ma non temo i paesini. Meno che mai quelli che io stesso ho dotato di mostri.
 
Il punto di forza dei tuoi personaggi - scusa il bisticcio - è proprio la loro debolezza. Non ti è pesato nemmeno un po' rinunciare a qualche scazzottata alla Blade?
No, no, anzi. Trovo le scazzottate cinematografie meno di un balletto quando sono realizzate bene, e molto più di una cazzata quando tentano di essere realistiche. Un pugno in faccia può uccidere. Meglio tenerlo a mente. Sennò si rischia di cadere dalle parti del western all’italiana, dove una girandola di pugni non provoca nemmeno una goccina di sangue.
 
Quali sono i vampiri della storia della letteratura e del cinema ai quali sei più affezionato?
Per la letteratura probabilmente  proprio il Grimjank di Webb, cui ho cercato di fare un piccolo indegno omaggio utilizzandone il nome per il personaggio del mio libro. Per il cinema, pur con tutti i suoi evidenti difetti, direi "Vampires" di John Carpenter.
 
Stilisticamente parlando invece gli autori ai quali fai riferimento?
Mah ... tutti e nessuno. Quando scrivo cerco di immaginare ciò che mi piacerebbe leggere. E procedo in tal senso. Poi è ovvio che – volenti o nolenti - le influenze si facciano sentire. E allora dico Wilson e – con grande deferenza – Chandler. Come diceva il poeta argentino Borges, i libri finiscono sempre per parlare di altri libri. Che non è un male, se i libri sono quelli giusti.
 
I libri di Claudio Vergnani

 

 

 

 
 
 
 
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