Intervista a Colm Tóibín

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Il Premio Von Rezzori 2019 offre ancora una volta l’occasione alla città di Firenze (e a noi di Mangialibri) di incontrare gli autori più importanti del panorama letterario contemporaneo. Colm Tóibín è uno dei più grandi scrittori viventi, nonché uno dei miei autori preferiti, uno di quelli per i quali non riesco ad aspettare l’uscita italiana di un libro: se lui pubblica io devo leggere, subito. L’intervista è stata l’occasione per me di togliermi un sacco di curiosità personali e mi scuso sin da ora se alcuni dei testi pubblicati in Italia da questa chiacchierata sono rimasti fuori mentre altri, da noi inediti, vi hanno trovato spazio.




Quando pensavamo che tutto ormai fosse stato detto e scritto sui tre semidei della letteratura Irlandese, tu pubblichi un libro che fa luce sul rapporto che Yeats, Wilde e Joyce avevano con i loro padri. Puoi dirci come ti è venuta l’idea?
Ho cominciato con leggere le lettere del padre di Yeats dall’America ed erano così scorrevoli, sagge, intelligenti, originali che ho pensato di scrivere una biografia di questo padre, perché era un uomo interessante, affascinante. Quello che gli premeva era la saggezza, l’originalità; era un uomo a cui premeva la vota dello spirito, che non temeva la follia, era un artista ma non è mai riuscito a finire un quadro. All’età di 68 anni andò a New York, gli piacque e non tornò più indietro, ci visse gli ultimi quindici anni. Sono dunque partito da lui e poi è nato l’interesse per gli altri due.

Questo titolo vuole creare una sorta di affiliazione ideale tra loro e Byron, per il quale l’espressione era stata originariamente coniata?
Oh, no, nessuna relazione con Byron, ho solo rubato il titolo perché ben si adattava a tutti e tre. Erano davvero pazzi, cattivi e pericolosi. Il padre di Joyce aveva tutte e tre le caratteristiche, il padre di Wilde era forse solo cattivo e come ti dicevo il padre di Yeats era un po’ matto.

Nel libro racconti l’episodio simpatico di come tu ti sia imbattuto nel nipote di Yeats. Quanto è stato difficile seguire le tracce degli altri due protagonisti?
Ho riletto tutti i lavori di Joyce, cercando ogni singolo passaggio in cui parlava del padre. Come sempre, per un lavoro di scrittura la vera sfida è starsene in casa a leggere e poi scrivere. Era l’unico modo in cui potessi affrontare questo lavoro. Per fortuna era inverno e non avevo altro da fare! Conoscevo il materiale di Wilde molto bene, ma non avevo mai letto i libri di viaggio di suo padre, che ne ha scritti tre sui suoi viaggi in Tunisia e Algeria, per cui li ho letti nello stesso periodo.

Nora Webster è forse il tuo libro più personale; la perdita di Nora richiama forse la morte di tuo padre. Che rapporto hai avuto con lui? Era anch’egli un “male necessario”?
Hai ragione sul fatto che Nora Webster sia un libro estremamente personale. In realtà, però, io non ho quasi avuto un padre, è morto quando avevo dodici anni e si era ammalato quando ne avevo otto; questo tipo di relazione è mancata completamente nella mia vita, per questo ho voluto analizzarla, vedere come le altre persone, a partire dai tre importantissimi autori di cui parlavamo prima, la vivessero, come vivessero soprattutto le difficoltà di una relazione padre-figlio.

La morte, così come la memoria, sono temi ricorrenti nelle tue trame. Qual è il tuo rapporto, da emigrato, con il passato e la memoria?
Ciascuno di noi è la propria memoria, non è nient’altro. La tua memoria sei tu, hai solo la tua esperienza e se la tua esperienza è la perdita e se sei uno scrittore che, come me, vive in molti posti, senza averne scelto uno in particolare (Stati Uniti, Spagna, Irlanda), anche questa perdita e questo girovagare finiranno per far parte del tuo bagaglio; ti daranno una prospettiva diversa, che talvolta inganna e talvolta risveglia la memoria. Può accadere che arrivando in Italia dall’Irlanda dopo anni, ti colpisca ci sia un odore che non sentivi da anni e che magari risvegli un ricordo; può accadere lo stesso quando incroci una persona per strada che non vedevi da anni. La memoria funziona così, per impulsi, ma se sei uno scrittore la memoria è il tuo patrimonio, è qualcosa di molto ricco, che spesso si nutre anche di immaginazione. Se sei uno scrittore spesso le immagini che crei prendono il posto dei ricordi. Prendi Nora Webster, ad esempio, mia madre non aveva una bella voce, ma al libro mancava qualcosa, così ho immaginato come dovesse essere vivere in una città di provincia e avere una voce da mezzo soprano.

Ci sono alcuni archetipi dai quali sembra che la letteratura irlandese dell’ultimo secolo non possa prescindere: la miseria, l’emigrazione, la politica. Tu hai affrontato i primi due già nel primo libro, Brooklyn, e hai lasciato il terzo per Fuochi in lontananza. Quanto di deliberato c’è stato in questa scelta?
La scelta è stata motivata dal fatto che la politica avrebbe rovinato Brooklyn, che era la storia di una ragazza semplice, le avrei caricato addosso un fardello troppo pesante se le avessi affidato anche opinioni politiche o filosofiche. Il libro avrebbe perso il suo spirito, il senso di ciò che volevo raccontare, ossia la vita in un Paese diverso, i costumi americani, la sua lontananza da casa. Ho deliberatamente scelto di non trattare di politica in quel libro, ma, di farlo nel successivo perché il protagonista è un giudice, vive in un Paese molto conservatore ed è chiamato giudicare su questioni complesse, difficili. La mia ispirazione per quel libro è stato il film Il conformista di Bertolucci, che racconta di un uomo il cui istinto lo porta sempre a stare a metà, a non schierarsi né a destra né a sinistra. Hai assolutamente ragione sul fatto che Fuochi Lontani sia un libro politico, ma la cosa a quel punto non mi preoccupava perché avevo un protagonista, il giudice, che poteva sopportare il peso che gli mettevo sulle spalle, l’ho calato in un ambiente in cui conosce molti politici, pensa molto alla politica e questo non disturba in alcun modo la trama.

Di recente è uscito un tuo articolo semi ironico su come hai vissuto le conseguenze di una diagnosi di cancro al testicolo. Quanto è stato difficile mettere per scritto qualcosa di così personale? Cosa ti ha fatto decidere di offrire letteralmente le tue palle al pubblico?
(Risponde con una risata roboante, poi si fa serio) Avevo promesso che non lo avrei fatto. Si è trattato di un’esperienza molto, molto, molto difficile e niente che io abbia letto la descrive per ciò che realmente è. Facevo chemioterapia per una settimana, poi ne avevo due di riposo, poi ricominciavo, questo per quattro volte. Le cose peggioravano sempre più, non si trattava solo di una cosa fisica, era ma un decadimento totale: non assapori più nulla, quindi perdi peso, poi inizia la depressione che è terribile, ha un che di fisico, non riesci più a leggere, a guardare la tv, a dormire, ad ascoltare la musica. Non riesci a fare assolutamente niente e questa cosa per me è andata avanti per quattro o cinque mesi. Mi ero promesso che non avrei scritto nulla di tutto ciò: non erano affari di nessuno! Non avrei scritto uno di quei terribili pezzi su “la mia battaglia col cancro”. Poi mi è venuta in mente una frase, comincia sempre con una frase, e la mia diceva “È iniziato tutto dalle mie palle”. Ho trovato un tono che non fosse di autocommiserazione e non fosse di celebrazione della lotta. Lottare contro il cancro è un’idea folle. Non c’è nessuna lotta, tu ti limiti a startene sdraiato sulla schiena, chi lotta, forse, sono i dottori o le infermiere, ma, di certo non tu. In questo spirito ho continuato a scrivere il pezzo, che diventava sempre più lungo, poi l’ho spedito alla London Review of Books, ma non ero certo che avesse senso e che lo avrebbero pubblicato, ma ne sono stati entusiasti e l’hanno pubblicato nella sezione open della rivista, quella ad accesso gratuito, per cui moltissima gente l’ha letto e ora mi identificano, mi fermano dicendo “Ehi, ma tu quello delle palle!”.

I LIBRI DI COLM TÓIBÍN



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