Intervista a Daniel Speck

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Per una volta, con uno scrittore straniero (tedesco di Monaco di Baviera), non si ha bisogno dell’interprete: Daniel Speck parla benissimo l’italiano perché in Italia ha vissuto per alcuni anni, a Roma nello specifico, dove ha frequentato l’Università La Sapienza. Chiacchierare con lui al telefono quindi è doppiamente piacevole.




Ma allora hai collaborato anche alla traduzione in italiano dei tuoi romanzi?
Sì, ho collaborato, nel senso che ho letto la traduzione, ho fatto dei commenti, ho corretto qualcosa, però non li ho tradotti io, c’è sempre stata una traduttrice e anzi per il mio romanzo Piccola Sicilia le traduttrici sono state due che hanno fatto un lavoro fantastico, sono state davvero bravissime. Quindi io ho letto tutto quello che hanno fatto, forse ho cambiato qualcosa e l’ultima versione è stata quella con la correzione definitiva di Grazia Rusticali di Sperling & Kupfer.

E, visto che sei uno sceneggiatore, ti sei occupato anche della sceneggiatura della fiction girata in parte anche in Italia che la Rai ha già messo in onda, tratta da Volevamo andare lontano, il tuo primo romanzo?
Sì, sì, ho scritto la sceneggiatura e comunque poi è stata cambiata un po’, perché c’erano altri colleghi che hanno fatto delle correzioni e apportato delle modifiche.

Scrivi per mestiere, sei uno sceneggiatore, uno scrittore, un autore di successo. Qual è la tua fonte di ispirazione per le tue storie che immagino siano tante?
Sì, hai ragione, ah ah! Direi che la mia fonte di ispirazione sono i problemi del presente. Nelle mie storie cerco sempre di andare alle radici di ciò che viviamo nel presente, perché non possiamo capirlo senza capire il passato. Quindi per Volevamo andare lontano volevo un po’ capire qual era il passato della relazione fra Germania e Italia, com’è nata questa Europa che abbiamo oggi, dopo la guerra. In Piccola Sicilia mi sono interessato, invece, a come le culture diverse, tipo la nostra cultura, l’Islam, il Giudaismo possono vivere insieme e come hanno vissuto insieme in passato. Ho trovato un tempo, gli Anni Quaranta e un posto, il quartiere italiano di Tunisi, dove queste tre culture hanno vissuto veramente in grande armonia, vicine, hanno fatto le feste insieme e si sono veramente sentite come in un mosaico dove tutto appartiene all'insieme.

Diversamente da ciò che succede oggi, insomma...
Beh sì, diversamente, perché oggi viviamo un altro discorso. Ma io volevo appunto capire dove sono nati questi problemi. Ovviamente c’è un certo parallelismo tra oggi e gli Anni Quaranta nei quali abbiamo quel quartiere che non ha ancora vissuto la guerra e a un certo punto, nel 1942 c’è l’invasione dei tedeschi e degli italiani che occupano la Tunisia. Questi due alleati dell’Asse da qui cominciano a fare una politica di conquiste. Dividono e separano gli ebrei dagli altri e da qui comincia proprio tutto e nel libro volevo raccontare un po’ che cosa è successo all’epoca, ma anche la storia vera delle persone che, in questo brutto periodo, sono state veri e propri eroi, perché hanno salvato altre persone. E quelle citate sono storie vere, accadute realmente come le ho descritte nel romanzo: nello specifico quella del soldato tedesco che salva un italiano della Resistenza, altrimenti sarebbe stato ucciso dalle SS e la storia dei suoi genitori italiani che qualche mese dopo salvano la vita dello stesso soldato tedesco. Si tratta di una bellissima storia che nessuno ha ancora scoperto e scritto. Quando ne sono venuto a conoscenza ho capito subito che ne dovevo fare un romanzo.

Daniel, tu hai detto: “Scrivo di famiglie per raccontare il mondo”, ma pensi davvero che in questi microcosmi ci sia davvero tutto quello che c’è da sapere?
Ma, io penso che la famiglia sia il mondo ideale per raccontare la grande storia in un romanzo. Certo, ci sono anche i libri storici, però se tu ci scrivi un romanzo, puoi veramente ampliarla scrivendo delle persone, dei loro legami, dei loro rapporti, delle loro emozioni e di come sono influenzate dalla grande politica. Perché la famiglia italiana che descrivo in Piccola Sicilia ha i suoi problemi e ha anche i suoi segreti che non hanno nulla a che fare con la guerra, ma quando la guerra arriva, quando il figlio si deve nascondere, quando il padre va in prigione, tutti i problemi che la famiglia ha, sono messi in evidenza e la famiglia stessa non può essere più quella che era prima che tutto questo accadesse. Quindi la guerra fa del male a questo nucleo di persone perché è a causa di essa che accade tutto quello che c’è nel romanzo: ad esempio il figlio va in guerra in Sicilia, durante lo sbarco degli Alleati che io racconto non come uno storico, ma per come viene vissuto da questa famiglia...

In Piccola Sicilia torna la Germania che è il tuo Paese, l’Italia, ma parte tutto di nuovo da un nonno e da una nipote...
Eh sì, esatto! Perché mi interessa sempre l’influenza del passato sul presente. In Volevamo andare lontano mi ha interessato una nipote che non conosceva la sua famiglia, che non aveva figli, perché aveva paura di metter su una famiglia e che quindi, conoscendo la sua famiglia italiana, comincia a capire e superare questa paura, perché ritrova le sue radici. In Piccola Sicilia c’è un’altra storia, con la colpa di una nipote che pensa che suo nonno sia stato un nazista, perché sua madre le ha raccontato ciò che sapeva di lui, pur se c’era un grande segreto che aleggiava. Ecco, mi interessa come i segreti familiari abbiano un’influenza sulla nostra vita sentimentale. Quando c’è un segreto nella famiglia, ti consuma l’energia, ti mangia tutto e ti cambia qualcosa anche se non ne sei cosciente. Quindi c’è questo segreto del nonno che si è perso in guerra, tutti dicono che si è perso nel deserto e la cosa strana è che lui non sia mai tornato come gli altri nonni, non è né morto, né tornato. Quindi in un modo strano sta vivendo da qualche parte, ma è un enigma, un aspetto oscuro che fa anche un po’ paura. La nipote dai racconti di sua madre si è fatta un’idea su di lui e poi scopre che è partito come soldato nazista, ma poi deve fare una scelta: o stare con quell’esercito nazista o salvare un ebreo. Una scelta che gli cambia la vita e anche l’identità, perché deve assumerne un’altra, non potendo tornare. Questo è un altro tema che mi affascina, diventare qualcun altro, andare in un altro Paese per assumere un’altra identità...

Quest’attenzione verso gli immigrati d’Europa, siano essi italiani in cerca di lavoro, o che scappano dal nazismo da cosa deriva?
In Piccola Sicilia è diverso. Ci sono italiani (toscani, siciliani, ecc.) che si spostano al sud per avere una vita migliore, quindi uno spostamento opposto perché le opportunità stanno nel sud. All’inizio del Novecento si poteva andare in Tunisia e comprare per pochi soldi un pezzo di terreno ed essere indipendente. Era casa tua, sulla tua terra. Il movimento è stato importante e gli italiani hanno dato vita a questo quartiere, chiamato “Piccola Sicilia” che a tutti gli effetti era un quartiere italiano, c’erano più italiani che francesi in Tunisia. Ecco, io volevo raccontare la storia di questi italiani emigrati al sud, anche perché questa è una storia poco conosciuta. Se tu vai oggi a Tunisi è ancora possibile vedere manufatti italiani, le mattonelle della Medina di Tunisi, per esempio, sono state fatte da siciliani, tutta questa arte dei cortili interni con le mattonelle con i fiori, sono tutti disegni siciliani e ci sono case, dove sono andato nella Medina, che sono case siciliane, con mobili siciliani. Anche oggi, se vai, ti parlano italiano, soprattutto i bambini e questo anche grazie alla televisione. Tutto questo mi ha affascinato.

Quindi sei affascinato da spostamenti che non si conoscono...
Esatto, perché le persone si sono sempre spostate, anche se adesso si parla di una crisi. Ma se tu guardi bene la storia, è la normalità: la gente si è sempre spostata, andando ove c’erano altre opportunità. Una gran parte di italiani è emigrata verso l’America e l’Australia e qualcuno è andato invece in Tunisia e in Germania e se ci sono tantissime storie che parlano dell’emigrazione in America (molti film parlano di questo, compreso “Il Padrino”), io volevo raccontare quelle storie che sono poco conosciute, come quelle degli italiani in Africa. Se tu vedi, per esempio, la vita di Claudia Cardinale, anche lei è un’italiana nata nella Piccola Sicilia di Tunisi!

Le tue trame sono sempre particolarmente complesse e ben costruite, come riesci a far in modo che comunque alla fine tutto torni? Quando scrivi, con questa tua capacità di intrecciare così bene le storie, che cosa nasce prima trama o personaggi?
Nascono insieme trama e personaggi, non puoi separarli, perché con i personaggi nasce anche la trama... Piccola Sicilia, per esempio, è cominciata con una storia vera, è tutto partito da lì. È una storia vera di un soldato tedesco che salva un italiano ebreo e poi dei genitori di quell’italiano che salvano la vita del tedesco. Questa è la storia vera sulla quale ho basato il romanzo. Poi ho aggiunto altre storie vere, tipo quelle di musulmani che hanno salvato degli ebrei e quindi qui c’è già, diciamo, il cuore di una trama, c’è già qualcuno che deve prendere una decisione e deve diventare un altro. E da qui nasce un personaggio, nasce un fotografo, un cineoperatore che all’inizio è piuttosto un osservatore, mentre alla fine diventa qualcuno che agisce e fa qualcosa, quindi già da questo nasce la sua trama personale, il cambiamento psicologico di un personaggio a cui aggiungi altre storie, tipo il musulmano (che è il concierge dell’Hotel Majestic, dove si svolge una buona parte della storia) che salva un ebreo, anzi tutta la famiglia. Quindi è tutto uno, trama e personaggi e così, man mano, si costruisce l’intera storia.

È una storia che nasce, quindi, come un mosaico...
Esatto, è come un mosaico, ma che è tutto basato sulla verità, perché per me questo è molto importante, basare tutto su una storia vissuta, vera. Alla fine il personaggio del soldato tedesco è un altro personaggio, perché nella realtà questo tedesco ha salvato l’ebreo, poi ha vissuto nella famiglia di questa persona, per due anni con i genitori, però alla fine è stato tutto un “happy end”, perché sono tutti sopravvissuti, ma nel mio romanzo il vero dramma comincia da qui, perché vivendo con questa famiglia, il soldato tedesco si innamora della figlia e qui nasce il vero problema perché lui è già impegnato in Germania, ma anche la ragazza di questa famiglia italiana ama qualcun altro, quindi lo sviluppo di questo è una mia invenzione con la grande storia d’amore che si svolge nella seconda parte del romanzo. È un’invenzione che prende le basi da una storia vera della famiglia italiana e del soldato tedesco.

Ora che anche Piccola Sicilia sta camminando sulle proprie gambe, al di là delle interviste e dei vari appuntamenti per la firma delle copie, cosa hai in mente? Un nuovo romanzo? Una nuova serie di successo? Una nuova idea?
Per la verità sto già scrivendo il nuovo romanzo che è il seguito di Piccola Sicilia, perché questo romanzo si chiude nel ’45 con una fine aperta, per così dire, non si sa esattamente cosa succede dopo, sì, diciamo una fine aperta e poi lo leggerai e lo leggerete tutti e il mio nuovo romanzo parte proprio da lì, in mezzo al Mediterraneo, su una nave... Racconterà tutta la storia di questa famiglia di oggi...

E noi siamo molto curiosi, ovviamente! Ma... siamo stati seri fin qui, permettimi una domanda “frivola”. Hai una scaramanzia che segui quando scrivi o quando hai un nuovo testo da scrivere, sia esso un romanzo o una sceneggiatura?
No, o forse sì... La mia scaramanzia è viaggiare, visitare quei posti nei quali è ambientata la mia storia e durante questi viaggi trovo sempre qualcosa che per me diventa un simbolo e lo tengo sulla mia scrivania, come un amuleto, un portafortuna. Per esempio, per Piccola Sicilia ho trovato una khamsa, la cosiddetta “mano di Fatima” che è un gioiello d’argento tunisino fatto dagli ebrei. In realtà è un gioiello musulmano che porta fortuna contro il malocchio, ma all’interno di questa mano che è diventata il mio portafortuna, c’è una Stella di David. Quindi è molto interessante perché è un simbolo musulmano con uno ebreo e questo già ti dà il senso delle due culture che diventano una, come racconto nel mio romanzo!

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