Intervista a Daniele Zito

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“Ehm… ciao Daniele, hai poi avuto tempo di dare un’occhiata alle domande per l’intervista?”
“Le domande? Quali domande, non le trovo!”
“Ma se te le ho mandate via Facebook parecchi giorni fa!”
“Giuro, tra i messaggi non ci sono”
“Oddio, forse sono finite nella casella Altri?”
“No, non ci sono neanche lì…”
“Mannaggia, e adesso come facciamo?”
“Mumble mumble”
“Mumble mumble”
“Idea! Potresti rifarmele qui, no?”
“Cazzo, geniale! Eccole”.




Per la figura del libraio protagonista del tuo La solitudine di un riporto ti sei ispirato a qualcuno, o forse più che a qualcuno ad un umore, una diffusa atmosfera da "fine del mondo noto" che si respira in alcune piccole librerie indipendenti?
Antonio Torrecamonica è nato da un desiderio, quello di creare un personaggio “libraio” che avesse una forte connotazione letteraria, ma che di converso non cadesse nei facili cliché del libraio colto o del libraio saggio, strenuo custode e difensore di un sapere che sta scomparendo. Volevo costruire un personaggio a tutto tondo, brutto, sporco e cattivo, difficile da classificare, pieno di sfaccettature e contraddizioni, il cui amore/odio nei confronti di libri, lettori e letteratura orientasse tutta la narrazione, dandole credibilità. A conti fatti, quindi, più che dalle atmosfere, Antonio Torrecamonica è stato ispirato dai librai indipendenti nei quali mi sono imbattuto, dalla loro postura, dai loro gesti, dalla loro visione apocalittica della realtà. Purtroppo, a causa dell'ingresso nel mercato di grandi catene di distribuzione, molte di quei librai hanno chiuso la propria attività. Le loro librerie sono state travolte dall'incapacità di reggere il confronto con le strategie di marketing e di penetrazione del mercato dei concorrenti. Quelle che sono rimaste hanno subito grandi mutazioni. In generale, è cambiata la figura del libraio. Si è evoluta, complicandosi. Dall'organizzazione di eventi all'utilizzo massiccio dei social network, dall'utilizzo di tecniche teatrali per la narrazione dei libri fino al caro e vecchio porta a porta, niente è più come prima. Le librerie sono altro, i clienti sono altro, il modo di approcciarsi al luogo libreria è radicalmente diverso da quello a cui per decenni siamo stati abituati. Officina dei Libri di Cagliari, la Gogol & Co. di Milano, la Marco Polo di Venezia, la Therese di Torino, Kindustria di Matelica e la Controvento di Telese Terme sono tutti esempi di tale tendenza. Dentro esse sta accadendo qualcosa che a me piace molto, ma a cui ancora non so dare un nome. Anche la libreria itinerante di Filippo Nicosia (che da poco ha ricevuto uno dei premi Gutenberg) è un ottimo esempio di libreria mutante che corre per le strade delle nostre regioni. Niente di tutto questo, però, è finito dentro La solitudine di un riporto. Nel mio libro, infatti, ho raccontato un mondo che sta scomparendo. Spero che prima o poi qualcun altro, allo stesso modo, racconti il mondo che sta emergendo dalle sue ceneri.

Condividi l'allarme o pensi che le forme e gli oggetti con cui l'uomo ha raccontato la propria storia abbiano subito ininterrotte evoluzioni dai tempi delle pitture rupestri, registrando di volta in volta lo sgomento e quando possibile la ferma opposizione di alcune categorie( hanno tremato gli amanuensi, poi gli stampatori, poi i librai, poi gli editori e così via) senza però fermare l'ansia di raccontarsi che caratterizza l'uomo e che di conseguenza la digitalizzazione della cultura e la conseguente scomparsa dei piccoli librai, sarà metabolizzata senza grossi traumi?
Non credo né che il libro inteso in senso classico né che le librerie indipendenti scompariranno. Hanno un ruolo, degli appassionati, una storia e uno zoccolo duro di lettori forti che non lasceranno che ciò accada. Ritengo altresì che presto i supporti digitali avranno molto più peso nella fruizione della letteratura. Se penso che cinque anni fa, quando ho comprato il mio kindle, nessuno aveva idea di cosa fosse, mentre adesso mi capita spesso di ritrovarmi in metro, fianco a fianco, con qualcuno che legge l'ultima novità di un grosso editore sul suo e-book, mi rendo conto che, seppur lentamente, questi nuovi supporti stanno prendendo piede e conquistando nuove schiere di lettori. E' anche vero, però, che la libreria, quando fa la libreria, non è semplicemente un luogo in cui comprare dei libri, ma qualcosa di più. Bene: quel di più è il libraio. Si torna sempre lì: senza i librai, le librerie indipendenti sarebbero soltanto una lunga sequenza di scaffali con sopra dei libri. Stop. Dunque finché non troveranno il modo di automatizzare i librai, c'è ancora qualche speranza.


Mi è piaciuta molto la trattazione della follia, una sorta di coperta morbida, avvolgente e ignifuga che protegge il protagonista dalle avversità e dalle ostilità esterne. Pensi che la follia sia l'ultima difesa contro la stereotipizzazione? Il solo modo per esprimersi, il grido dissonante e cacofonico?
Più che follia, nel caso del mio protagonista, parlerei di radicalità nell'accettare la falsificazione come unica via di fuga. Mi spiego meglio: Antonio Torrecamonica è un uomo che a cinquantotto anni suonati si innamora per la prima volta di un libro. A partire da quel momento inizia una lunga fuga verso quel che lui considera libertà. Durante questa fuga, egli accetta gradi sempre maggiori di falsificazione della realtà che lo allontanano dal normale percorso delle cose e lo portano lontano, sempre più lontano, là dove nessuno potrà raggiungerlo. La genialità e la follia di Antonio stanno entrambe in questa sua radicale ricerca della menzogna come via di fuga. E' l'ultimo baluardo che gli rimane contro il rumore della realtà, l'unico di cui conosce profondamente il meccanismo avendo passato metà della sua vita in manicomio, l'unico di cui si fida. Per questo lo usa e, in qualche caso, ne abusa.


Ovviamente la caratterizzazione dei tuoi personaggi è molto interessante, a partire dai nomi, ci dai un'idea del perchè li hai scelti?
Antonio Torrecamonica è l'unico dei personaggi il cui nome è rimasto tale e quale dal primo giorno in cui ho messo mano a La solitudine di un riporto. Tutti gli altri hanno avuto vita travagliata. Volevo che caricassero di ulteriore senso i personaggi, che ne aprissero in qualche modo il significato. In alcuni casi ho utilizzato citazioni o rimandi. Ad esempio Serracavallo è un omaggio all'Ingravallo Gaddiano, mentre il Vice è un omaggio all'omonimo personaggio de Il Cavaliere e la morte di Sciascia. In altri casi, ho preferito usare una connotazione più che un nome: la Santa, la gigantessa, il Polenta, il Turco sono tutti soprannomi che derivano da sensi figurati legati ai personaggi che si muovono nella narrazione. Per il resto, è stato merito del caso, il migliore degli strumenti a nostra disposizione per prendere delle scelte.


L'unica cosa che rimane poco chiara al termine del libro è la genesi della solitudine di Antonio: era solo anche prima di avere Paolo? Lo diventa quando gli viene strappato? Vuole davvero uscire dalla sua condizione attraverso la creazione di un mondo popolato di voci?
Domanda complessa. Spero di riuscire a rispondere senza svelare troppo della trama. Antonio passa parte della propria infanzia steso su un lettino, accanto a una sua zia santona, aspettando un miracolo che arriva troppo tardi, quando oramai è quasi adolescente. Paolo lo accompagna lungo tutta “la degenza”. In lui, Antonio sublima un'assenza, quella del padre morto. Per questo reagisce così male, quando provano a strapparglielo: perché Paolo è tutto ciò che ha. Ragion per cui, Paolo è intimamente collegato con la solitudine di Antonio e con la sua attitudine alla falsificazione. Potremmo dire che sono quasi due gemelli. Ti lascio con una domanda: secondo te come si chiama il padre di Antonio?

I libri di Daniele Zito

 

 

 

 
 
 
 
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