Intervista a Dario Vergassola

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Chiamo al cellulare Dario Vergassola, noto autore e conduttore di programmi televisivi e radiofonici, un po' intimorita: sarà indaffarato? Sarà gentile? Sarà scorbutico, in barba alla sua vena comica? All'altro capo del telefono trovo una persona estremamente disponibile e cortese, che tra un pranzo al volo, un saluto a Servillo (!) e una chiacchiera con sconosciuti in mezzo alla strada, riesce a farmi ridere svelando parti di sé alla scoperta del suo primo libro.




La ballata delle acciughe è il tuo esordio letterario: come sei approdato alla narrativa, e che cosa c'è di diverso tra la scrittura di un pezzo comico e quella di un romanzo?
Beh, è stato quasi un approdo forzato visto che Mondadori mi ha dato un forte anticipo e García Márquez non era più in circolazione... Scherzi a parte, ho pensato e scritto il romanzo come se fosse il soggetto per un film su un gruppo di “squinternati”, descrivendo un gruppo di amici che, pur con tutti i difetti e le manchevolezze del caso, rappresentano secondo me una buona porzione di umanità. La diversità tra i due tipi di scrittura sta essenzialmente nella lentezza (o nella velocità, a seconda dei punti di vista): con la battuta, il pezzo comico, punti tutto sulla rapidità e sull'immediatezza (anche dell'effetto), mentre con il romanzo hai più tempo per costruire la storia e i personaggi. Insomma, con la narrativa mi sono lasciato andare: per me che sono abituato a parlare molto, e molto velocemente, prendere tempo è stato rilassante.


Hai avuto qualche timore nell'approcciarti alla narrativa, magari la paura di “non essere preso sul serio” data la tua lunga carriera da comico?
Sì, il timore di fare una brutta figura: ho temuto e temo tutt'ora che possa essere percepito come il libro di un comico e dunque, di conseguenza, essere in qualche modo sminuito. Anche se non sembra sono molto timido, e quando mi ritrovo a dover scrivere qualcosa di “serio” provo un fondo di vergogna, sono reticente, e cerco sempre di dare una chiusa “ironica” che equilibri il tutto. Comunque sì, la paura che passi come un libro comico o il libro di un comico c'è ancora, ma le reazioni di quelli che lo hanno letto mi confortano: gli uomini si divertono, sì, ma le donne si commuovono.


La ballata delle acciughe è una dichiarazione d’amore, prima di tutto alla Liguria, tua terra d’origine: quanto sei ancora legato alla regione? Cosa ti porti dentro di quei luoghi, e cosa non sei riuscito a trovare da nessun’altra parte?
Ho viaggiato molto e girato l'Italia in lungo e in largo: è un paese che amo, con le sue bellezze e i suoi luoghi magici. Alla fine, però, torno sempre a casa, anche se devo fare 300 km dopo una serata: il legame con i luoghi in cui sono cresciuto è ancora fortissimo, senza contare quello con gli amici di un tempo a cui sono molto affezionato... si finisce, ad un certo punto, per diventare quasi parenti, e si cerca sempre e comunque di prendere il meglio da ciascuno, perché in certi posti ci sono sempre buoni ingredienti (le persone), che fanno una buona cucina. Di La Spezia, città dove sono nato e cresciuto, mi manca sempre il mare, quando vado via, e quando posso torno nei posti dove facevo il bagno da piccolo: con alcuni amici, ad esempio, andiamo qualche volta in giro con una barca che si chiama Pelandrona. Forse quello che non sono riuscito a trovare da nessun'altra parte sono proprio le persone con cui sono diventato grande, coloro che rendono certi luoghi speciali.


Questo primo romanzo, in bilico tra ironia e nostalgia, ruota attorno al mitico bar Pavone: rimasto fermo agli anni Settanta, è un luogo in cui tutti possono sentirsi a casa. Quale ruolo ha avuto nella tua “formazione” il bar del quartiere? Pensi che per le nuove generazioni sia ancora un punto di ritrovo, o il “loro” bar è diventato oramai il mondo intero?
Il bar Pavone ha chiuso da tempo, e quello che ha preso il suo posto ora si è riempito di slot-machine che rendono tutto squallido: si è trasformato in un luogo che ha perso il carattere di un tempo. Così come i ragazzi di oggi non assomigliano più ai ragazzi che noi siamo stati: se ne stanno chiusi nelle loro camerette, sempre connessi con il mondo, e hanno finito per perdere il gusto del racconto, delle gesta epiche compiute (un concerto, una vacanza, un amore) e vissute per condividerle poi con gli amici, vis-à-vis. Adesso, nella nostra epoca, tutti comunicano molto, ma lo fanno nella solitudine più totale, in un isolamento fatto di connessione continua che fa perdere il contatto quotidiano.


Nel libro racconti molto bene le dinamiche della vita in provincia: oggi, nell'era della socializzazione continua, della condivisione perenne, qualcosa delle piccole realtà è perso per sempre, o la “provincia” ancora possiede un carattere ben definito?
Qualcosa della “provincia” è sopravvissuto ai cambiamenti dei tempi moderni, perché è lì che ci sono ancora i luoghi di formazione per eccellenza (come i bar), ma l'arrivo e la diffusione di Internet ha sicuramente cambiato le cose. Di sicuro è rimasta la voglia di andarsene da certi piccoli luoghi, per sentirsi meno provinciali, per andare a toccare con mano e scoprire di persona quello che si è conosciuto e visto solo attraverso lo schermo di un computer. Così come è rimasta, secondo me, la voglia di tornare negli stessi piccoli luoghi da cui tutto comincia, perché solo allontanandosi e scoprendo altro si può tornare a casa senza sentirsi “sfigati”, ma anzi, apprezzando tutto quello che si ha.


Infine, un'ultima domanda: c'è nel libro una descrizione molto bella e commovente dell'incontro tra il cane Manicomio e il suo padrone. C'è stata nella tua vita un'esperienza del genere con un animale? Sembri conoscere molto bene i mille pensieri che si celano dietro lo sguardo di un cane!
C'è stata e c'è tutt'ora! Penso al cane di mio padre, Argo, un animale così intelligente da attraversare sulle strisce ma così sfortunato da incontrare qualcuno che lo prese sotto e lo buttò nei secchi della spazzatura. Adesso, invece, c'è un vero Manicomio nella mia vita! Mio padre ha regalato a mia figlia un cagnolino, preso dal canile, con la corda rotta e i segni di una vita non facile negli occhi: dopo essere arrivato a casa e dopo aver urlato come un pazzo per farsi notare ha dormito per due giorni, finalmente sereno e tranquillo. È diventato, ovviamente, il cane di casa (e della famiglia), anche se con mio padre ce lo dividiamo: quando è lui a portarlo fuori e capita che ci si senta al telefono, alla fine mi passa anche Manicomio!

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