Intervista a David Riondino

David Riondino
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Ci sono autori che difficilmente si prestano ad una definizione unica: David Riondino è musicista, è attore, è cantastorie... Il suo legame con le parole è quello con il loro ritmo, con la cadenza dei racconti popolari. Con le persone con cui le opere si creano. Ne abbiamo parlato nel giardino di Palazzo Ducale a Mantova, durante il Festivaletteratura.




Tu hai una fisionomia artistica molto varia. Sul tuo sito ufficiale la sezione bibliografica non è intitolata “libri” ma “parole”...
Beh, “Parole” è più generale per definire sia libri che canzoni. Anche perché poi ci sono fotografie, forme sceniche come spettacoli, musiche, video... e quindi per quanto riguarda la parte “parolesca” è giusto mettere i libri tra le “Parole”.

 


Le parole sono anche quelle che si scambiano con qualcuno. Anche le tue collaborazioni sono moltissime e molto varie...
A me piacciono molto i lavori condivisi. Io, poi, ho anche una vocazione abbastanza gregaria, complementare. Secondo me se siamo così tanti un motivo ci sarà. Se sono stati fatti bipedi molto simili in così gran numero, grosso modo il suggerimento è che da soli non ce la si fa: d'istinto hai anche l'idea dell'interazione, di condividere. E a me piace, perché mi diverto abbastanza a inventare delle cose con qualcuno, qualcuno con cui parlare. In genere, poi, le invenzioni nascono in contesti in cui c'è una terza cosa tra te e il collaboratore: la mensa o il mare, oppure il viaggio, oppure il sentimento -  ma in genere con le cose sentimentali si crea poco con la musica, si creano altre cose. Però se devi immaginare un libro, un racconto, una canzone, uno spettacolo, un tono, un approccio alla realtà... è una cosa chimica che si fa non sempre da soli, ma che ha bisogno di una condivisione. Alla fine, la parte tecnica della scrittura è quasi secondaria rispetto a quello che si crea col partner nell'affinità e nella simpatia che creano un modo di guardare il mondo.


E un altro incontro è quello tra musica e testo, tra immagini e testo, no?
Lì ci sono discipline diverse che si vanno a incontrare. Nel mio caso, per esempio con Milo Manara, c'è un sodalizio che è piuttosto antico e che già capitò con un disco, molti anni fa. Lui illustrò una trentina di pagine, che erano le canzoni e una storia che le accompagnava. Le canzoni, peraltro, nella loro forma grafica - e in questo caso anche il nostro libro Il trombettiere, che è scritto in decime - sono già un calligramma, sono già molto vicine al disegno. Io, mentre scrivevo questa cosa che è tutta scritta in strofe, è una ballata, immaginavo i disegni di Manara, un po' come i cantastorie immaginano i tabelloni.


Anche Il trombettiere nasce da un dialogo? Come funziona, nel concreto?
Io questa storia l'ho raccontata a lungo. Abbiamo fatto i primi due capitoli molto velocemente, poi ci siamo fermati un paio d'anni: ho voluto aspettare per far tutto con questi disegni. E' un bel monumento anche a una relazione, a un'amicizia. Io ho la fortuna di immaginare quel tipo di tratto, che è quello di un artista molto bravo che è anche un mio sodale, un amico. Sono alleanze che si creano sul campo, incontri che si fanno perché probabilmente si va dalla stessa parte: siamo andati dalla stessa parte per un certo periodo, e continuiamo ad andarci, immagino. Io ho sempre avuto collaborazioni, mai suggerite da nessuno, incontri, per certi versi affinità necessarie.


Parlavi delle strofe, e della loro forma grafica. Ma è attuale un'opera in metrica?
E' curioso che sembrino inattuali delle cose in forma versificata: basta che senti la radio e senti delle forme metriche, basta che ascolti delle canzoni e senti delle forme metriche. Per cui non è perduto nel genere umano il riferimento al racconto attraverso la metrica, attraverso la filastrocca, attraverso la ballata. In questo caso è né più né meno che il tentativo di un ragionamento intorno a un poema epico. Un'epica che si rifondi a partire da queste strutture base del racconto popolare che non sono perdute, che a livello planetario vivono benissimo. Per esempio: nella decima cubana, nella decima messicana, nelle sestine degli argentini... il “Martin Fierro” che è in sestine, che viene eseguito poi con la chitarra, che viene declamato. E' una cosa legata alla musicalità, alla memorizzazione possibile. L'epica porta a questo. A me piacciono molto queste forme di improvvisazione o di lettura, l'esercizio che c'è per far tornare nel metro i concetti e i temi sia psicologici che oggettivi di una storia: come riesci a metterli in dieci versi con tot. sillabe? E' un esercizio quasi matematico che mi diverte, perché dentro quella misura puoi fare degli scarti temporali, dei passaggi di soggetto, di primo piano, di secondo piano, dei colori timbrici della parola, puoi andare per associazione oppure per concatenazione concettuale: tutto dentro queste strutture di dieci. Per certi versi è una cosa che si avvicina molto al disegno, quindi ci sta bene che ci sia un pittore che accompagna questo musicista, in questo viaggio. E' così anche la musica, che dentro una certa quadratura ottiene il massimo di ampiezza, di profondità di campo, di libertà... Il disegno ci sta bene, perché ha lo stesso problema.


L'epica è fatta di metrica e anche di eroi. Che cos'è un eroe?
Prendiamo Il trombettiere: è un antieroe, se vogliamo. Questo Giovanni Martini che vaga da Garibaldi a Cuba sospinto non dalla fede politica, dalle bandiere, ma dalla sfortuna e da una serie di disastri che si immagina combini con delle ragazze. Alla fine diamo l'idea di questo scervellato musicista che viene sospinto un po' come un picaro da un capitolo all'altro: è un eroe malgrado lui. E la domanda è: che eroe esprime il cosiddetto mondo popolare, ciò che non è accademia? L'eroe di quelli che non sono in un'élite, di quelli che non sono interpellati: hanno degli eroi, questi, che non siano solo vittime, che non sia solo Spartaco, o i fratelli Cervi fucilati? Quest'eroe viene cantato ampiamente, e in maniera carsica ogni tanto riappare nella letteratura cosiddetta popolare – anche questo un termine molto vago. Per esempio, Martin Fierro è uno di questi eroi, il protagonista del romanzo gauchesco dell'Argentina. Sicuramente alcune delle figure di Marquez sono questi eroi; Maqroll, il personaggio di Alvaro Mutis, è uno di questi eroi, il gabbiere dell'epopea di amicizia e sventura; e anche Corto Maltese, perché no, è un antieroe in questo senso. Quindi anche quelli che non vincono esprimono ogni tanto delle figure di non partecipanti attivi. Tra questi non partecipanti attivi quello che scelgo io è un musicista, che rappresenta un po' il milite ignoto della musica, come c'è il milite ignoto di tutte le guerre. Ecco, il milite ignoto è un antieroe: è una vittima, per certi versi, ma è anche il protagonista di qualcos'altro: dall'essere ignoto diventa il più ignoto di tutti, nella versione della vittima. Il musico ignoto è il simbolo di tutti questi che vedi suonare nei funerali, nei matrimoni, sulle navi nelle taverne e che sono convinti di appartenere, giustamente, anche loro a un'élite, perché in qualsiasi posto uno tzigano si metterà in relazione con un tamburo del Burundi, mentre tu no. Quest'arte della musica permette delle relazioni al di là della cronaca e della lingua che danno a questi musicisti - anche se sono analfabeti, anche se si sentono a volte inferiori rispetto a quelli che hanno studiato - uno status diverso. Il “musicista” andrebbe studiato meglio, non tanto quello alto quanto questa specie di galleria, e ce ne son tanti... Io non pretendo di raccontarli tutti, ma di trovarne uno che in qualche modo simboleggia certi tratti che ho notato essere ricorrenti.


E seguendo questo carsismo a ritroso nella tua carriera, nella tua vita, c'è qualche eroe a cui sei più legato?
Io non ho mai avuto grandi eroi, a me stanno simpatici questi... Cercando tra le pieghe di questo mondo mi sarebbe piaciuto incontrare Macedonio Fernandez, che nessuno sa chi è ma è il mentore di Borges, quello a cui fa riferimento Borges nella sua costruzione del suo erudito universo folle e che era l'avanguardia argentina degli Anni Venti. Aveva una testa da europeo in un posto dove non c'era niente dell'Europa: non c'era l'industria, non c'era lo Stato come lo concepiamo noi; per cui il filosofo non doveva costruire programmi didattici per le università né rispondere del perché del proletariato, quindi andava come gli pareva. Il presupposto di quella filosofia è “sogno dunque sono”.


Ed eccoci di nuovo al picaresco...
Però erano degli studiosi: Macedonio Fernandez è uno che, oltre a scrivere libri composti di introduzioni ad un romanzo che non c'è mai, lo vedi anche con questa chitarra... Doveva andare a fondare una comune anarchica con il padre di Borges in un'isola del Paraguay, che poi non si fece perché poi il padre di Borges si sposò, appunto, con la madre. Questi tipi di vagabondaggi intellettuali sono molto interessanti. E un altro posto dove avrei voluto stare ad ascoltare è quando Virgilio, intellettuale che però viene ancora da una concretezza artigiana nel poetare, declama ad Augusto l'Eneide. Quello sarebbe stato un momento molto interessante: vedere il poeta e l'imperatore a fronte di un racconto verbale, non mediato da immagini, perché non c'erano, non c'era il cinema. Quella specie di film meraviglioso che è l'Eneide è un capolavoro.


Torni indietro addirittura al mondo classico?
E' formidabile la concretezza del ruolo del poeta nel mondo classico, di Omero come degli improvvisatori che frequento. Alla fine, il materiale più condiviso che c'è tra gli uomini è la parola: non c'è bisogno di strumenti, né di tamburi, né di chitarre né di altro. Il poeta va lì improvvisando con le stesse parole che conosci tu, ma che messe in un'altra maniera fanno diventare vera una cosa, perché la imprimono in maniera che tu quando la ricostruisci la ricostruisci con quelle parole. E' un passaggio da uno a molti formidabile: io, poeta, con queste parole ti racconto un mito e tu grazie a queste parole, al mito che io ti ho raccontato, sai decifrare una sconfitta, una vittoria, una tragedia sentimentale, un suicidio d'amore, una partenza di un'amante… Il poeta ti dà un mito e il mito funziona e ti rimane in mente proprio perché è individuale e in qualche modo universale, è una macchina narrativa in cui ognuno vede il suo, se no non sarebbe un mito.


E tu che mangialibri sei? Cosa ci consiglieresti di provare?
Io leggo abbastanza, ma vorrei avere un po' di tempo per rileggere con più logica, perché sono letture molto disparate, molto diversificate. Questo fatto degli e-book mi piace molto proprio perché posso andare in giro e scaricarne molti, o leggo per la prima volta cose che non troverei: tutta la letteratura dell'Ottocento, Guerrazzi, Salgari... E poi gli scrittori sudamericani, anche contemporanei. Sono simpatici: se uno scrittore sudamericano si mette a scrivere un libro, scrive un libro di settecento pagine ponendosi il problema che mentre scrive cambia strada e racconta che cambia strada: c'è di tutto. La scrittura è ancora in qualche maniera un viaggio privato di un singolo signore che vuole mettere sulla carta un'idea, oppure a dare una forma a qualcosa. Non è un mestiere nel senso del marketing, è un'altra cosa. Ecco perché la loro strabordanza eccessiva li rende noiosissimi però anche simpatici. Ragionevolmente sono libri “sbagliati”, però c'è una passione nello scrivere... e anche un altro modo di leggerli.

 

 

 

 
 
 
 
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