Intervista a Davide Ferrario

Davide Ferrario
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È uno dei registi più interessanti del cinema italiano. Indipendente dal punto di vista produttivo e con uno stile originalissimo. È autore di film importanti come “Tutti giù per terra”, tratto dal romanzo di Giuseppe Culicchia, “Dopo mezzanotte” e “Se devo essere sincera” con Luciana Littizzetto, “Tutta colpa di Giuda” che è stato girato nel carcere di Torino con veri detenuti.  Davide Ferrario è però anche uno scrittore e un lettore appassionato e proprio di questo abbiamo parlato nel corso di una bella chiacchierata avvenuta sulle colline umbre.

Con quale spirito affronti la lettura di un libro? Leggi per il piacere di abbandonarti alla storia, oppure nelle pagine cerchi anche delle suggestioni, magari un’idea o un soggetto per il tuo prossimo film?
Io leggo di tutto, romanzi, saggistica. Mi interessano molti i libri di storia, ad esempio. Poi ci sono libri che leggi nella speranza di trovarci qualche spunto per un film. Al momento ad esempio sto rileggendo per la terza volta un libro di John Berger che si chiama Lillà e Bandiera del quale ho acquistato i diritti e su cui intendo fare un film. Ho una grande passione per questo scrittore che ho anche conosciuto personalmente e da tempo intendevo fare un film su un suo libro e forse questo è il libro giusto. John Berger è uno scrittore di culto all’estero ma poco conosciuto in Italia, mi ricorda un altro grande vecchio: Mario Rigoni Stern, che ho avuto la fortuna di conoscere. Non so se è un problema mio, magari legato al fatto di avere cinquant’anni, ma mi accorgo di avere molta più fiducia nei molto anziani che nei giovani. Per me il punto di riferimento sta nel passato, non nel futuro.

 

A proposito di “padri”, nel saggio di Wu Ming sulla nuova epica italiana, citando David Foster Wallace, a un certo punto si dice “noi dobbiamo essere i genitori”, sei d’accordo?
La mia generazione, quella cresciuta negli anni settanta, ha avuto la fortuna di ammazzarli, i genitori. Il genitore esisteva solo come elemento di confronto e di contestazione. C’era uno spirito che ci differenziava molto dai giovani di adesso. Allora, ad esempio, il precariato esisteva lo stesso, solo che oggi lo chiamano mancanza di garanzie, mentre noi lo chiamavamo libertà. La condizione di disoccupazione, di non avere delle certezze, noi la vivevamo come una grande possibilità, adesso invece viene vissuta come una grande chiusura.

 

Cosa rimane degli anni settanta? Non è riduttivo ricordarli solo come “anni di piombo?”
Mi pare che questi siano anni molto più “plumbei” di quelli. Noi abbiamo avuto la fortuna di essere cresciuti in una stagione in cui si poteva ancora pensare di poter cambiare il mondo. Nessuno, oggi, fra i trentenni e i quarantenni che vedo, pensa di cambiare il mondo, al massimo possono pensare di cambiare la propria vita, ma è molto diverso. Storicamente certi sogni e certe utopie sono andate a finire nel cesso, ma quella forza e quell’energia che circolava allora è un dono che il destino ci ha fatto immeritatamente. Per tornare a Mario Rigoni Stern, quando parlavamo di cosa si può fare per cambiare il mondo, la sua ricetta era molto semplice e radicale, ma alla fine penso che sia l’unica condivisibile: basterebbe che ciascuno facesse bene quello che sa fare, poi quel piccolo effetto può avere delle conseguenze imprevedibili. Mentre ormai si parla soltanto dei grandi sistemi, dei grandi rivolgimenti, ma in questa grandezza si perde il senso dell’individualità e della tua responsabilità nei confronti del mondo in cui stai. Ad esempio la letteratura italiana contemporanea che leggo, mi sembra tenda un po’ troppo a nascondersi dietro a questi grandi pensieri, quando in realtà i grandi pensieri non servono più. Basterebbe dare dei buoni esempi di vita e la vita poi si riflette nelle cose che fai, compresi i libri e i film.

 

Quanto la tua esperienza di regista ti influenza nel momento in cui ti metti a scrivere un romanzo?
Spero poco. La storia di Sangue mio non è mai stata pensata per scrivere il soggetto di un film o per trarne una sceneggiatura. E' vero però che quando scrivo salta fuori una scrittura per immagini. Non so se questo fatto derivi dalla mia esperienza nel cinema o da una mia attitudine, anche se nemmeno i miei film sono molto parlati. Piuttosto la mia esperienza come regista mi influenza in un certo senso del ritmo che mutuo dai miei film.


Infatti più volte hai detto che Sangue mio non sarebbe mai potuto essere un film. Ma, da regista, quale sarebbe la colonna sonora ideale per questa storia?
E' come chiedere a un uomo felicemente sposato se si metterebbe con un altra donna. Posso rispondere dicendo che mentre scrivevo mi ascoltavo Archie Shepp, in particolare il CD intitolato Damn if I know. Un vecchio disco degli anni '60, un blues classico dal ritmo andante. Senza dubbio una musica da viaggio.


Per i protagonisti di Sangue mio hai scelto due nomi importanti per la storia della letteratura: Ulisse e Gretel. Uno fa parte della tradizione epica, l'altro della tradizione favolistica. Secondo te il tuo romanzo è più una favola o una storia epica?
Direi che è l'uno e l'altro. Il libro è strutturato in due monologhi che si alternano, quello del padre e quello della figlia. Ulisse, con le storie che racconta legate al mondo della prigione e della malavita, è l'elemento epico. Gretel invece ha un aspetto più favolistico, legato al quotidiano. Anche se ci sono dei momenti in cui questi due elementi si confondono, anche in maniera molto forte, soprattutto verso la fine. Quindi direi che c'è un po' dell'epica e un po' della favola, anche se nel mio romanzo non c'è un lieto fine.


Ti senti più vicino al personaggio di Ulisse o quello di Gretel?
Sicuramente conosco di più Ulisse perché dieci anni di frequentazione del carcere come volontario mi hanno portato a conoscere meglio quella realtà, anche se molti mi hanno detto che il personaggio di Gretel è più riuscito e devo ammettere che su di lei ho dovuto compiere un lavoro molto più difficile, proprio perché non potevo attingere ad esperienze dirette.


Ma a quale dei due ti senti più affezionato?
Ulisse so a chi assomiglia, per lui ho fatto riferimento a delle persone che ho realmente conosciuto in carcere. Gretel invece è un personaggio di pura finzione letteraria – non c'è stato un punto di partenza nel reale –  quindi forse proprio per questo me ne sono innamorato di più.


Raccontaci di più su Ulisse. Chi è? Perché si basa su persone reali?
Il personaggio si basa su fatti reali. Avevo iniziato a frequentare il carcere come insegnante (dovevo fare una serie di lezioni cinematografiche) ma poi ho capito che dentro quelle mura c'era qualcosa di interessante, così nel 2000 ho iniziato a fare il volontario. Ho capito che il carcere è lo specchio del mondo che sta fuori, ma senza sfumature. In dieci anni (passati prima a San Vittore poi alle Vallette di Torino) ho conosciuto un sacco di facce, ognuna con una storia da raccontare. Fino al 2008 non ho mai pensato che questo bagaglio potesse essere utilizzato in qualche modo poi, sotto la spinta di alcuni detenuti, ho girato un film con loro (“Per colpa di Giuda”). Poi ho pensato che alcune di quelle storie che avevo sentito potessero essere una buona materia narrativa da trasformare in un libro. Ulisse è basato proprio su due persone realmente conosciute in carcere.
 

Hai dichiarato che consideri questo libro il tuo debutto come scrittore, anche se 15 anni fa hai pubblicato un altro romanzo per Longanesi. Dissolvenza al nero, libro molto fortunato, ripubblicato qualche anno fa da Frassinelli. Perché ne prendi le distanze?
Sì, fortunato. È stato tradotto in molti paesi e due anni fa in America ne è stato fatto anche un film diretto da Oliver Parker, con Christopher Walken. Ma per me era soprattutto un esercizio di stile, un noir che funzionava bene come macchina narrativa, ma da cui non mi sento coinvolto come scrittore.

I libri di Davide FErrario

 

 

 

 
 
 
 
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