Intervista a Deborah Willis

Deborah Willis ha l’aspetto delicato della parola “svanire”, titolo tra l’altro del suo esordio letterario. Il suo primo mestiere è stato quello dell’istruttrice di equitazione, il secondo quello di giornalista. Poi è passata a fare la libraia e, infine, ha capito di essere una scrittrice. Alla mia domanda su cosa pensa di fare “da grande” risponde con una risata che è segno dei tempi: il domani non si sa, per ora continua a scrivere e, vista la qualità delle sue cose credo che sia proprio questa la sua strada. L’abbiamo intervistata la prima volta nel 2013, al Salone del Libro di Torino, così è un piacere ancora maggiore incontrarla ancora in occasione di Più Libri Più Liberi 2019 presso lo stand di Del Vecchio, l’editore che ha portato i suoi racconti in Italia, poco dopo la presentazione del suo nuovo libro. Prendiamo posto in un angolino, una sedia e una poltroncina vicinissime, attorno il caos della fiera all’ora di punta. Una domanda tira l’altra, l’intervista diventa una piacevolissima chiacchierata a tre sotto l’ala protettrice di una disponibilissima interprete. Dopo aver letto i suoi lavori e averla incontrata, possiamo affermare che la Willis “parla come scrive”: con voce calma, cristallina, misurata, sa portare qualunque discorso dritto al cuore delle cose.




Per scrivere Svanire, la tua prima raccolta di racconti, ci sono voluti sette anni, per Il buio e altre storie d’amore otto. Un lungo processo, quindi. Cosa è cambiato in tutti questi anni, se qualcosa è cambiato, nel tuo approccio alla scrittura e alla stessa forma-racconto?
Sì, è un processo lungo. Vorrei cambiare per scrivere più veloce, ma è così che mi viene, è così che funziona. Scrivo una prima bozza molto lunga e poi nella fase di editing tendo a tagliare le cose che non vanno bene. Ci sono ogni tanto delle storie che vengono più veloci, che magari richiedono solo qualche settimana rispetto ad altre storie per cui ci vuole molto più tempo. Penso che la scrittura sia quasi come un regalo, per il quale tu devi farti trovare pronto. Devi essere pronto a guadagnartelo, devi essere pronto a scrivere. Per quanto riguarda il rapporto con il mondo dei racconti brevi, sono tre anni che sto provando a scrivere un romanzo e quindi non sto leggendo dei racconti brevi. Non vedo l’ora di poter concludere il romanzo per tornare a leggere ciò che mi pare.

Hai spiegato che in Svanire, la tua prima raccolta di racconti, la tematica ricorrente era venuta fuori quasi naturalmente. Nel caso de Il buio e altre storie d’amore eri già decisa a parlare d’amore o anche questo tema è venuto da sé?
Sì, è stato molto simile. Per quanto riguarda Svanire è stata la mia editor a farmelo notare e poi una volta che me l’ha fatto notare io stessa mi sono accorta del tema ricorrente e allora ho scritto altre storie su quel tema. Per quanto riguarda Il buio e altre storie d’amore il processo è stato simile ma in questo caso me ne sono accorta da sola. Quando me ne sono accorta ero un po’ spaventata perché quando uno si ritrova a scrivere del lato sentimentale è sempre una sfida, però ho deciso di andare avanti proprio perché poteva essere una bella sfida.

Durante la presentazione a PLPL19 hai parlato del racconto Benvenuti in paradiso, di quei dettagli della cucina in cui le protagoniste irrompono ricollegabili ai tuoi ricordi personali. Ci sono nella raccolta altri dettagli, luoghi, personaggi direttamente ispirati a qualcosa o qualcuno della tua vita?
In Benvenuti in Paradiso un po’ tutto il quartiere ricorda il quartiere dove ero piccola, quindi quella cucina è la mia cucina, ma non solo la mia cucina. Un po’ tutto. Un altro racconto che ha elementi che appartengono alla mia vita è Il buio, dove si parla del campo estivo in cui sono andata da piccola in cui ho anche lavorato. Ci sono dei nomi veri, senza il cognome. È successo davvero che i ragazzi prendessero e sgattaiolassero via. Sono dei dettagli che fanno parte della mia vita, che io ho preso e ho rimodificato, spogliandoli dall’elemento emotivo e combinandoli con altri elementi. Ne è uscito fuori qualcosa di nuovo. Spesso capita che io prenda in prestito eventi accaduti realmente e che poi li cambi.

Tra i tanti volti dell’amore che mostri, quello presente in La mia ragazza su Marte mi sembra lasci trapelare l’idea di amore come “saper lasciare andare”. Ti è mai capitato di dover lasciare andare – qualcuno o qualcosa – come atto d’amore?
Domanda interessante. Sì, ho sempre pensato di avere un problema con un certo ruolo all’interno delle relazioni. Alle persone che si ritrovano in una relazione viene sempre chiesto di ricoprire un particolare ruolo. Ho capito con il passare degli anni in un certo senso come amare le persone. Essere cioè in grado di lasciarle vivere la loro vita, lasciare loro il giusto spazio e la giusta libertà. Altrimenti è come tenersi prigionieri a vicenda.

Sembri lasciare un’ambiguità finale nelle tue storie, regalare una sorta di scelta al lettore – penso ad esempio al racconto Uccello di passo. È davvero così? Si tratta di una cosa voluta?
C’è sicuramente qualcosa di ambiguo, però penso anche che le storie non debbano essere troppo ambigue. Deve esserci sempre un certo bilanciamento altrimenti il lettore pensa che lo scrittore sia arrivato a quel punto e poi abbia quasi lasciato stare. Invece no, il lettore deve fidarsi dello scrittore. Quindi in quanto scrittrice lascio al lettore un certo spazio di manovra, però allo stesso tempo voglio dare la quantità di informazioni necessaria per creare nel lettore la fiducia verso lo scrittore, senza però dare troppi particolari. Penso che nella creazione dei miei racconti ci sia in realtà una co-creazione, tra lo scrittore e il lettore.

Tutti i racconti della tua raccolta Svanire ruotano intorno al tema della scomparsa e illustrano quel particolare processo che porta col tempo allo svanire del senso di perdita stesso. Come è nata l’idea di dedicarti a questo argomento?
Sinceramente non ho mai avuto questa idea. Ogni racconto è stato scritto a sé e solo a metà dell’opera mi è stato fatto notare dall’editore l’omogeneità tematica di quello che stavo raccontando. Ne consegue che il libro si compone di due anime: la parte in cui non ero consapevole e quella in cui sapevo cosa stavo facendo.

Spesso quello che esce può anche rientrare nella nostra vita. Una riflessione che non posso far a meno di fare pensando ad alcuni dei racconti di Svanire. Pensi che un ritorno possa essere difficile da accogliere per chi è rimasto o è solo un momento di gioia?
Un ritorno scombussola del tutto l’equilibrio che è stato con fatica ricostruito, è un’emozione altrettanto spiazzante della scomparsa, anche se ovviamente può produrre molta felicità.

Cosa ami di più della scrittura?
La costruzione dei racconti è il mio piacere maggiore quando mi siedo davanti alla tastiera. Visualizzo l’immagine di una casa in cui passo da una stanza all’altra verso quella centrale, chiusa, segreta. Scrivere mi porta ad entrare in quella stanza.

Quale fase del lavoro trovi invece più difficile?
Il tempo che passo a scrivere corrisponde a quello che impiego a tagliare e modificare e non è facile staccarsi da quanto si è scritto e capire quando un paragrafo deve essere eliminato, anzi a volte è doloroso.

Un obiettivo che ti poni mentre lavori sul testo?
Credo che se lo scrittore arriva a stupirsi di quello che pensa e che scopre solo scrivendo il processo di scoperta sarà altrettanto bello per chi legge. Spero sempre di arrivare a questo, a sorprendere il lettore, ma senza costruzioni artificiose.

Hai degli hobby?
Mi piace arrampicare, andare in bicicletta e ballare la salsa. Per il resto leggo e passo molto tempo con i miei amici e in famiglia.

Quali scrittori ritieni più influenti sullo sviluppo del tuo stile personale?
Senz’altro Alice Munro nella cui libreria ho lavorato per sette anni, Flannery O’Connor, Mavis Gallant e Richard Ford.

Che rapporto hai con la tua terra, il Canada, e come lo inserisci nelle tue storie?
Amo il mio Paese, mi piace viverci. Penso che sia parte naturale di quello che scrivo e mi sforzo di rendere sulla carta quelle atmosfere così tipiche dei luoghi in cui sono cresciuta, quell’umanità così particolare con cui mi confronto.

I LIBRI DI DEBORAH WILLIS



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