Intervista a Devon Scott

Devon Scott
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Per chiacchierare con Devon Scott abbiamo scelto un piccolo parco cittadino, un fazzoletto di terra e alberi quasi miracolosamente sfuggito al grigiore del cemento e al fetore dei tubi di scappamento. Oltre la cancellata di ferro, i rumori del traffico ingorgato arrivano come un’eco lontana, innocua. Dalla terra umida per le piogge recenti si diffonde un profumo buono, vegetale, mentre sui rami ancora spogli gemme tumide e lucide annunciano l’arrivo della primavera, l’imminente risveglio della vita dopo il letargo invernale. E chissà, forse qualche minuscolo essere fatato ha deciso di abitare proprio qui, tra il pino secolare e la siepe di bosso di questo giardino sopravvissuto al bitume e al cemento, silenzioso baluardo di una vita diversa, legata alla natura e al ritmo delle stagioni, una vita che sembrerebbe appartenere a un’altra dimensione e che invece è a portata di mano. Basta volerlo.

Innanzitutto Devon, raccontaci qualcosa di te. Comincerei dal tuo nome: è uno pseudonimo? Se lo è, perché hai scelto di scrivere usandone uno?
Il nome è uno pseudonimo. Ho sempre pubblicato con pseudonimi diversi per genere, su consiglio dei miei editori: uno per il rosa comico, uno per il rosa storico, uno per la fantascienza. Questo risale a molti anni fa, quando scrivevo per una piccola casa editrice inglese che pubblicava tre riviste tascabili di racconti fantastici. Abbiamo scelto insieme un nome che potesse andar bene e poi mi è rimasto. La cosa ha dei risvolti divertenti: nei paesi anglofoni Devon è un nome sia maschile che femminile, come Evelyn. Evelyn Waught si lamentava di essere spesso chiamato dai lettori “signorina Waught”. Quindi mi capita che mi chiedano consigli in campo amoroso rivolgendosi a me come donna, oppure informazioni storiche chiamandomi Professor Scott.
 

So che i tuoi esordi letterari sono lontanissimi da quello che è attualmente il tuo campo di interessi, hai addirittura iniziato scrivendo narrativa sentimentale. Come sei arrivata alla podomanzia o alla magia verde?
Al rosa sono arrivata per caso: all’inizio degli anni Settanta ho partecipato per scommessa al mio primo e unico concorso di narrativa sentimentale, che ho vinto con un racconto; me lo hanno pubblicato e ho cominciato la collaborazione con alcune riviste. Ma erano altri tempi, il rosa era molto richiesto dai settimanali femminili, in particolare le novelle ad ambientazione storica (medievale e ottocentesca) o quelle con un fondo di umorismo (del tipo Bridget Jones, per intenderci, con un’eroina pasticciona e sfortunata, in cui identificarsi, che riesce a cavarsela nonostante i guai in cui finisce regolarmente). Dopo una cinquantina di racconti non ne potevo più di donzelle in pericolo salvate dal baldo e fascinoso cavaliere di turno o di imbranate croniche: sono passata alla fantascienza di tipo satirico e al fantasy. Ma i temi esoterici sono sempre stati i miei preferiti, sia da scrivere che da leggere e approfondire. Al liceo ho scritto, in copia unica e a mano, in stampatello, una serie di brevi dispense tipo manuale di chiromanzia, astrologia, magia e Tarocchi, che giravano tra gli amici: erano molto contese, perché allora esistevano pochissimi testi su questi argomenti e la novità attraeva.
 
Quando scrivi, hai in mente una “nicchia” di lettori o pensi che certe tematiche possano risultare interessanti, o per certi versi utili, anche per chi professa uno scetticismo di ferro?
L’esoterismo è di per sé un genere di microscopica nicchia in una piccola nicchia più ampia costituita da ciò che viene definito, del tutto impropriamente, New Age. Per alcuni temi insoliti, come la podomanzia, sicuramente non ci si può aspettare che i lettori siano molti; l’ho scritto perché l’argomento mi piaceva e mi interessava far conoscere la podomanzia gitana, ignota in Italia. Invece con i libri sulle piante ho avuto belle sorprese, tra cui un numero di lettori quasi pari alle lettrici, nonostante l’argomento decisamente femminile della Luna e della bellezza naturale. Però io metto ricette e consigli che valgono per tutti, anche per chi non si interessa affatto di magia.
 

Da anni, ormai, si sta assistendo a un rinato interesse – un revival, l’hai definito tu – per la magia. Come interpreti questi fenomeni? Cosa spinge, secondo te, a ricoprire antichi riti e dei?
Ci si rivolge ad altro quando quello che si ha non piace più o peggio, quando ci si accorge che non è mai davvero piaciuto. Questo vale per tutto, dai rapporti interpersonali alle convinzioni religiose, in particolare se imposte dalle tradizioni familiari e non veramente sentite. Penso che ci si rivolga ad antichi riti, ad antichi dei o semplicemente a un qualsiasi altro credo perché si trova in questi quello che si sta cercando. Conosco persone che seguono con notevole sacrificio la via del buddhismo, difficilissima per gli occidentali; ex cattolici convertiti all’Islam o al Neopaganesimo; ex protestanti che adorano dei dell’antica Grecia. Poi ci sono quelli che si accostano a un nuovo culto per una sorta di disperato bisogno, il desiderio di trovare “qualcosa” che non si sa bene cosa sia, ma che li renda felici e appagati: purtroppo nessuno garantisce che il desiderio sia esaudito. Non essendo un’integralista, non credo che la verità stia da una sola parte: per me ogni religione ha pari dignità, sono tutte da rispettare anche se lontanissime dal mio modo di pensare; inoltre, qualunque modo si scelga per accostarsi al divino, sono le nostre azioni che contano. Ci sono individui formalmente devotissimi, che nella pratica disattendono ogni precetto della loro religione; “eretici” con una dirittura morale straordinaria.
 

Se da un lato c’è una grande curiosità verso tutto ciò che è legato a una dimensione “magica” dell’esistenza, è pur vero che certe tematiche possono risultare indigeste a molti. Hai mai notato diffidenza verso chi, come te, si occupa di certi temi?
Tocchi un tasto molto delicato. Per quel che mi riguarda no, ma io mi occupo di antiche tradizioni magico-esoteriche: chi compra i miei libri è già interessato all’argomento e chi non è interessato non li comprerà mai e poi mai. Quindi, a parte i rarissimi che polemizzano per partito preso o per motivi personali, ho notato solo una gran voglia di saperne di più. In generale c’è ambivalenza: fascino, curiosità, accettazione acritica, interesse mescolati a paura, dubbi e, per fortuna, anche a una sana cautela. Ho rilevato invece che la disinformazione regna sovrana sia nei media che nel grande pubblico; chi è iscritto a un ordine iniziatico, chi chiede consiglio ai Tarocchi o all’astrologia, chi dice di parlare con i defunti durante sedute spiritiche o di comunicare con non ben definite entità sovrumane che danno saggi consigli a noi poveri mortali, chi dà i numeri del lotto, chi crede negli extraterrestri, chi segue Osho piuttosto che qualche oscuro demone mesopotamico finisce in un gigantesco calderone con sopra una bella etichetta: New Age. Io ho rinunciato da un pezzo a far capire le differenze tra un martinista e uno spiritista, tra chi si fa fare le carte quando è in crisi e chi specula sulle crisi altrui, tra uno studioso di alchimia e un “newager”: in fondo, le etichette sono molto rassicuranti, in particolare per chi ostenta una diffidenza che non prova per paura di essere giudicato male se non si uniforma all’opinione corrente.
 

Sei reduce da un periodo di intensa attività editoriale: nel giro di pochi mesi sono usciti due tuoi libri (Le piante del fascino e Il cerchio di fuoco). Quali sono i tuoi progetti per l’immediato futuro?
Sto traducendo un testo ermetico che uscirà a fine anno, ma non ho in programma, a breve, altri libri. Mi piacerebbe finire un romanzo storico sui Catari che ho nel cassetto da anni, ma è uno sfizio personale, non un programma editoriale: per un romanzo esoterico è quasi impossibile trovare un editore interessato. Per un bel pezzo mi limiterò agli articoli. Un paio di idee le ho, per nuovi libri, vedremo se ci sarà la voglia e il tempo di portarle avanti, nei prossimi anni!
 
I libri di Devon Scott

 

 
 
 
 
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