Intervista a Edmund White

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Edmund White è tra i più colti, audaci e spregiudicati autori americani viventi. La sua vita ha seguito l’arco ascendente vissuto dalla cultura gay da Stonewall in avanti, le sue opere hanno contribuito insieme a quelle di Isherwood e pochi altri a dare agli omosessuali pieno diritto di cittadinanza in un universo letterario luminoso che non li considerava più solo “vittime delle proprie pulsioni”. Lo intervistiamo in esclusiva in occasione di una sua visita a Firenze, ospite del Premio Von Rezzori.




Una volta hai detto “Quand'ero ragazzo pensavo di essere unico, mi pareva di non somigliare a nessuno, poi pian piano ho scoperto che non ero bizzarro, ma rappresentativo. È da qui che comincia la mia scrittura: dalla consapevolezza del fatto che i miei problemi non erano solo miei". C’è stata una sorta di epifania o ci sei arrivato attraverso un processo doloroso e lento?
Da adolescente ero molto isolato e mi sentivo l’unico gay (o uno dei pochi) al mondo. Più tardi, a New York, mentre frequentavo il college ho realizzato che il mio orientamento era non solo abbastanza comune, ma anche rappresentativo di molti uomini gay della classe media americana. Ciò mi ha fatto capire che scrivendo autobiograficamente avrei potuto toccare molti altri lettori.

Quando eri un adolescente la letteratura a tema omosessuale aveva protagonisti tormentati e tragici. Solo in tempi molto recenti i personaggi gay in letteratura hanno smesso di essere figure votate a destini drammatici. Quali modelli ti hanno aiutato a venire a patti con quello che eri e con ciò che ci si aspettava tu fossi?
Ho letto Morte a Venezia di Thomas Mann, i Diari di André Gide, Città di notte di John Rechy e Notre-Dame-des-Fleurs di Jean Genet. Almeno due su quattro trattavano di reietti. Solo con l’uscita di Un uomo solo di Isherwood abbiamo avuto la comparsa di un protagonista gay, presentato come una persona normale, pensante, professore universitario di Los Angeles, integrato nel mondo e per di più l’opera ci risparmia qualsiasi eziologia della sua “condizione”. Penso di avere imparato ad accettarmi dagli studenti della Cranbrook Art Academy che si trovava di fronte al mio collegio. Erano studenti d’arte, bohémien, e i bohémien erano le sole persone che accettassero i gay.

Hai messo a nudo la tua anima in molti dei tuoi libri, ma forse il più rivelatore è My Lives, in cui snoccioli gli eventi della tua vita rivelando ogni sfaccettatura della tua personalità. La scelta di scrivere così tanti libri autobiografici è stata dettata da un tentativo di capire meglio te stesso o dall’intenzione di ostentare al mondo la persona meravigliosa che sei?
Sono innegabilmente un esibizionista letterario e scrivo cose che a dirle mi farebbero arrossire. Ma ho anche una convinzione forte, quasi religiosa, che la scrittura debba rappresentare la Verità. Non mi piace il concetto di cronaca-romanzata, mi sembra suoni come un sinonimo di bugia. In My lives ho voluto discutere di temi, non di cronologia e ho sentito il bisogno di dire cosa penso di argomenti come la psicanalisi, l’amore, la sessualità, etc…

Ne Il nostro caro ragazzo, affronti e sfidi in maniera geniale diversi stereotipi: le lingue straniere, le differenze culturali, le differenze di età tra partner. A partire da Dorian Gray la bellezza e la gioventù sono due temi sempre più presenti in letteratura e gli uomini sembrano sempre più attratti da ragazzi senza età, non necessariamente efebici. Pensi sia una forma di “lolitismo” al maschile?
Penso che l’attrazione per la gioventù sia comune sia ai gay che agli etero. I giovani sono più belli, di mentalità più aperta, sono più malleabili e più desiderabili. Ho conosciuto un solo uomo eterosessuale che con l’andare degli anni continuava ad essere attratto da donne della sua età. Il termine stesso lolitismo indica che quello per la bellezza e la giovinezza non è un appetito solo gay.

Negli ultimi 25 anni il tuo stile si è evoluto da una iniziale una cruda, rozza, poetica sincerità autobiografica, verso un catalizzante interesse per le vite di altri grandi uomini: Genet, Rimbaud, Proust, Crane… Scrivere biografie è un modo per ritrovare parti di te come autore riflesse nelle vite degli altri?
In realtà scriverle è stato in assoluto un modo per sfuggire al me stesso autore. In questo periodo sto scrivendo un libro che tratta della vita di una santa. Le mie tre biografie (Le due vite di Arthur Rimbaud, Jean Genet, Ritratto di Marcel Proust) sono la summa dei miei interessi: la Francia, l’omosessualità, la letteratura.

Nel corso degli anni, ho notato nelle tue interviste un certo numero di domande ricorrenti. Quali sono le domande che nessuno ti ha ancora fatto e a cui ameresti rispondere?
Nessuno mi ha mai chiesto, nel corso di un’intervista, che tipo di sesso mi piaccia (risposta: essere dominato). Chi io ami (risposta: ho due mariti ‒ sono un bigamo). Dove mi piacerebbe vivere se fossi ricco (risposta: Londra). Quale sia il mio più grande difetto (risposta: la pigrizia e il desiderio di piacere).

Il trascorrere del tempo e l’aumentare della notorietà internazionale hanno reso il tuo approccio alla scrittura più facile o più complesso a causa delle aspettative e degli standard crescenti con cui dovevi misurarti?
Penso che l’età mi abbia reso più audace. Ora ad esempio sto scrivendo riguardo i partner sessuali più memorabili della mia vita.

I LIBRI DI EDMUND WHITE



 

 

 
 
 
 
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