Intervista a Elena Bibolotti

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È molto attiva sui social network, che reputa fonte d’ispirazione per le sue storie. Non a caso è proprio attraverso facebook che stabilisco il primo contatto con Elena Bibolotti, attrice e autrice pugliese trapiantata a Roma. La sua disponibilità e la sua gentilezza mi mettono subito a mio agio. Elena non ama le etichette ed è una persona diretta, lo dimostra con le risposte schiette che ha dato alle mie domande.




In Conversazioni sentimentali in metropolitana la narrazione prende il via da un incontro casuale. Cosa occorre per cercare un rapporto d’amicizia con una persona incontrata per caso nella realtà frenetica e diffidente che viviamo oggi: curiosità, solitudine, coraggio?
Viviamo per lo più rapporti casuali e superficiali, è anche perciò che ho deciso di vivere in un paese. Pensiamo per esempio all’irrinunciabile social network, “non luogo” per eccellenza che pure ci tiene impegnate intere giornate e ci conduce a vivere non amicizie e non liti e non amori che sembrano veri. Divido l’umanità in due categorie, quelli che sulla metropolitana siedono dove ci sono solo posti liberi e quelli che preferiscono sentire la vicinanza degli altri, “l’afflato della loro sofferenza” citando un brano di Conversazioni sentimentali in metropolitana. Io sto con i secondi, ed è perciò che ho scelto la metropolitana come luogo della narrazione, che in qualche modo definirei come una mappa sentimentale delle due protagoniste. Non credo si possa scrivere senza frequentare assiduamente solitudine, curiosità e coraggio.

Quanto di ciò che hai imparato attraverso il teatro si è rivelato utile per scrivere e per approfondire i protagonisti delle tue storie?
È stato tutto utile, o meglio mi è parso un cammino naturale, come se tanti anni di studio, di Accademia e di belle esperienze con registi come Valter Malosti, per citarne uno, e lo studio ossessivo e l’osservazione dei caratteri umani, volessero condurmi necessariamente alla scrittura. Anche il modo in cui sono arrivata all’editoria è stato molto particolare, quasi magico. Ma è una storia lunga, narrata in parte in Justine 2.0. La scrittura è stato un ulteriore avvicinamento al cuore del problema. Abbandonai le scene, pur con un contratto in un teatro Stabile, perché stanca di sostenere sempre lo stesso ruolo, quello di ragazzina borderline, di giovane prostituta, di squilibrata, giacché l’amore per la recitazione, nata che ero ancora bambina, derivava dal desiderio di essere altro piuttosto che di ripetermi all’infinito, replicarmi manco fossi così perfetta. Per me è naturale mettermi alla scrivania (scrivo ogni giorno) ed essere: “altro e altrove”, “fare finta di”, “giocare a”, non devo sforzarmi nella ricerca del personaggio. Mi sento privilegiata in questo, benché il lavoro più impegnativo sia sempre e soltanto la ricerca di un editore esperto e onesto.

Quali sono gli elementi che determinano la nascita di un’idea e ti portano a svilupparla?
La vita, la cronaca, come per Campo di carne, racconto finalista al Premio Damiani Editore di quest’anno, l’osservazione della realtà, talvolta soltanto il desiderio di accedere ai miei riti quotidiani di scrittura, quindi l’idea che nasce dal desiderio di scrivere e non viceversa. Quando facevo teatro la mia giornata era una preparazione all’andata in scena, oggi tutte le mie energie sono canalizzate verso la creazione di una buona storia, che al di là dello stile puramente cronachistico mi conduca anche in un luogo magico, nel quale poter cambiare le carte in tavola, dare un calcio alla sorte. Anche i social network sono una buona fonte d’ispirazione.

Hai dei modelli letterari? O altri canali d’ispirazione? Un pittore, le opere di un illustratore, un regista cinematografico, qualcuno di cui linguaggio e temi ti sono di stimolo?
Ho un buon numero di artisti che amo. In Justine 2.0 ci sono scene che evocano alcune opere di de Chirico e Alberto Savinio, in Conversazioni sentimentali in metropolitana cito spesso scrittori come Philip Roth e Ian McEwan, liberi d’indugiare su tematiche morbose senza essere marchiati a fuoco come “scrittori erotici”, genere riservato a noi donne, a quanto ho capito. Le arti in generale mi aiutano a definire meglio i personaggi, ma anche i colori di una giornata, le atmosfere. C’è soprattutto molta musica nei miei romanzi, ma è normale avendo sposato un jazzista, due per la verità, e lavorato per anni nella didattica musicale moderna. In Justine 2.0 si trovano gustosi parallelismi tra gli assolo di musica jazz e certe capacità amatorie.

Justine 2.0 e Pioggia dorata, le tue precedenti pubblicazioni, sono di genere erotico. Qual è l’approccio degli editori e dei lettori verso l’eros?
Non mi sento di appartenere al genere, mi sono rassegnata al “marchio” perché stanca di discutere, e chi ha letto i miei libri sa che è così. Un giorno inviai a un editor un romanzo che parlava di violenza domestica e mi rispose, dopo nemmeno venti minuti, scrivendomi piccato che non “trattava storie erotiche”: questo è l’approccio degli addetti ai lavori. La letteratura di genere razzola in zone sicure, lavora su personaggi stereotipati che non riservano grandi sorprese. I miei protagonisti sono persone normali, da una donna giovane, bella e discinta sai cosa aspettarti, è messa lì apposta dall’autore, da una sessantenne iperattiva, madre di famiglia e magari giudice, no. Le mie sono storie con del sesso attorno, la sessualità è una scusa per raccontare la vita, mentre credo che i romanzi di genere siano sesso con un po’ di storia attorno. I lettori mi hanno letta di nascosto, palesandosi soltanto dopo l’uscita di Conversazioni sentimentali in metropolitana. C’è ancora tanta ignoranza sul tema, ancora tanta influenza cattolica.

Ci sono nuovi progetti editoriali che ti tengono impegnata in questo momento?
Sto scrivendo una raccolta di racconti sulle parafilie ambientati negli anni ’50. Un approccio molto diverso all’eros, sia per cultura, per influenza religiosa, per linguaggio. Un conto è raccontare una giovane dei giorni nostri dedita alla masturbazione, diverso è farla vivere nel dopoguerra. È un altro mondo, un altro sentire. M’interessa raccontare una sensualità inconsapevole, più pura per certi versi, per questo anche comica. Mollate le zavorre personali, le esperienze del passato talvolta devastanti, mi sento finalmente libera di attingere soltanto alla mia fantasia. Mi sto divertendo a fare ricerche storiche, studiare la toponomastica e i grossi mutamenti urbanistici di Roma attuati in quegli anni.

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