Intervista a Elena e Michela Martignoni

Elena e Michela Martignoni
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Elena e Michela Martignoni sono sorelle. Milanesi di nascita, separate da una manciata di anni ma unite nella passione illimitata per la storia: Requiem per il giovane Borgia ne è la dimostrazione lampante. Una scrittura a quattro mani sapiente che riporta all’attenzione del pubblico (era già uscito per Carte Scoperte, Milano) un ottima prova, seguita infatti da Vortice di inganni. Il lato oscuro del Rinascimento aleggia sui personaggi, aumentando la tensione, il fascino e la curiosità. Un'intervista tutta da leggere per gli amanti del romanzo storico.

Avete appena terminato un altro romanzo incentrato sulla figura di Cesare Borgia, Vortice di inganni. Immagino quindi che la vostra passione storica sia stata colpita intensamente da questo casato. Perché? Cosa hanno rappresentato i Borgia per la loro epoca?

E’ vero, la nostra “passione storica” si è soffermata su questo casato a lungo. Per stendere il “Requiem” in quasi 10 anni abbiamo raccolto un gran numero di documenti sui Borgia e abbiamo iniziato un “collezionismo” di opere che li riguardano. Il motivo del nostro personale interesse è dovuto all’attrazione verso le forti personalità di Rodrigo e Cesare. Eccessivi e sensuali, crudeli all’estremo, ma anche vittime di un linciaggio che ora definiremmo “mediatico” esagerato e ingiustificato, se si pensa che non erano peggiori degli altri. Le loro sfrenatezze e i misteri che avvolgono omicidi e intrighi avvenuti nella loro vita, si prestano al romanzo e all’introspezione della natura umana, argomenti che ci interessano. Nella loro epoca rappresentarono l’icona di un certo modo di governare. Come molti sanno, Machiavelli elesse Cesare Borgia a esempio di governante rinascimentale nella sua opera più famosa, “Il Principe”, e Rodrigo Borgia a sua volta è passato alla storia come il peggior papa mai esistito, simbolo di corruzione e malvagità. La realtà storica è diversa, ed è stato per noi molto interessante analizzare questo aspetto, ripulire cioè dal fango dei secoli due immagini ormai stereotipate e tentare, senza assolverle in quanto storicamente e umanamente impossibile, di restituire loro un po’ di giustizia. Non siamo le prime ad averlo fatto: la storiografia moderna ha agito e agisce in questo senso, a partire da Maria Bellonci fino ad arrivare a Mario Stranges che, da magistrato, con il suo “Giustizia per i Borgia” ha setacciato tutti i documenti istituendo un’inchiesta molto seria. Inoltre i Borgia, e sottolineiamo che si tratta di una famiglia catalana, furono artefici di un primordiale tentativo di creare nel centro Italia uno stato unitario. In quel momento storico si formavano le grandi nazioni europee, l’Italia era invece frazionata e sottoposta ai particolarismi dei piccoli signori. Sotto l’egida della Chiesa, e grazie all’abile strategia di suo figlio Cesare, Alessandro VI sognò di creare un regno Borgia in Italia. La malaria stroncò il suo progetto.

 

Lo studio che ha portato alla stesura del romanzo deve certamente essere stato minuzioso, ma per quanto si possa essere documentati storicamente, la parte più difficile resta la definizione psicologica dei personaggi. Quale strada avete intrapreso per riuscire al massimo in questo intento?

E’ la parte più difficile, ma di certo quella più affascinante. Entrare nella mente dei personaggi, pensare come essi penserebbero, immaginarsi i loro sentimenti e le loro emozioni… questo è il lavoro del romanziere. Nel caso di personaggi storici si parte con una base solida: attraverso i documenti e le lettere che scrissero e le descrizioni che ne fecero i contemporanei si può risalire alle grandi linee dei loro caratteri. Noi abbiamo provato i dialoghi tra noi, domandandoci se fosse credibile la tal risposta o il tal pensiero. E’ ovvio che questo lavoro è tuttavia frutto della nostra interpretazione.

 

La scrittura a quattro mani mi incuriosisce da sempre. Quali sono le difficoltà e quali i pregi di un lavoro che coinvolge due persone, per di più sorelle, quindi unite da un legame di sangue?

Il legame di sangue ci facilita molto le cose. Intanto abbiamo più o meno gli stessi gusti letterari, abbiamo ascoltato le stesse fiabe da piccole e ci siamo appassionate alle stesse storie… Inoltre, anche se non ci assomigliamo tanto fisicamente, abbiamo la stessa “voce” e anche lo stesso modo di scrivere. Nonostante questo, per uniformare le parti scritte da una con quelle scritte dall’altra, procediamo con il metodo che abbiamo soprannominato “partita a tennis”. Ci inviamo il capitolo via mail innumerevoli volte rivedendolo e ricorreggendolo fino a che non ci pare che sia a posto. Ormai per noi la scrittura in coppia è assolutamente naturale, avremmo difficoltà a scrivere in “singolo”. Riteniamo che sia una buona scuola di umiltà, ci si abitua da subito a pensare che il lavoro è sempre criticabile e migliorabile.

 

Sui Borgia si sono scritti fiumi di parole e i libri che li hanno visti protagonisti sono centinaia. Quali ritenete siano i vostri punti forti e per quale ragione, in dirittura d’arrivo, avete deciso di dare la vostra soluzione a un delitto sempre rimasto impunito?

La soluzione romanzesca che abbiamo dato al “Requiem per il giovane Borgia” ha motivi editoriali. Il nostro romanzo non è facilmente riconducibile a un “genere” letterario preciso: infatti non ha le caratteristiche di un “giallo” ( non essendoci il personaggio guida dell’investigatore) non è un saggio storico (anche se la storia è presente e documentata) per la compresenza di parti inventate, di dialoghi e di pensieri. Noi abbiamo romanzato la storia e presentato un fatto storico, analizzando le piste storiche che vennero seguite in una sorta di mini-biografie degli assassini. In una prima versione del romanzo lasciavamo al lettore il compito di giudicare chi fosse l’assassino, ma alla fine abbiamo convenuto con l’editore che lasciare il lettore (che aveva acquistato un romanzo e non un saggio) a bocca “asciutta” era sbagliato e allora abbiamo indicato una soluzione, non storica, ma storicamente plausibile. Sui “fiumi di parole” scritti sui Borgia… è così, ma ancora c’è qualcosa da dire.

 

Rinascimento: periodo torbido, periodo oscuro e di ombre, periodo di inganni e falsità. Cinquecento anni dopo ravvisate tratti comuni alla società odierna?

Le analogie sono molte. Non tanto nel “Requiem” quanto nel successivo romanzo su Cesare, molto più politico e storico del primo, ci siamo accorte dell’attualità del discorso. Il tema del romanzo è la parola in politica, la validità dei patti, l’atteggiamento scorretto degli uomini di potere. Come non fare paragoni? Gli uomini del Rinascimento, nonostante l’aura di splendore artistico che li circondava, erano crudeli e spietati. I signori governavano e andavano anche in guerra, in prima linea. I politici di oggi in guerra non ci vanno, ma hanno a loro disposizione armi molto potenti, sia belliche che di altro genere. La nostra impressione è che ci sono molte lezioni da imparare dalla storia, ma i politici le ignorano. La lettura del nostro romanzo su Cesare (che si limita a raccontare un anno cruciale della carriera politica di Cesare) può far riflettere su molti temi attuali.

 

Come avete vissuto la trasposizione cinematografica, ad opera di Enrico Hernandèz, del vostro romanzo? Pensate che, in generale, quando lo scritto si trasforma in immagine si corrano dei rischi? E se sì, quali? Nel vostro caso come è andata?

Precisiamo: la pellicola prodotta da Antena3 e dal gruppo De Angelis non è tratta dal nostro romanzo. Il titolo del film è LOS BORGIA e parla della storia dei Borgia in generale, non solo dell’omicidio di Juan come il nostro libro. Ciò che ci ha unite al film è la promozione: il nostro editore spagnolo, Anaya, ha condotto egregiamente un co-marketing con la produzione, invitando noi e l’attore Sergio Muniz (che interpreta Juan, il nostro protagonista, nel film) a un tour promozionale per la Spagna. Il film e il libro sono usciti quasi contemporaneamente e in Spagna ci sono stati ottimi riscontri. Siamo molto dispiaciute che questo bel film in Italia non arrivi e non riusciamo a spiegarcene la ragione. I Borgia erano spagnoli, ma era l’Italia la loro terra d’elezione, e la madre dei ragazzi Borgia era mantovana. Come sempre in Italia c’è poco interesse per la nostra storia. Per rispondere all’altra parte della sua domanda, cioè i rischi della trasposizione cinematografica, diremo che in effetti questi rischi esistono, ma il cinema moderno compie ormai miracoli, infatti la qualità dei film storici è aumentata e assistiamo a splendide ricostruzioni di ambienti e costumi. Il resto entra nel campo dell’interpretazione artistica e del gusto del regista. Per tornare a Hernandez (regista di “Los Borgia”), a noi è piaciuta la sua idea, anche se a nostro avviso ha trattato un periodo troppo ampio. Noi preferiamo analizzare più a fondo i singoli episodi che fare veloci excursus, ma ciò rientra nel gusto personale. Abbiamo apprezzato molto gli attori: Luis Homar è stato un superbo Alessandro VI, anche se non somigliante all’iconografia, ha colto lo spirito del pontefice, molto brava anche Maria Valverde (Lucrezia) adattissima alla parte e anche il nostro Juan (Sergio Muniz) ci è parso un ottimo interprete.

 

I libri di Elena e Michela Martignoni
 

 

 

 
 
 
 
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