Intervista a Elizabeth Strout

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Tanto difficile quanto appagante, incontrare Elizabeth Strout. Dopo averla inseguita tra alberghi e circoli torinesi per un paio di giorni, riesco infine a farle qualche domanda. Gentile e cordiale, l’autrice esprime tutto il compimento della sua professione. Elegante e curata – è una signora del Maine – la sua magnetica femminilità scaturisce da un riserbo quasi maniacale (per esempio purtroppo non ho ricevuto risposta quando ho voluto chiederle un suo giudizio sullo scrittore Steven Millhauser). È una madre, ma grazie a Dio non è mia madre (la quale comunque adora i libri della Strout), tant’è che con lei ho potuto scambiare qualche parola sulla serie televisiva “La signora in giallo”. Era dai tempi delle medie che non mi capitava di farlo senza sentirmi in colpa per la mia infanzia bruciata.




Si può percepire con chiarezza un grande lavoro sulla lingua, anche nella versione italiana de I ragazzi Burgess. Hai avuto la possibilità di lavorare con la tua traduttrice, Silvia Castoldi?
Il rapporto instaurato con la mia nuova traduttrice è stato ottimo, soprattutto alla luce del fatto che non ho mai potuto entrare in contatto con chi tradusse il mio primo romanzo. Non è stato possibile purtroppo incontrare Silvia, ma abbiamo comunque potuto discorrere molto riguardo al processo di traduzione. Sono stata molto fortunata a imbattermi in le, abbiamo lavorato assieme in modo magnifico.


Questo nuovo romanzo consegna l’impressione di una minore intimità, sembra invece più arioso e corale. Condividi questa sensazione?
Non è meno intimo di altri miei libri, semplicemente analizza l’aspetto interiore dei personaggi da un punto di vista più incentrato sui problemi sociali e politici. Inoltre, diversamente dalle mie narrazioni precedenti, ricopre un territorio geograficamente più vasto. Forse questa è l’unica differenza, perché l’analisi profonda dell’animo umano è sempre presente nelle miei storie.


Credo ci sia stata una certa confusione nella critica italiana. I riferimenti che vengono fatti tul tuo stile letterario sono tra i più disparati e incongruenti. Io per esempio non posso fare a meno di pensare a Richard Ford, un nome che per l’appunto non viene mai fatto. Al di là dei tuoi maestri letterari, cosa ti ha spinta a diventare una scrittrice?
Il parallelo con Ford mi piace. È uno scrittore formidabile. Credo sia naturale ritrovare nella critica un numero così disparato di riferimenti. Sono molto interessata a questo tipo di confusione, poiché ogni scrittore ha la sua storia alle spalle e i suoi mentori letterari. Non è affatto semplice rintracciarli. Per quanto mi riguarda, i miei esordi come scrittrice li ho avuti in giovane età e all’epoca la mia critica prediletta era mia madre.


La tua ultima fatica letteraria è un volume della storica serie Best American Short Stories, una raccolta che comprende, tra i tanti, racconti di Junot Diaz, Steven Milhauser, Alice Munro e George Saunders. Come sei arrivata a questo progetto?
È un progetto al quale ho partecipato di recente, non so se vedrà la luce in Italia. Mi sono divertita molto a lavorare con Heidi Pitlor, la curatrice della raccolta. È stata lei a proprmi in lettura 120 racconti. Da questi ne ho selezionati 20, che sono andati a comporre questo volume di Best American Short Stories.


I miei genitori hanno oggi pressappoco la stessa età di Jim e Helen, due dei personaggi principali del romanzo. Odiano la provincia e Helen in particolare fatica a scendere a patti, a essere rinunciataria. Secondo te è un atteggiamento generazionale? Sono forse i figli di questa generazione che potrebbero ritrovarsi ancora di più in questa tua storia, proprio perché parla dei loro genitori?
Assolutamente sì. Il motivo è dovuto al fatto che ogni persona di questo mondo nasce in un determinato luogo e tempo della storia. Quella di Jim e Helen è la generazione dei baby boomers. Una generazione fortunata e felice, alla quale appartengo. Grazie ai mezzi che ci siamo ritrovati in mano, abbiamo potuto crescere i nostri figli e non solo, cambiare in maniera radicale la società americana. Forse è vero che i nostri figli possono apprezzare meglio il nocciolo de I ragazzi Burgess. A mia figlia, per esempio, che ha trent’anni, è piaciuto moltissimo.


A mio giudizio i personaggi più riusciti sembrano quelli femminili, anche se caratterialmente sono succubi di quelli maschili. Helen dell’amore per Jim e del suo stile di vita. Pam del ricordo che ha costruito della famiglia Burgess. Susan della propria mediocrità e paure. Ti ritrovi in questa descrizione?
No, su questo giudizio non sono d’accordo. Hanno i loro difetti, ma non sono schiavi del carattere degli uomini. Sì, è vero, Helen è probabilmente il personaggio più convenzionale e bidimensionale, ma Pam non dovrebbe essere confusa con una donna avvinghiata alle tradizioni famigliari . Susan, beh, Susan è semplicemente Susan. Immagino che questa sensazione di sottomissione deriva dal chiaro fatto che i personaggi maschili, Bob e Jim, godono di un’analisi più profonda e dettagliata. Sembrano quindi risaltare su gli altri. Non a caso sono loro due i protagonisti del romanzo.

I LIBRI DI ELIZABETH STROUT


 

 

 
 
 
 
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