Intervista a Emiliano Monge

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È tra gli scrittori messicani contemporanei più famosi, vincitore del premio Poniatowska, uno dei più importanti riconoscimenti letterari del Sud America e nel 2017 il suo nome è stato incluso dall’Hay Festival, nella lista “Bogotà39”, che raccoglie i trentanove migliori autori latinoamericani non ancora quarantenni. Emiliano Monge ha appena terminato il suo intervento al Salone del Libro di Torino 2019 e quando mi presento per chiedergli se posso fargli qualche domanda mi saluta come fossimo vecchi amici, dimostrandomi tutta la sua disponibilità e simpatia.




Oggi tanti autori scrivono di migrazione e qualcuno inizia a parlare di “genere migratorio”. Sei d’accordo con tale affermazione?
No non sono d’accordo, non ritengo giusto relegare la grande piaga della migrazione in un genere. Come dici tu, in tanti scrivono sul tema dell’immigrazione, ma ispirandosi a situazioni storico-realistiche, oppure autobiografiche. Gli argomenti di cui si narra, quando si parla di migrazione, sono fatti di vita, vicende che possono capitare in qualsiasi storia e in qualsiasi situazione, narrabili in qualunque racconto, che può appartenere a qualsivoglia genere. No il genere letterario migratorio secondo me non esiste e non può essere creato.

Tu racconti di migrazione e rifugiati. Quando nella vita hai deciso che saresti stato questo tipo di scrittore?
L’interesse per le dinamiche che caratterizzano il fenomeno migratorio, perché di fenomeno ormai si parla, in me è nato diverso tempo fa, precedendo l’amore per la scrittura. Ho studiato scienze politiche, studi che mi hanno permesso di insegnare per un periodo di tempo, ma non mi sono fermato mai con le ricerche, gli studi e gli approfondimenti. Perché ho deciso di narrare di migrazione? Per poter fare qualcosa, per poter utilizzare l’unico mezzo a mia disposizione, la scrittura, per poter denunciare le atrocità e le dinamiche di una realtà che altrimenti si conoscerebbe solo a metà. La storia che racconto nel mio ultimo libro, per esempio, non è una storia reale, fatta di personaggi reali, con quei nomi, con quelle fattezze, ma è un racconto realistico, fatto di vicende realistiche, che hanno alla base studi, ricerche e testimonianze che ho raccolto, trascorrendo del tempo con persone che tentavano di attraversare il confine del Messico. Ho quindi voluto essere questo tipo di scrittore, come dici tu, perché ho da sempre a cuore tali drammatiche situazioni.

Memoria e immaginazione in che rapporto sono per te?
La memoria e l’immaginazione sono due elementi fondamentali per me, di valido aiuto nella stesura dei miei libri. La memoria è al centro dei racconti, è fondamentale per il suo contenuto storico-sociale, che arricchisce quello letterario ed è l’altra faccia dell’immaginazione. Grazie all’unione di queste due componenti, il romanzo della finzione assume contorni realistici.

Il tuo stile di scrittura, nasce dalla tua anima messicana, oppure ti ispiri a qualche autore in particolare?
Questa è una domanda concreta, che abbraccia un argomento molto ampio per me. Penso intanto che ogni libro nasca da un’ispirazione: ci si ispira a qualcuno, a qualcosa o anche semplicemente alla propria anima e ai propri pensieri. Io traggo ispirazione dalla mia preoccupazione personale per il Mondo, dai miei timori per le sorti del pianeta. No non c’è nulla di personale nella mia ispirazione, forse la mia anima messicana non c’entra. Io scrivo perché penso che la letteratura possa essere un mezzo attraverso il quale comunicare con la collettività, uno strumento che mi permette di far luce su alcuni fatti, dei quali altrimenti non si parlerebbe o si vedrebbero sotto un’ottica errata.

Vivi la scrittura come una missione?
No assolutamente, non la ritengo una missione e non la vivo come tale. Per me la scrittura è linguaggio, è un insieme di parole, che utilizzo per comunicare le mie riflessioni sulla storia. Io sono un uomo molto pratico e la penna per me è praticità.

I LIBRI DI EMILIANO MONGE



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