Intervista a Emma Glass

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La raggiungiamo telefonicamente mentre si trova in Italia per la promozione del suo romanzo d’esordio e facciamo quattro chiacchiere con Emma Glass. Giovanissima infermiera inglese, vive a Londra. Molto colta e disponibile, la Glass ci ha parlato del suo libro e della letteratura che l’ha segnata, dando pure qualche consiglio a tutti gli aspiranti scrittori.




Sei un’autrice molto giovane, com’è nata in te la passione per la letteratura?
Ho sempre letto e scritto molto, fin da piccolissima, e sono sempre stata interessata alle storie più cupe, per così dire. Uno dei miei libri preferiti, da bambina, era Alice nel paese delle meraviglie. O anche Le cronache di Narnia di C. L. Lewis. Ma ho letto molto anche storie horror per ragazzi, i libri di Stephen King. Penso che questi siano i libri che maggiormente hanno influenzato i miei gusti letterari. All’università, poi, ho studiato letteratura americana e inglese e mi sono innamorata di molte storie brevi di scrittori americani, Lydia Davis e Raymond Carver. Ma anche Gertrude Stein e T. S. Elliot. Insomma, moltissimi autori. Ma se devo essere sincera mi piace soprattutto la narrativa breve, ho una soglia dell’attenzione piuttosto bassa.

Quali consigli daresti a uno scrittore esordiente?
Il mio primo consiglio sarebbe di avere sempre un piano B! Non voglio dire di non credere in sé stessi, ma qualcosa che trovo molto utile per esprimere me stessa è avere un lavoro in cui possa essere ispirata dalle persone che incontro. Lavoro come infermiera e le storie delle persone che incontro tutti i giorni, i loro problemi fisici, mi hanno ispirato molto. Quindi penso che si debba fare qualcosa di diverso, qualcosa da cui si possa trarre ispirazione. Il mio secondo consiglio sarebbe: non seguite le regole! Insomma, magari imparate quali sono le regole, della scrittura e dell’editoria, ma non vi fissate su quelle. Non vi ci attaccate!

Hai degli scrittori preferiti? Qualcuno a cui guardi come modello di riferimento?
Sicuramente i libri che hanno ispirato La carne, e quindi anche me, sono Ulisse di James Joyce e la raccolta Gente di Dublino, sempre di Joyce. In particolare la storia intitolata I morti. Ma anche Teneri bottoni di Gertrude Stein, per il modo in cui trasformava gli oggetti di tutti i giorni in storie molto dinamiche e contorte in appena qualche riga.

Parliamo adesso del tuo romanzo d’esordio, La carne. Hai uno stile molto particolare, sia nell’uso della parola sia nel modo di narrare la storia. È qualcosa che hai creato consapevolmente, che credevi si adattasse bene al tema, o che ti appartiene istintivamente?
È cominciato tutto con la voce di Peach. Prima di iniziare non sapevo niente della trama e dei personaggi. Ma sentivo la voce, quella di Peach. E il modo di narrare di James Joyce, in particolare lo stream of consciousness di Molly in Ulisse, è da dove traggo veramente la mia ispirazione. Lo trovo molto liberatorio. Il fatto di poter scrivere tutto ciò che ho in mente, seguendo la corrente delle parole: ho aperto le porte e ho lasciato che l’acqua scorresse. Ed è stato in quel momento che ho capito che in quelle parole c’era ansia, c’era paura, c’era un trauma nella voce di questa ragazza, e ho cominciato a creare un mondo attorno alla voce di Peach. Ma volevo focalizzarmi sul linguaggio. E ho pensato che questo fosse il più giusto da utilizzare.

Peach, la tua protagonista, potrebbe essere considerata un’eroina dei tempi moderni, una donna in cui molte potrebbero riconoscersi, ma il suo personaggio è molto introverso, rifiuta l’aiuto degli altri. Perché?
Penso che in un certo senso faccia parte della cultura inglese, da cui provengo, il cercare di cavarsela da soli senza chiedere aiuto e il cercare di sopprimere le emozioni. È una cosa che ho notato, ma è anche una cosa che non mi spiego. E poi, un altro fatto, è che le persone che hanno subito abusi o traumi non parlano. Non vogliono farlo. È una cosa molto comune. Ma in realtà il silenzio e l’isolamento sono un danno. E quando ho realizzato che anche Peach stava reagendo così, ho pensato che dovesse andare così fino alla fine e che dovesse cavarsela da sola. Quello che volevo per lei non era che parlasse, era che reagisse. Che facesse qualcosa per sé stessa. Ci sono moltissime storie come la sua che passano sotto silenzio e credo che queste storie debbano essere ascoltate. È giusto che vengano ascoltate. E forse La carne potrebbe essere un amico per le persone che hanno subito un trauma e che non vogliono o non possono parlare o avere la loro vendetta.

Progetti futuri?
Sto lavorando al mio secondo romanzo. Sono a circa metà della storia. Ed è una vera sfida perché non ho mai scritto niente al di là de La carne! Questa volta è una storia di fantasmi, perché mi piace quello stile. Ma mi piacerebbe molto per il futuro concentrarti sui racconti, ho molte idee per delle storie brevi. Quindi sì, c’è molta scrittura nel mio futuro!

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