Intervista a Emmanuelle Pirotte

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Sceneggiatrice cinematografica al suo esordio come scrittrice, Emmanuelle Pirotte ha scritto un romanzo originalissimo su un periodo storico ormai raccontato in ogni modo possibile, il nazismo. Ma la sua favola nera sulla fuga di una ragazzina ebrea e di un soldato tedesco è diversa da qualunque altra storia del passato, racconta di due persone lontane che più non si potrebbe, eppure legate indissolubilmente per scelta. In corso di traduzione in 10 Paesi, il suo libro diventerà a breve anche un film: abbiamo incontrato Emmanuelle durante il suo tour di presentazioni in Italia.




Parlaci un po’ di Renée, la protagonista del tuo Oggi siamo vivi: una bambina decisamente particolare, che sembra ragionare come un’adulta ed è decisamente fuori dalle righe…
Renée è un essere eccezionale, non se ne incontrano molti così in una vita, ha delle qualità che le consentono infatti di sopravvivere, in più si trova proprio in un’età che sta a cavallo tra la fine dell’infanzia e l’inizio della preadolescenza, un’età che io trovo affascinante. Sei ancora un po’ bambino però sei già in grado di capire tante cose degli adulti e lei possiede tutte queste qualità, questa sensibilità così adulta che la rende diversa da tanti altri bambini della stessa età. Mi rendo perfettamente conto di aver fatto di lei un personaggio molto particolare che va al di là della vita vera, normale, però lo stesso accade anche a Mathias – l’adulto della “coppia” ‒, io ho proprio preferito creare due personaggi se vogliamo anche un po’ paradossali, piuttosto che comuni, normali. Esiste tutta una serie enorme di documenti sui sopravvissuti alla Shoah dai quali si può evincere che tra loro c’è tanta gente eccezionale, dotata di qualità così marcate che hanno garantito loro la sopravvivenza in quella situazione. Ed è proprio in virtù di qualità simili che lei sopravvive.

I tuoi personaggi sono quasi fiabeschi nella loro capacità di superare qualunque ostacolo. Non credi che invece si potrebbe riportare tutto al semplice istinto di sopravvivenza?
Questo istinto di sopravvivenza ‒ e la capacità di seguirlo e di fare quindi tutta una serie di scelte giuste ‒ mi sembra già un fatto estremamente eccezionale, anche molto affascinante. Non so esattamente a che cosa stavi pensando quando hai fatto questa domanda, però vale non solo per Renée ma anche per Mathias, il quale se fosse stato nel campo opposto ne sarebbe uscito benissimo. Però a me non importava tanto costruire dei personaggi che possiedono esclusivamente questa qualità, mi interessava spingere oltre le mie esplorazioni, mi sembrava una sfida enorme, una sfida memorabile, quasi eroica direi in senso romanzesco, perché l’aspetto romanzesco è quello che amo moltissimo. Non si può generalizzare troppo perché ci sono dei fatti contro i quali non si può andare, per esempio viene dato alle fiamme l’edificio in cui si trovano degli ebrei e muoiono tutti, ci sono situazioni del genere, però in determinate altre situazioni c’è gente che ha una sorta di sesto senso e quindi non rientra a casa, per dire, perché avverte come una sensazione di pericolo, e penso per esempio ad Art Spiegelman che ha narrato nel fumetto Maus tutta la sua vicenda fino all’uscita dal campo di concentramento: lì i tedeschi sono i gatti, gli ebrei i topi e i polacchi i maiali, e non tutti hanno le stesse qualità, c’è chi ha delle qualità innate come lui, per esempio una salute di ferro, lui è una forza della natura. E oltre a questo ha anche la capacità di prevedere di intravedere, di anticipare, di capire quando ci vuole la solidarietà e lui ce la fa perfettamente, regola tutto in base a questo sesto senso, un sesto senso che tanti altri non hanno… e dunque muoiono. Se pensiamo per esempio a Primo Levi, lui ci racconta che all’inizio, ad Auschwitz, non avrebbe mai pensato di poter sopravvivere né di avere le qualità per poter sopravvivere. Per questo ritengo che tra migliaia di persone ci sono sempre quelle due, tre, quattro, dieci persone che ce la fanno e ce la fanno perché hanno quelle qualità particolari. Ho creato Renée decidendo che fosse appunto una persona che apparteneva a questo microgruppo.

Una delle scene che più mi hanno colpito è quella in cui Renée chiede di partecipare al presepe e vorrebbe fare Maria. Ma quando le viene detto che non può in quanto ebrea, a malincuore ma con orgoglio accetta la spiegazione rivendicando che in effetti sono stati loro ad uccidere Gesù. Sulla bocca di una bambina questa affermazione mi ha francamente spiazzata…
Renée sa pochissimo della propria ebraicità, non ha mai vissuto in un ambiente ebraico, nessuno l’ha mai cresciuta in questo senso, anzi lei sa solo di essere perseguitata per questo e in più ha vissuto con delle famiglie cattoliche, in un convento cattolico, con delle suore che non trattavano particolarmente bene questi bambini e sono state proprio loro a dirle che gli ebrei avevano ammazzato Gesù. Quando capisce che non le lasceranno interpretare la parte della vergine Maria, allora rivendica il suo retaggio. Renée è proprio tutta nelle sue risposte, nelle sue battute: e di certe cose riesce a fare i propri punti di fierezza e forza. So che è una cosa che potrebbe far paura o scioccare un pochino, ma la volevo veramente così, piuttosto che avere una poverina tremebonda confinata in un angolo. Lei si serve di un vecchissimo cliché veicolato da anni di storia e lo usa per la propria gloria in un momento in cui si sente aggredita da Albert. Secondo me ha un orgoglio molto particolare, le persone orgogliose preferiscono il conflitto, lo scontro, la dimostrazione della propria fierezza piuttosto che abbassare le ali. Inoltre lei sa di non rischiare assolutamente niente e in più Renée è una personcina con un senso dell’umorismo piuttosto marcato, cosa che è una forma di ironia, lei ha la sensazione nitida di essere divertente.

L’argomento che tratti non è certamente nuovo e non mancano romanzi sul Nazismo o sulla Shoah: perché un lettore dovrebbe scegliere proprio il tuo libro?
Intanto io mi pongo in maniera molto umile rispetto alle mie qualità di scrittrice, questa è la premessa. Credo tuttavia che nessuna delle fiction che parlano di Shoah affronti il tema del Nazismo in maniera non manichea. Oggi è ancora un tabù tentare di capire che cosa sia passato nella testa di un nazista all’epoca, prendiamo per esempio Jonathan Littell con il suo Le benevole, che ha vinto il Prix Bon couer e parla di un nazista che faceva parte delle spietate Einsatzgruppen. Questo manicheismo diffuso non riesce a trasmettere un punto di vista diverso dal solito, invece in questo libro io tento di uscire dal solito punto di vista, e di pormi nella situazione di poter incontrare un nazista che è anche un essere umano. Perché è troppo comodo dire “Questi qui sono delle cose diverse da me, sono dei mostri”, invece loro non sono dei mostri, sono delle persone uguali a noi, essere nazista non significa essere necessariamente esserlo per convinzione, lo si può anche essere per senso di opportunismo, pensiamo a Mathias che se ne fregava altamente di Hitler ma aveva questo senso dell’opportunismo quindi l’ha fatto, però è necessario poterla dire questa cosa, che è una cosa estremamente umana. Il lettore può trovare quindi una certa distanza rispetto a tutto quello che viene letto abitualmente, cambiare dunque prospettiva rispetto a queste cose: proprio quello che io volevo scrivendo questo libro. La grande sfida è stato di realizzare una coppia ‒ il soldato e la bambina ‒ che mette insieme due elementi inconciliabili, ed è stata una sfida estremamente interessante va detto. Una coppia tabù, una coppia impossibile, una coppia che nessuno avrebbe mai osato mettere in scena ma attraverso la quale noi riusciamo ad esplorare quella che è l’umanità, che cos’è la libertà, che cos’è essere schiavi (anche schiavi di un’ideologia), che cos’è l’amore. Perché quella tra i miei due personaggi è sicuramente una storia d’amore, benché singolare, ma tuttavia è amore. Io spesso come lettrice rimango molto delusa dalle fiction su questo argomento e direi che era come se avessi in mente da tantissimo tempo di scrivere una cosa che mi sarebbe piaciuto leggere.

I LIBRI DI EMMANUELLE PIROTTE


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