Intervista a Erlend Loe

Erlend Loe
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Prima dell’intervista avevo visto solo una foto di Erlend Loe, appoggiato a una staccionata di legno (il balcone della sua casa di Oslo?) con dei guantoni (saranno quelli con cui racconta di andare in bicicletta?) e una maglietta di Superman, che guardava dritto nell’obiettivo dall’alto di non so che. Ora lo so. Erlend Loe è un omone gigantesco, Superprolifico (ha scritto parecchi romanzi cosiddetti “per adulti” e altrettanti “per bambini”), e Supersimpatico. Oltre che di libri, Loe (che si pronuncia “Lue”, mi insegna una ragazza gentile accanto a me, la quale m’informa pure che Trondheim, il comune sul “fiordo delle maledizioni” dov’è nato Loe, è un luogo dove non c’è davvero nulla) parla anche dei suoi figli (anche della lontananza da essi), delle corse veloci in bicicletta nel bosco, di una settimana in cui guardare cinquanta film bevendo birra e fumando sigarette con i suoi amici.

Definiresti il protagonista di Tutto sulla Finlandia un moderno e nuovo “eroe dei nostri tempi”?

No, penso che esistono altri personaggi come lui. Lui è solo, disperatamente solo, ma non penso che capisca se stesso, non è davvero conscio di sé. Volevo che avesse dei pensieri smisurati, in un flusso di coscienza caotico senza inizio né fine, senza che ne fosse consapevole. Non so se è un personaggio tanto speciale: la gente mi chiede se è malato, se è pazzo, ma lui è semplicemente, come molti, quasi sempre al confine tra razionalità e irrazionalità. L’ho voluto un po’ più vecchio della maggior parte dei protagonisti dei miei romanzi, che spesso sono miei coetanei e mi assomigliano.

 

Ho letto in Rete che hai lavorato in una clinica psichiatrica: che cosa facevi lì? Questa esperienza ti è servita per la tua scrittura?

Mia madre ha lavorato per gran parte della sua vita in una clinica psichiatrica. Quando avevo diciannove vent’anni lei mi ha aiutato trovandomi un lavoro lì come aiutante – ero grosso e sembravo forte - per una o due estati. Non è molto facile vedere come l’ho sfruttato nella mia scrittura: è stato insieme interessante e spaventoso. Lavoravo in un reparto che era chiuso a chiave e dal quale i pazienti non potevano uscire: erano psicotici, avevano dei problemi seri, insomma, era piuttosto brutto. Alcuni di loro dovevano essere sorvegliati per tutto il tempo, provavano a saltare fuori e correre lungo le corsie, abbastanza tragico, e ricordo di molte notti passate insieme ad anziane donne davvero psicotiche, che erano anche malate di cancro in fase terminale. Era troppo duro, così ho pensato di smettere, non ce la potevo fare. Mi interessa come le persone possano trovarsi fuori dal modo comune di pensare, o agire, e in questo senso sfrutto l’anormalità nella mia scrittura. Non sono sicuro però che ci sia un collegamento diretto tra l’avere lavorato lì, e la mia scrittura.

 

Che cosa rappresenta per te la scrittura? È più una missione o un impiego?

Principalmente è un lavoro, perché è ciò che mi permette di vivere, ma è un mestiere che amo davvero e non potrei smettere di scrivere. Nel primo anno in cui ho scritto, il primo paio di libri, ho pensato: questo è divertente, ma non so se è necessario, potrei smettere di scrivere e fare qualcos’altro. Ma l’ho presa piuttosto leggermente, e con il tempo ho scoperto che non importa cosa scrivo, anche quando non ho tempo come per esempio due anni fa che avevamo i bambini piccoli e durante la giornata lavoravo come consulente per un film e non potevo scrivere, di sera, invece di guardare la televisione o stare con mia moglie, o fare altro, mi sedevo a scrivere. Mi sono sorpreso perché ho scoperto che scrivere è qualcosa che devo fare, e dev’esserci qualcosa sotto che sento il bisogno di dire e di cui sono consapevole, ma non penso si tratti di una missione o del dovere dire chissà che cosa. Spesso quando scrivo non so quello che sto dicendo, ma sto bene, semplicemente.

 

Hai un metodo di lavoro preciso?

Non è proprio un metodo. Di solito ho una piccola idea, dei piccoli punti intorno ai quali comincio a giocare mettendo giù note, qualche nome, delle situazioni, magari lui vive così, magari se ne va in India, magari nella foresta, piccole cose. Poi passa un anno, o anche un paio di anni, in cui non so di che cosa si tratti, né come svolgere tutto ciò. Una volta che riesco a cogliere un quadro, un’idea con cui partire, anche solo una frase o una situazione che vada bene come incipit, allora posso sedermi, e allora molto spesso succede che la narrazione vada avanti da sola. Quando scrivo, ogni giorno butto giù una o due pagine, il giorno dopo le rileggo, faccio le correzioni che ci vogliono, e poi se funziona vado avanti e non torno più su quello che ho scritto. Non mi è mai capitato di sedermi e guardare lo schermo senza scrivere, mai. Scrivo finché c’è da seguire l’avvio, e poi improvviso.

 

Come e quando hai cominciato a scrivere?

Ho iniziato seriamente quando avevo diciassette anni, ero studente alla pari in Francia, per un anno, e mi sentivo un po’ solo. Ho iniziato a tenere dei diari con osservazioni su tutto: film che avevo visto, o libri, ragazze che mi piacevano e qualsiasi cosa. Divenne un’ossessione e ho scritto davvero un sacco. Nell’arco di quattro, cinque anni ho scritto una roba così (indica con la mano una misura che va dal pavimento a oltre la sua testa, e visto che è un omone deve avere scritto un bel po’ di carta, ndr) che conservo ancora, e allo stesso tempo ho sviluppato la mia voce, il mio stile, così quando ho cominciato a scrivere i miei libri è stato super facile. Penso che sia stato così facile proprio per questa scrittura ossessiva. Ho acquistato sicurezza nello stare da solo a scrivere, e nel buono che vedevo nella mia scrittura.

 

Conosci qualche scrittore italiano?

Devo dire che non conosco nessun contemporaneo. Ho letto La Storia di Elsa Morante, Il conformista di Moravia, e altri classici del Novecento. Leggo i giornali norvegesi, danesi, svedesi, e raramente vedo interviste o recensioni di scrittori italiani contemporanei. L’ultima volta che è capitato, è stato su un libro che è stato parecchio trattato dai media, Gomorra.

 

I libri di Erlend Loe
 

 

 

 
 
 
 
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