Intervista a Eshkol Nevo

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Eshkol Nevo è uno degli autori israeliani che negli ultimi hanno affascinato ed incantato sempre di più i lettori italiani. La pubblicazione negli scorsi giorni del suo ultimo romanzo da parte dell’editore Neri Pozza lo ha portato in giro per il Nord Italia a presentare questo suo nuovo capitolo della sua personale indagine sull’animo umano. Durante una pausa dagli incontri nelle librerie lombarde, ho avuto modo e fortuna di avere una simpatica chiacchierata sui suoi ultimi romanzi.




Molte delle domande contenute nel tuo libro L’ultima intervista sono bizzarre, a tratti anche ridicole. Le hai davvero ricevute o alcune sono frutto della tua fantasia?
Tutte le domande che ho riportato mi sono state fatte durante una presentazione di un libro o un incontro con i lettori o in una intervista. Ho ricevuto ogni tipo di domanda: una volta, durante una presentazione a Haifa, mi è stato chiesto se credessi veramente in Dio oppure il motivo per cui non ci sono personaggi giapponesi nei miei libri. Mi sono ripromesso di non inventare nulla. Ho solo preso in prestito una domanda ad un’altra scrittrice, a cui è stato domandato il suo personale “record di parole” scritte in una sola giornata. Quella è l’unica che non ho ricevuto personalmente.

Il personaggio principale del romanzo ha uno smisurato ego: è per questo motivo che non riesce a vedere o considerare chi gli è attorno?
Questo è un uomo che si ritrova improvvisamente a ricevere colpi da tutte le parti: la figlia si allontana e non gli parla, la moglie sembra voler andarsene via, uno dei suoi migliori amici sta per morire, un altro è sparito e non si hanno più sue tracce. Credo che a questo punto stia imparando lentamente a rivedere tutto ciò che non hai mai tenuto in considerazione nella sua vita e a prenderne atto.

I tuoi romanzi sono spesso letti con il filtro psicologico: è reale questo tuo interesse per la psicologia o è una semplice speculazione dei critici?
Ogni lettura dei miei romanzi è legittima. Vero è che sono molto interessato ai paradigmi che sono alla base degli studi psicologici, anche se preferisco costruire le mie storie o i miei personaggi sulle sfaccettature dell’animo umano, senza tener conto di questi paradigmi. Mi è capitato spesso, durante alcuni dialoghi con degli psicologi, di sentirmi dire che ero stato critico con la categoria in generale nei miei libri. Mi piace il dialogo ma mantengo, in effetti, un certo senso critico nei confronti della psicologia generale. In questo romanzo, in realtà, più che all’aspetto psicologico do molta importanza al corpo, all’elemento fisico. Basti pensare, ad esempio, alle sedute di watsu a cui partecipano alcuni personaggi. Secondo me, non si può prescindere dal parlare di corpo quando si vuole costruire una storia e dare vita al carattere di un personaggio.

Verso la fine de L’ultima intervista il personaggio principale dice che gli scrittori non possono permettersi il lusso di disperare. È davvero così?
A dire il vero può capitare anche ad uno scrittore di essere disperato. Non dimentichiamoci che uno scrittore è a tutti gli effetti un essere umano e come tale può ritrovarsi in situazioni in cui non può che disperare. Il cuore di ogni storia, però, è rappresentato sempre dal cambiamento. Anche in questa storia è necessario procedere verso il cambiamento. In Israele, quando mi ritrovo a cena con degli amici, mi capita spesso di essere l’unica persona ottimista nella stanza. Non si può pensare che le cose debbano sempre procedere seguendo un cerchio costante.

Cito la domanda che uno dei personaggi fa al protagonista e ti chiedo: “Ma come fate ancora a vivere in Israele?”
Come in una relazione d’amore di lunga durata, ci sono lati positivi e negativi. Il mio amore per Israele, per la sua storia, per la sua lingua e per le sue persone, è esattamente così. Mi rendo conto però che alla mia età faccio parte di una generazione che deve combattere per costruire il suo Paese. Torno alla metafora del rapporto di coppia, per sottolineare che nonostante tutto spesso si va avanti con traiettorie diverse. Però vale la pena, a volte, combattere per riuscire a cambiare in meglio la propria situazione.

Pensando alla figura dell’immaginario giallista scandinavo Axel Wolf che viene spesso nominato nel romanzo dal protagonista, volevo chiederti se credi che uno scrittore di gialli abbia una maggiore fortuna a livello d’ispirazione narrativa rispetto ad uno scrittore, come te, più attento a raccontare l’animo umano…
Penso che sia difficile scrivere dei gialli, soprattutto quelli di successo, e dato che non ho mai scritto romanzi di questo genere non mi permetto di giudicare. Il punto qui è che Axel Wolf nella storia rappresenta non solo il giallista, ma ha anche il doppio ruolo di personaggio pubblico che tutti amano. Chi scrive gialli è interessato agli assassini, a chi ha commesso un delitto, alla parte più oscura della personalità di ogni individuo, un po’ come faccio io. Quindi, forse sotto, sotto Axel Wolf sono io.

Passando adesso a Tre piani, il tuo precedente romanzo, in cui viene trattato il tema della genitorialità in tre diversi livelli, tutti complessi e a volte difficili. Esiste nella realtà, quindi, la possibilità di assistere ad una genitorialità “normale”?
Non credo esista un genitore perfetto che non abbia mai preso nella sua vita decisioni sbagliate o commesso degli errori. Non mi piace chi non ammette i propri difetti e preferisco chi decide di assumersi la responsabilità delle proprie mancanze. Ognuno di noi ha vissuto momenti in cui si è reso conto che avrebbe potuto comportarsi in maniera differente. Personalmente, ho tre figlie e il fatto che per due volte consecutive abbia scelto di ripetere questa esperienza significa che il bilancio, alla fine dei conti, è sempre positivo. Comunque, lascio l’uso dell’aggettivo “normale”, che non mi piace, agli psicologi.

Il regista Nanni Moretti sta girando in questi giorni l’adattamento cinematografico di Tre piani. Che cosa, secondo te, potrebbe non riuscire a rendere nella versione italiana della storia?
Innanzitutto, non credo sia giusto giudicare prima di aver visto il film. Conosco molto bene Nanni Moretti e in tutti i suoi film è stato sempre abile a trasmettere le nuance che esistono all’interno dell’animo umano. Non è un regista hollywoodiano; è molto attento ad indagare i sentimenti. In realtà, sono molto ansioso, nel senso più positivo del termine, di vederlo. Mi ritengo molto fortunato: il fatto che un mio romanzo abbia ispirato un artista a creare una sua nuova opera d’arte è davvero un onore.

La tua scuola di scrittura è un vero e proprio esperimento di pace sociale. Si potrebbe allargare un’esperienza culturale del genere ad una comunità più ampia del tuo Paese?
È vero: la mia scuola è come ha detto, un insieme di individui che vengono da diverse “tribù”: vecchi, giovani, ebrei ortodossi, laici, musulmani. Quando entrano in aula nella prima lezione, è come se avessero sulla fronte ben visibile l’etichetta della loro tribù. Piano, piano si rendono conto che anche gli altri, in realtà, cercano le stesse cose, vengono dallo stesso dolore, per cui cercano, allo stesso modo, una cura per andare avanti. Mi sono resto conto attraverso l’esperienza vissuta con la mia scuola che la letteratura costituisce veramente un modo perfetto per aiutare a superare gli ostacoli e, di conseguenza, per trovare quella cura che ognuno di noi cerca.

I LIBRI DI ESHKOL NEVO



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