Intervista a Eva Clesis

Eva Clesis
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Eva Clesis a dispetto della giovane età ha già parecchi romanzi alle spalle (e sulla coscienza, direbbe qualcuno), oltre a numerosi racconti in antologie e varie collaborazioni per riviste e giornali. Abbiamo scambiato con lei una chiacchierata su alcuni dei suoi romanzi più interessanti.




Da dove nasce la sete di vendetta che anima Dante, il protagonista del tuo noir in salsa barese Finché notte non ci separi?
Dante è un metodico. La morte di suo padre non è solo una disgrazia per lui, ma un'ingiustizia, qualcosa che non sarebbe dovuto accadere. Tuttavia, è quando il medico che lui reputa l'assassino del padre  a venire al funerale e parlargli dei suoi figli che Dante progetta la vendetta, vista come l'atto che riporterà in pari l'ago della bilancia, tornando a dare un senso alla sua vita.


Può bastare il dolore a spiegare l'evoluzione di Dante, capace di attendere quattro anni, di modificare il suo aspetto fisico, di trasformarsi addirittura in colui che la sua vittima Cristina potrebbe amare, pur di mettere in pratica la sua vendetta?
Bella domanda. Non c'è nessuna azione capace di giustificare davvero il male. E neanche la trasformazione di un ragazzo in un omicida. Leggendo le storie di alcune persone che hanno commesso un omicidio ho trovato motivi molto futili che hanno innescato la scintilla del male, per esempio delle antipatie, e una facilità incredibile a passare all'atto. Così come certe vendette si possono trascinare per anni. In questo caso, quello che mi premeva non era spiegare come e perché una persona può arrivare a uccidere e a vendicarsi, ma mostrare che il male è sempre iniquo oltre che inutile, anche se la persona che lo compie, come Dante, sembra un ragazzo indifeso con una sua morale.


Vittime e carnefici si scambiano di ruolo spesso nel tuo romanzo. Dante, Ranieri, la stessa Elisa. Come mai questa promiscuità tra bene e male?
Perché non credo nelle divisioni assolute. Credo che ognuno di noi sia portato a scegliere ogni volta da che parte stare.


Che Bari hai voluto raccontare nel tuo romanzo?
Una Bari a cui la notte restituisce il senso prezioso dell'inutilità, del tempo perso, che non ha più quella patina di utile e di ricerca della produttività tipica di questa città che di giorno si vive ancora come porto commerciale e centro affaristico, di notte riacquista un po' il fascino dell'indolenza meridionale.


Cosa pensi dell'esplosione di così tanti scrittori pugliesi negli ultimi dieci anni?
Non ne penso nulla. Non vedo il fenomeno. Lo sento sottolineare in continuazione come qualcosa di straordinario, ma per me non lo è, se tieni conto che tantissimi scrittori pugliesi vivono altrove e anche come scrittori hanno fatto i loro libri altrove, e a quel punto bisognerebbe chiedersi se sono delle città in cui vivono o delle città in cui sono nati.


Dante è l'unico personaggio che parla in prima persona. Come mai questa scelta?
Perché Dante è a parte, ed è importantissimo che il lettore lo viva come l'unico personaggio distaccato dal contesto. Dante si affanna poco, perché non vive. È uno spettatore persino della sua stessa vendetta, come se agisse per qualcosa di già scritto, che sa di dover fare nel tentativo che gli venga restituito il senso della sua esistenza. Dante è quello che ha subito una frattura che l'ha disallineato per sempre dal mondo, quel mondo che io narro in terza persona a sottolineare il distacco.

 
Ti piace cambiare genere nei tuoi romanzi e spiazzare i tuoi lettori. Da cosa nasce questa esigenza?
Mi annoio. Sono naturalmente interessata a tante cose, e soffro molto l'idea della staticità anche nei miei stessi gusti. Mi diverto solo variando, anche in modo impercettibile, è questa la mia natura, ma anche l'idea di definire la mia natura non mi soddisfa.


Recentemente hai fondato la casa editrice Ottolibri. Ci parli di questa nuova esperienza?
L'abbiamo fondata in due, io e il filosofo Ivan Arillotta. L'idea era di creare un'associazione editoriale che fosse una sorta di osservatorio culturale. Vi prestiamo gratuitamente del tempo noi due, poi proponiamo in digitale, comportandoci come una casa editrice, dei testi che ci sono piaciuti, spesso esordienti. Purtroppo non possiamo offrire all'autore la completezza di una casa editrice, ad esempio non siamo in libreria, ma online. Il nostro è un hobby a costi minimi, ci sbattiamo come possiamo, ma facciamo in modo di creare un catalogo e proporre qualcosa di diverso ai nostri lettori.

Il personaggio di Alice, la protagonista del tuo romanzo Guardrail, è molto ben caratterizzato. Ci sono tratti autobiografici o hai cercato nel personaggio della favola risvolti psicologici nuovi?
Ho pensato a un mondo meraviglioso che meraviglioso non fosse per niente, e in questo mondo grottesco, inquietante eppure ridicolo, ho creato il mio personaggio, totalmente diverso da me per carattere. L’Alice di Carroll è una bambina adorabile che si stupisce di tutto, ma è anche riflessiva e educata. Fa ragionamenti, chiede permesso e scusa ai suoi parti onirici. Da bambina assomigliavo di più a lei che non alla mia protagonista. Pur con la differenza di età, la mia è un’Alice opposta perché scostante, cresciuta nel disagio, che non si integra, che non si stupisce di nulla e a ogni cosa risponde malamente. Un punto in comune tra lei e il personaggio della favola c’è: entrambe amano le filastrocche.

 

Il romanzo è ambientato ai giorni nostri. Descrivi una realtà concreta o l’esasperazione di fatti e caratteri ha influito molto sulla narrazione?
Molti hanno pensato che mi inventassi delle situazioni di sana pianta, in realtà in passato ho lavorato a contatto con gli orfani e in più ho abitato per anni in un paese della provincia pugliese, quindi parto come sempre da cose che più o meno conosco e da lì prendo il largo. I caratteri si rifanno a persone che esistono realmente. Li ho soltanto resi più narrativi.

 

L’amore è una condizione sempre negata, attraverso tutta la storia di Alice. Sebbene il finale tenda a schiarire il cielo sopra di loro, non tutto sembra incasellarsi come dovrebbe e il futuro di Alice mi è sembrato ancora incerto. Fa parte di una tua personale immagine della precarietà di questo sentimento?
Assolutamente sì. La vita è un processo in continuo movimento e lo è anche l’amore: impossibile dargli un finale risolutivo. In particolare nell’amore narrato sono diventata piuttosto cinica. Alice ama un ragazzo inarrivabile per lei sotto molti punti di vista: diversa cultura, diversa educazione, e soprattutto una diversa condizione sociale. Possiamo pensare che l’amore vada oltre e vinca tutto, ma quella è un’altra storia, e di rado è la mia.

 

Tutti i personaggi che ruotano attorno ad Alice, come Alice stessa, sembrano avere una doppia identità, un lato positivo ed uno negativo. Fa parte della tua interpretazione di Alice nel paese delle meraviglie?
All’inizio del mio romanzo si parla del fatto che la mia Alice ama il libro di Carroll perché vi trova descritto un mondo doppio di fantasia e reale. Il mondo che Alice incontra in Guardrail invece è quasi dickensiano, irrigidito in un contesto di privazione. La nonna e l’amica del cuore ad esempio hanno una loro fissità nei comportamenti, dovuta all’età (anziana/ragazzina). Entrambe sono quello che io descrivo, tranne qualche cedimento che le rende più umane. Nel resto del libro ci sono però dei personaggi–chiave che nascondono un’altra metà. Il libro stesso è diviso in due parti di uguale lunghezza, uno l’opposto dell’altro. La protagonista si chiama Alice ma in realtà quello è il suo soprannome e via dicendo… Tutto in Guardrail gioca con l’idea della duplicità.

 

Tra A cena con Lolita e Finché notte non ci separi è cambiato qualche cosa nel tuo modo di scrivere?
L’uscita del primo libro mi ha un po’ scioccata, molte persone hanno parlato di me come iscritta a un filone narrativo preciso. Questa cosa, per quanto la riconoscibilità faccia sempre piacere perché è rassicurante, era al tempo stesso un limite. Come “scrittrice” vorrei semplicemente narrare delle storie senza pensare ai generi e cercando di farle vivere grazie alla scrittura. In tal senso sto lavorando per rendere la mia scrittura più neutra e funzionale alla storia e quindi a distanza di tre anni un cambiamento nello stile si è verificato. Cerco un equilibrio costante e faccio attenzione a cose che quando scrivevo A cena con Lolita forse mi passavano davanti. Al tempo stesso però vorrei lasciare lo spazio a pensieri incantati, a considerazioni spurie che costellano qua e là i miei scritti. Vedremo.

I libri di Eva Clesis

 

 

 

 
 
 
 
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