Intervista a Fabio Deotto

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Quando il Circolo dei lettori di Perugia mi chiede di presentare l’ultimo libro di Fabio Deotto, edito da Einaudi, sono in partenza per Dubai e ho pochissimi giorni per leggerlo. Lo farò in aereo, poi in nave, sorpresa nel constatare quanto il contesto futuristico che mi circonda ‒ tra pochi anni da quelle parti entreranno in funzione i taxi-droni senza pilota ‒ rimandi in modo inquietante al mondo rappresentato nel romanzo. Di questo e di altro parlo insieme all’autore; Deotto è lucido, interessante, generoso, simpatico. Questa la sintesi della nostra chiacchierata.




Un attimo prima racconta il dramma di una famiglia borghese il cui primogenito diventa leader di una costola degenerata del movimento Occupy, arrivando a compiere azioni eversive in una escalation autodistruttiva. I personaggi, tuttavia, sono calati in una Milano futuristica abitata da precittadini e cittadini, che spendono punti sanitari al posto del denaro e ne subiscono decurtazioni in base alle violazioni delle leggi... Una storia giocata su più temi, tenuti insieme da una trama avvincente: da dove nasce un’idea così raffinata e complessa?
Il romanzo nasce dall’incontro di due idee. La prima mi ronzava in testa da tempo: volevo raccontare un mondo in cui il denaro come lo conosciamo fosse stato sostituito da una valuta non accumulabile. Quell’idea è rimasta in animazione sospesa finché un giorno, durante un viaggio in aereo, mi sono sorpreso a perdermi in un ricordo che non rievocavo da tempo. Non so quanto tempo passai ad abitare quel ricordo, so però che quando il volo atterrò io mi stavo domandando se sarebbe stato possibile, in futuro, rivivere i ricordi, e così facendo intervenire per modificarli. Mentre pensavo a questo potenziale futuro, mi sono reso conto che in un mondo senza denaro e senza lavoro, la gente probabilmente si concentrerebbe ancora di più sui propri ricordi; e farebbe di tutto per proteggerli, o edulcorarli.

Edoardo, il protagonista, irrisolto e fobico, per superare il trauma della morte del fratello, accetta di sottoporsi ad una terapia sperimentale messa a punto per la sindrome dell’arto fantasma. Sembrerebbe che tu sia affascinato dall’idea che la mente possa essere opportunamente resettata perfino dai ricordi più traumatici... che tipo di conoscenza e di curiosità hai verso le neuroscienze?
In parte deriva dai miei studi universitari, incentrati soprattutto sui processi biologici ed evolutivi. Negli ultimi dieci anni ho lavorato come giornalista culturale, concentrandomi spesso su questioni riguardanti il nostro cervello, la nostra memoria e il nostro concetto di identità. Una delle cose che più mi affascinano è come quello che ricordiamo influenzi il nostro modo di filtrare la realtà presente e di immaginarci quella futura. Il punto è che i nostri ricordi non sono affidabili, vengono modificati ogni volta che li rievochiamo, e questo fa di noi delle creature con un’identità in costante fase di cristallizzazione.

Se fossi ossessionato da un terribile “ricordo fulcro” come il tuo protagonista, ti sottoporresti mai ad una psicoterapia sperimentale o opteresti per il classico lettino dello psicanalista celebrato nei film di Woody Allen ?
Nessuna delle due opzioni, mi sa. Non sono un fan della psicanalisi, credo che disturbi come quelli dei protagonisti siano materiale per la psicoterapia cognitivo-comportamentale. Allo stesso tempo, non credo che eliminare ricordi traumatici sia necessariamente un bene. Potrebbe esserlo per chi ha subito traumi violenti e debilitanti (non a caso, stanno sperimentando qualcosa di simile sui soldati affetti da stress post-traumatico), ma nella maggior parte dei casi gli strumenti psicologici più affilati sono quelli che l’individuo si forgia superando situazioni difficili, rielaborando traumi e toccando con mano le proprie capacità di sopravvivenza.

Il tuo romanzo rivela diverse influenze letterarie, hai uno scrittore che sia stato per te quello che per Bukowski ha rappresentato Fante, una voce in cui ritrovare la propria?
Nel corso degli anni ho avuto diversi autori-faro: prima George Orwell, poi lo stesso John Fante, ho avuto una cotta per Kurt Vonnegut jr., una per Dave Eggers e una per Paul Auster, che probabilmente non è ancora finita. Da qualche anno però sto spaziando molto: più che una voce in cui trovarmi, cerco autori e autrici che mi spingano a uscire dalla mia comfort zone. Di recente mi è successo con Karl Ove Knausgård, Claudia Rankine, Emma Cline, Jesse Ball.

Nel tuo romanzo racconti un tipo di società fallita nel tentativo di superare il modello capitalista, in cui è stato cancellato il denaro; ma i punti sanitari tiranneggiano i cittadini allo stesso modo, inducendoli in una forma diversa di indigenza. Credi sia possibile virare verso un capitalismo etico o venderemo l’anima nell’accumulo compulsivo di materia superflua?
Io credo che il sistema attuale non sia sostenibile, a livello energetico, a livello economico e a livello sociale. Sono convinto che il capitalismo possa essere superato, ma sono anche convinto che prima sia necessario rinunciare al nostro bisogno di accumulo, di crescita a tutti i costi, di realizzazione personale incardinata al prestigio e alla ricchezza. Nel mondo di Un attimo prima il denaro non si può più accumulare, le città sono ecosostenibili e la povertà è stata sconfitta, eppure le persone continuano a ragionare in termini consumistici, facendo di tutto per sentirsi diversi e “migliori” dalla massa. Non abbiamo bisogno di un capitalismo etico, abbiamo bisogno di ritrovare il coraggio di immaginare un modo di stare al mondo diverso da quello attuale.

Secondo te cosa dovrebbe essere uno scrittore nella società moderna? Intellettuale, guida, provocatore, mago Otelma, veggente, artista punto?
Secondo me uno scrittore non “dovrebbe” nulla. Il verbo “dovere” non andrebbe mai utilizzato quando si parla di scrittura o letteratura. Detto questo, io mi impongo una cosa sola: di essere onesto con il lettore, di non trattarlo da potenziale cliente o da marionetta da guidare dove voglio. Finché uno non scrive per arrampicare classifiche, per vincere premi letterari o per mistificare consapevolmente la realtà, per quanto mi riguarda può scrivere quello che gli pare.

La musica nel romanzo e nella tua vita è molto più di una colonna sonora, sei un batterista e hai un tuo gruppo, come suddividi le tue energie, il tuo tempo, la tua ispirazione tra scrittura e musica?
Scrittura e musica richiedono un tipo diverso di energia: la scrittura è in gran parte una questione mentale, una storia viene scritta per essere fruita in differita; la musica (quella che faccio io, almeno) ha una componente fisica preponderante, oltre che scritta è eseguita dal vivo, c’è una componente di sfogo che la scrittura non ha. Oggi scrivo molto più di quanto suono, ma è dalla musica che ho imparato a trovare il giusto approccio alla composizione, lasciando prima spazio allo slancio e solo dopo alla riflessione formale.

Hai scritto parte del romanzo a New York, ma anche una piccola provincia come Perugia ti è molto piaciuta ... c’è una città in cui ti senti a casa o in cui vorresti vivere?
Credo di non essermi mai sentito “a casa” in nessun luogo. Tranne forse New York, ma solo perché è chiaro a chiunque ci viva che non può essere casa di nessuno.

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