Intervista a Fabio Genovesi

Fabio Genovesi
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Incontrare Fabio Genovesi è sempre un piacere, forse perché è toscano, è versiliese, perché parla di cose che conosciamo, di luoghi familiari, ma anche perché è una persona disponibile, sorridente e non importa se ha mille interviste da fare, si siede volentieri con te e stupito ascolta le domande che, dopo tanti anni di conoscenza, abbiamo ancora voglia di fargli.




Quali sono secondo te, se ci sono, i temi che sono diventati costanti nella tua narrativa - nonostante te?
La cosa che mi stranisce di più è che alla fine mi appassionano le storie d’amore, persone che amano altre persone che vengono ricambiate o a volte no. Ed è strano perché non sono appassionato di storie d’amore, mi annoiano gli amici che mi raccontano le loro o i film romantici, anche nei libri mi annoiano. Non ci penso mai quando comincio a scrivere una storia e poi invece…

I tuoi protagonisti ti stupiscono ogni tanto? Cambiano durante la scrittura del romanzo?
Totalmente. Secondo me la morte del romanzo è la scaletta, lo schema, è una gabbia che ammazza la scrittura. I personaggi che appassionano sono quelli di cui conosci moltissimo ma senza avere la presunzione di sapere cosa faranno. Se hai una scaletta tendi a far fare ai personaggi quello che vuoi tu, invece devi lasciarti sorprendere quando scrivi. Non c’è cosa peggiore di sforzarsi di scrivere cose che vogliono stupire a tutti i costi.

Qual è la cosa più strana tra quelle che ti dicono i lettori?
La cosa più particolare che mi sono sentito dire, non da molti, è ‘Non ho mai letto un libro, il tuo è il primo libro che leggo’. Non ho mai saputo però se è stato anche l’ultimo! Una cosa che invece mi dicono in molti e che mi fa molto piacere è che il mio libro ha dato loro coraggio. I miei personaggi non sono perdenti, ma sono svantaggiati. Eppure nonostante tutto trovano il loro modo per riuscire, sviluppano le loro risorse. Mi piace sapere che molti si immedesimano nei miei protagonisti e questo li aiuta nella loro vita.

Nascono prima i personaggi o prima le storie?
Prima viene il posto. Immagino una strada, una via, una casa, poi un’altra da un’altra parte. E poi ci aggiungo tanti personaggi, che non conosco. Come ad una festa, non conosci nessuno e poi ti guardi in giro e cominci a conoscere qualcuno, poi qualcun altro. Alcuni personaggi restano, altri li elimino. Seleziono molto, tolgo tutto quello che non serve. La prima versione di Esche vive aveva millecinquecento, milleseicento pagine, pagine che servivano a me per conoscere meglio i personaggi e i luoghi che descrivevo, ma che alla fine della storia non erano così necessarie.

Com’è il tuo rapporto con la figura dell’editor?
Il mio rapporto con l’editor è ottimo ed è una figura di riferimento importante. Quando le case editrici non ti rispondono neanche i tuoi editor sono i tuoi amici, le persone che hai intorno, diventano il tuo occhio esterno. L’editor ha il vantaggio che lo fa per professione, con delle capacità. Si corre il rischio di leggere cose simili se l’editor è lo stesso per scrittori diversi, lì entra in gioco la loro capacità, la loro bravura.

 

Com'è la Versilia del tuo libro Versilia rock city?
Forse è più semplice spiegare come non è: non è quella che si vede nei Tg delle vacanze e nelle riviste di gossip. Non è la terra delle grandi opportunità, dove le veline incontrano i calciatori e gli industriali incontrano i ministri. Non è la pista di atterraggio per gli elicotteri dei petrolieri russi. Non è quell'incanto anni Cinquanta che ricordano nostalgiche le vecchie miliardarie, e nemmeno il mito dei ruggenti anni Sessanta che non smetterà mai di tormentarci. La Versilia che descrivo è quella che certe cose le vede solo di striscio. E' intensa e clamorosa pure lei, ma in un modo tutto diverso. E' la vita di una provincia che per due mesi sembra Las Vegas, e il resto dell'anno Bucarest. E chi ci vive le assomiglia un po', persone a tratti brillanti a tratti catatoniche, perse tra fiammeggianti ricordi d'infanzia e una nebbia fitta addosso alle prospettive di vita. Gente fantastica e sfigata, banale e impossibile allo stesso tempo.

Di solito da quale punto di vista osservi le cose?
Qualsiasi punto va bene, basta che stia ad altezza zero. Da terra, più basso è, meglio mi va. Non sopporto gli sguardi dall'alto, che appunto sono altezzosi. Versilia Rock City vive delle storie di quattro persone principali, non c'è un solo protagonista che racconta di sé e del suo mondo, quindi l'esigenza era quella di riuscire a far parlare ognuno con la propria voce, il suo punto di vista, perché i personaggi fossero autentici e ben distinti. Sarebbe stato assurdo utilizzare la stessa prosa per una come Roberta, avvocatessa in carriera con la passione per i Codici Civili dell'Ottocento, e per Nello Cenni, rocker ex eroinomane con un cobra gigante tatuato sul petto. E' chiaro che ognuno è fatto a modo suo, ha i suoi modi di vedere e dire, i suoi cd preferiti da ascoltare in auto (anche se Nello in effetti non ce l'ha, un'auto). Anche la mia posizione, mentre li scrivevo, cambiava per ognuno. Nello l'ho scritto stando sempre in piedi, per esempio.
 

Qual è il momento della giornata, il luogo in cui preferisci scrivere?
Mi sa che non c'è un momento preciso. Di solito la mattina faccio il lavoro duro, batto sui tasti, butto giù le pagine. Nel pomeriggio mi occupo di altro, e in qualche modo (anche poco lucido) ripenso a quello che ho scritto. Poi la sera lo riprendo in mano e cerco di trovarci del buono. Rileggo i dialoghi a voce alta, faccio le varie voci, mimo le situazioni... fortuna che vivo da solo sennò sarebbe imbarazzante. Per quanto riguarda i posti, sono clamorosamente banale. Casa mia è il massimo. Ma siccome sono spesso in giro, non ho problemi a scrivere in case casuali, magazzini, treni, tensostrutture, termovalorizzatori. L'importante, più che il posto o il momento, è che mentre scrivo ci sia musica. Quella che mi piace.
 

Tu scrivi anche di Teatro: ci sono differenze in quel caso nell'approccio alla scrittura rispetto alla prosa?
Sicuramente ci sono delle differenze, ma le affinità sono di più. Devi scrivere una storia e la devi cucire addosso a una persona-personaggio e questa storia deve funzionare nella testa tua e in quella del lettore-spettatore. Unica differenza, il "personaggio" per cui scrivi la storia, nel teatro è una persona vera e quindi ha modo di mostrarti la sua scontentezza e farti cambiare quello che non gli va. Nella narrativa il personaggio è più subdolo... se lo scrivi male, non ti dice nulla, la sua vendetta è silenziosa: quel personaggio semplicemente non funzionerà, e animerà una storia brutta, senza sapore, che non soddisfa nessuno. In ogni caso, scrivere per il Teatro è una lezione importante e continua. Scopri che molte cose che ti piacciono, in realtà piacciono solo a te. Impari i tempi, i modi, l'umiltà. Che se vuoi scrivere qualcosa, la devi anche ascoltare. In questo modo ti dirà lei cosa devi fare.
 

Tu hai anche un blog molto seguito, ami dire la tua su questa o quella cosa. Cosa ti incuriosisce di quello che vedi attorno a te?
Molto. Troppo. Quasi tutto. Cosa pensano le persone che non conosco, e pure quelle che conosco. E cosa spinge un uomo a fare scelte disperate, tipo mettersi i mocassini quando esce. Come fanno alcune persone a collezionare con piacere orologi da polso. Com'era mia nonna da ragazza. Dove finiscono le persone che muoiono. Come fa a funzionare la televisione. Se gli amori dell'adoloscenza continuano in qualche mondo parallelo con una traiettoria più fortunata... insomma, senza curiosità non si scrive. Forse senza curiosità si vive, però male.
 

Da dove parti nella stesura di un'opera?
Per partire mi serve una spinta. Un'idea forte, magari non estesa, anche solo un'immagine, una situazione di passo, che però mi invogli a lavorarci. Può essere anche una frase. Poi immagino chi la può dire, questa frase, e a chi, e dove, e come mai. Intorno, si allarga la storia e pure l'orizzonte. La persona che dice quella cosa, di colpo ha un amico e una famiglia, e vive in un posto, e tutto intorno la vita comincia. Magari, alla fine, quel seme che mi ha dato la spinta iniziale non ha una posizione importante nella storia, magari ci sta pure che lo tolgo e non ne resta traccia. Come appunto per il seme di una pianta. Però all'inizio c'è stato, e mi ha dato la spinta. E lo ringrazio per questo.
 

Ci racconti l'incontro con l'attrice Katia Beni, che ha portato a un libro scritto a quattro mani, Prima o poi casco?
Merito di Antonella, la sua organizzatrice. L'avevo conosciuta alla prima di uno spettacolo di Elisabetta Salvatori, "Vi abbraccio tutti", che ho scritto insieme all'attrice stessa e a Francesco Guccini. Con Antonella abbiamo parlato qualche minuto e ci siamo scoperti in sintonia totale. E lei ha intuito che un incontro tra me e Katia sarebbe stato cosa buona, così lo scorso dicembre, visto che venivano a Roma, mi ha chiamato e ci siamo incontrati in un bar vicino a casa mia, famoso per il tiramisù. Ricordo che ho preso un tramezzino, la cameriera mi ha chiesto come lo volevo, quel giorno ero di buon umore e ho risposto "Come ce l'avete va bene", e mi è toccato un tramezzino con maionese carciofini e salame che è stata la giusta punizione al mio pressappochismo. Però con Katia, come aveva pensato Antonella, è nata un'affinità immediata e totale. Mi sembra di conoscerla da sempre. E scrivere con lei è un'avventura continua. Ha mille idee e se tengo carta e penna in tasca quando siamo insieme, il più del lavoro è fatto. Adesso stiamo ultimando quello che sarà il suo prossimo spettacolo, e intanto è uscita per Sassoscritto un'agile selezione di pezzi in forma narrativa, che si chiama appunto Prima o poi casco.
 

Che genere di storie ti piace scrivere e leggere?
In genere mi piacciono le storie-storie. Insomma, quelle dove succede qualcosa, ecco. Le pagine piene di pensieri mi affascinano poco. Le divagazioni mi piacciono un sacco, ma devono essere tipo razzi, che schizzano rapidi in cielo e poi tornano a una base concreta, che è appunto una storia, un contesto. Ho una passione quasi imbarazzante per le situazioni grottesche, le premesse scomode, le conseguenze sfuggite di mano. Credo che si capisca anche troppo bene da Versilia Rock City, dove le storie private di varie persone finiscono per incriociarsi in un deragliamento generale. Tra i lettori, la maggior parte mi dice che il romanzo è amaro, e al tempo stesso li ha fatti ridere un sacco. Per me questo è il massimo. Mi piace quando ci si trova a ridere in momenti in cui non si dovrebbe. Tipo a scuola, quando la professoressa spiegava. Ecco, per me quel riso che veniva su prepotente, e più provavi a cacciarlo in gola e più prendeva forza, è un momento importante, credo.
 

Un libro che avresti voluto scrivere?
Forse Motel Life di Willy Vlautin, autore americano ancora quasi sconosciuto in Italia. Si tratta del suo primo romanzo e la scorsa estate mi ha lasciato addosso un senso di soddisfazione quasi imbarazzante. Storia secca, potente, senza fronzoli. Prosa adeguata, asciuttissima, alla Cormac McCarthy ma con un sapore meno veggente, meno biblico. Appunto l'avrei voluto scrivere io, ma siccome l'aveva scritto Vlautin, avrei comunque dato un braccio per tradurlo in italiano. Purtroppo mi sono mosso troppo tardi, e quando ci ripenso scuoto la testa. E ci ripenso spesso.
 

E invece un libro che non avresti voluto neppure leggere?
Se un libro proprio non mi piace, lo smetto. Non sono di quei kamikaze che una volta girata la prima pagina, per qualche legge di masochismo morale devono arrivare fino all'ultima. Comunque, provo rancore e avversione feroce per Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry.
 

Facciamo un gioco: i tuoi tre libri preferiti in assoluto...
Tre... mi sa che non ce la posso fare. Però ci provo, dico i tre che vedo nella testa se chiudo gli occhi, così a caso. 1- La strada per Los Angeles di John Fante. L'adolescenza è letteratura. E qua ce n'è a chili, di tutte e due. 2- Pan di Knut Hamsun. L'ho sentito definire metafisico, struggente... qualche filologo nordico avrà un malore, ma per me è un grande romanzo comico. Una specie de Il grande Lebowski norvegese di fine Ottocento, ecco. 3- Il servitore del Diavolo di Enrico Pea. Aggiungo un 4: Albano e Romina, Autoritratto dalla A alla R. Scritto a quattro mani (e due cuori) da Al Bano e Romina Power. Fondamentale l'albero genealogico dei Power e dei Carrisi ricostruito in apertura con tanto di immagini cimiteriali. Mi ritrovo spesso a consultarlo.
 

Ora però qualcosa sul tuo nuovo libro ce la devi dire…
Il prossimo libro è un romanzo sul mare… ma sono ancora in alto mare! È ambientato in Versilia, anche se inizialmente non avrei voluto. Sarà una storia di ragazzini e di genitori, ma non famiglie, in questa meravigliosa cosa che sta accadendo in letteratura di famiglie strane in cui a volte i figli sono genitori dei propri padri.

I libri di Fabio Genovesi

 

 

 
 
 
 
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