Intervista a Fabio Mantovani

Fabio Mantovani

“Il mio studio è letteralmente sommerso dai libri riviste e fumetti. Lavoro su una scrivania con un piano di cristallo ed un piano inclinato di vetro montato sopra. Di fronte ho i libri che uso come documentazione, dietro uno specchio e ai lati centinaia e centinaia di pennarelli e pennelli”. Giusto qualche riga per farvi entrare nella “tana” del disegnatore Fabio Mantovani. A partire dal folgorante incontro con la scuola bresciana, non ha mai smesso di sfornare tavole dietro tavole. Del bianco e nero ama la sfida di dare consistenza alle cose soltanto attraverso due colori e il dinamismo che offre il segno modulato; del colore, soprattutto, la tempera  e la luce che riflette una volta asciutta: un effetto satinato totalmente privo di riflessi. Peccato per noi che come disegnatore abbia deciso di emigrare, almeno virtualmente.

Come sei finito a disegnare fumetti?
Ho sempre avuto la passione per i fumetti, fin da bambino: ho disegnato fumetti che ancora conservo. L’occasione di lavorare professionalmente mi si è presentata durante una mostra di originali organizzata in un negozio di fumetti di Roma, il vecchio “marchio giallo”, la mostra era su Lazarus Ledd e lì ho avuto l’occasione di conoscere Ade Capone, il vecchio direttore artistico della Star Comics, ed il gruppo di disegnatori “bresciano”; erano alla ricerca di disegnatori per una nuova serie di fantascienza. Fatti vedere i lavori (in realtà, i proprietari del negozio hanno fatto vedere i miei lavori, io mi vergognavo troppo), mi sono arrivate prima le tavole di prova e poi la sceneggiatura del numero 11 di Hammer, L’urlo del cielo.


Fantasy, fantascienza, supereroistico sono tutti “generi” che fanno parte del tuo curriculum: in quale “ambiente” ti senti più a tuo agio?
In realtà a me piacciono tutte le ambientazioni e tutti i tipi di fumetto: ho disegnato il numero 15 delle Winx, La terra dei draghi, divertendomi molto. Quello che mi interessa è lavorare con persone che mi stimolino. Detto questo, penso che ogni tipo di ambientazione abbia le sue potenzialità. Nel 2009 ho pubblicato per la BD francese un albo intitolato Tout doit disparaître, travail et souffrances psychologiques che parlava principalmente dei problemi psicologici derivati dalla perdita del posto di lavoro... La mia passione, quella vera, è la fantascienza.


Che rapporto hai con il linguaggio cinematografico? Che genere senti più tuo?
Adoro il cinema e le serie televisive che negli ultimi anni  si sono liberate delle molte censure che avevano. Preferisco il cinema di svago, non amo molto i film “impegnati”, soprattutto perché mi lascio influenzare molto facilmente e non mi piace uscire dal cinema “incazzato nero”. I film più “pesanti”  preferisco vederli a casa con il frigorifero a portata di mano...  Anche in questo caso la mia fissazione è sempre lì: colleziono film di fantascienza, principalmente quelli terribili.


Cosa si trova sul tuo tavolo da disegno, e nel tuo studio?
Di tutto. Lavoro su una scrivania con un piano di cristallo ed un piano inclinato di vetro montato sopra. Di fronte ho i libri che uso come documentazione, dietro un o specchio e ai lati centinaia e centinaia di pennarelli e pennelli. Il mio studio è letteralmente sommerso dai libri riviste e fumetti, sul mio blog ci sono le foto:  http://fabiomantovani.altervista.org/studiolo/.


Quanto sei maniacale nella scelta degli strumenti di lavoro?
Parecchio. Sono sempre stato della convinzione che la scelta del materiale è determinante per la riuscita di un lavoro. Scelgo il materiale più adatto in funzione del risultato che a me serve:  adoro sperimentare. La scelta del materiale è determinata anche dal tempo che si ha a disposizione per fare un lavoro: ci sono carte ed inchiostri che tra di loro hanno reazioni diverse. La mia passione resta la tempera, una tecnica che purtroppo richiede molto tempo, non adatta per un lavoro a fumetti.


Quali gli autori che ritieni siano i tuoi punti di riferimento?
Sono un collezionista di fumetti, a me piacciono tutti e cerco di rimanere il più libero da pregiudizi. Il mio primo amore è stato  Al Williamson in Guerre stellari - L’impero colpisce ancora; poi, ho conosciuto Alan Davis in Excalibur che devo dire mi ha influenzato molto. Mi piacciono molto Adam Hughes, Kevin Nowlan, Jorge Zaffino. Poi molti altri da Ikegami ad Otomo. E ancora Masamune Shirow, Lauffray, Springer… La mia passione vera restano gli illustratori.


Che rapporto hai con il colori, quale, invece, con il bianco e nero?
Adoro i colori. E, come ho già detto, amo la tempera e la luce che riflette una volta asciutta: un effetto satinato totalmente privo di riflessi. Ogni tecnica dà dei risultati diversi e a me piace variare. Del bianco e nero mi piace la difficoltà che si ha nel dare la consistenza delle cose  soltanto attraverso due colori e il dinamismo che offre il segno modulato.


Colorazione a mano o digitale? O quando l'una o l'altra?
Non mi ritengo un esperto di colorazione digitale, non riesco a memorizzare le funzioni dei tasti: è più forte di me, mi sono stampato addirittura un elenco che comunque non guardo mai. Coloro al computer come se colorassi a mano; procedo nello stesso identico modo. La colorazione digitale, però, ha un grande vantaggio rispetto alla colorazione a mano: puoi sempre correggere ed il risultato finale sarà identico alla stampa. Nella colorazione a mano, invece, si è sempre soggetti al rapporto che si crea tra  la scansione dell’originale e la scelta dei materiali: ogni materiale riflette la luce in maniera diversa e bisogna sapere sempre, specialmente in una tecnica mista, quali materiali accostare per non creare alterazioni cromatiche durante la scansione. In questo si deve essere molto fortunati a trovare un tecnico che conosca veramente il suo mestiere.


Per chi vuole fare fumetto il nostro Paese non è certo il migliore in cui nascere... Tra le seconde patrie predilette delle nostre matite, Francia e Stati Uniti, nelle tue collaborazioni non ti sei fatto mancare nulla. Meglio la Francia o meglio gli USA? Quali sono le differenze sostanziali?
Sono due tipologie di lavoro diverso, con tempi di produzione molto diversi tra loro. I tempi di consegna nel fumetto americano sono molto serrati - si parla di ventidue tavole al mese compreso il colore – e di fatto è un lavoro che si fa esclusivamente con la collaborazione di altri autori. La caratteristica principale nel fumetto americano la si vede soprattutto nella spettacolarità delle sequenze (anche se non sempre si ha una testata che te lo permette; lo storytelling, poi, deve essere impeccabile perché si dà molta importanza alla narrazione e di conseguenza i ritmi narrativi che ne vengono fuori, sono molto più serrati. Il fumetto francese, invece, è un fumetto molto più descrittivo, più ragionato, meno irruente. Si hanno a disposizione più vignette per sviluppare la storia. Gli americani sono molto più coinvolgenti nel lavoro, aperti ad ogni suggerimento, dunque, con loro ho molta libertà di lavoro; con i francesi, invece, è tutto molto più controllato. Non saprei dire cosa preferisco di più.

 
America vs Italia: con chi si lavora meglio? Quali sono le differenze principali?
Con molto rammarico si lavora molto meglio con gli americani, ti viene data molta più fiducia e i suggerimenti del disegnatore vengono seriamente presi in considerazione. In Italia non ho lavorato con molte case editrici, è un mercato che seguo e mi dispiace che l’opera del disegnatore passi sempre in secondo piano rispetto allo sceneggiatore. Sono sempre stato fortunato con gli sceneggiatori con cui ho lavorato, mi hanno sempre lasciato molta libertà, ma si tratta sempre di concessioni. Molti miei colleghi non sono stati altrettanto fortunati.


Cosa ti piacerebbe disegnare, o ti sarebbe piaciuto disegnare?
Mi piacerebbe lavorare su storie mie, tutti i disegnatori hanno i loro sogni nel cassetto. Per ora non ho mai avuto la forza di farlo, ma mai dire mai.


A quali progetti stai lavorando oggi?
Ho consegnato per la casa editrice IDW l’ultimo capitolo della miniserie di Star Trek. Deep space nine, intitolato “Fools gold”, disegnato con  l’aiuto di Francesco Lo Storto ed Emanuela Lupacchino che, per problemi di salute, mi hanno aiutato a concludere la storia. A giorni dovrei iniziare una nuova miniserie sempre ambientata nell’universo di Star Trek.

 

 

 
 
 
 
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