Intervista a Federica De Paolis

Federica De Paolis
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Federica è una delle persone più divertenti e solari che io conosca. Il lato oscuro di sé, quello più accigliato, lo riserva alla scrittura, ai suoi racconti, dove non di rado incontriamo personaggi ambigui, chiusi, complessi. E’ lo stesso tipo di ambiguità che si è materializzata a una presentazione romana di un suo libro, dove allo stesso tavolo sedevano il caustico Valerio Mastandrea e l’intellettualismo di Elisabetta Rasy. Federica sedeva nel mezzo, con gli occhi blu sgranati, non riconoscendosi affatto in nessuna delle definizioni attribuitegli. Come fosse un cubo magico che però non ha soluzione.

Come è nata l’idea di fare degli indirizzi, e quindi delle case, il punto di partenza di ogni racconto del tuo Via di qui?

L’idea è nata da un singolo racconto, l’ultimo per la precisione. Da qui l’ipotesi di fare un libro di racconti che avessero tutti lo stesso soggetto: la casa. Ci ho tenuto a mettere le foto dei portoni davanti a ogni storia. I portoni sono come i ritratti delle persone che vivono quell’indirizzo, raccontano i protagonisti.

 

Dalla descrizione di alcune delle case dei tuoi racconti sembra che quei luoghi siano a te molto familiari. Hai realmente vissuto in una o più delle case che descrivi?

L’ultimo racconto è autobiografico. Poi sono stata in un'altra casa che viene descritta, ma la storia che si svolge dietro al “mio portone” non è quella reale. Sono stata di fronte a tutte le case, questo sì. Ho cercato di immaginare chi poteva abitarle. Gli spazi narrativi sono come sono i personaggi, li conosci tutti benissimo, vivono nella tua testa.

 

Il tuo esordio è stato con il romanzo Lasciami andare, edito sempre da Fazi. Seconda prova narrativa, dei racconti. C’è una delle due forme narrative che senti più affine al tuo stile?

E’ più avvincente scrivere un romanzo, anche perché paradossalmente ha delle “regole” meno rigide. Ti permette più libertà e ovviamente più approfondimento. Un racconto deve essere sostenuto da un’idea forte, deve catturare il lettore all’istante, raccontargli un mondo in poche pagine. Se ti dovessi fare un esempio ti direi che un racconto è come una piccola stanza che deve contenere tutto ed essere accogliente o respingente, e ci vuole molta coerenza, paradossalmente poca fantasia. In una grande casa ovviamente hai più spazio, puoi arredare diversamente le stanze, muoverti con più liberta, e puoi anche decidere di non aprire mai delle porte.

 

Sia i protagonisti del tuo primo romanzo che quelli dei racconti presentano una dimensione interiore molto forte e talvolta tormentata. Quanto del tuo stato d’animo influisce sulla scelta dei tuoi personaggi?

Quanto del mio stato d’animo… Non è tanto un fatto di stato d’animo, perché puoi scrivere delle cose divertenti, aperte, anche se stai soffrendo o il contrario. Il punto è che ognuno di noi ha “un fondo” che viene su, a galla. Per quanto ci si possa immaginare di essere una bambina, un pugile ossessionato, un vecchio, un gay, per quanto si possa andare lontano dalla nostra realtà, c’è una voce interiore che non si “controlla” che si ostina a parlare di certi argomenti, come se fosse un’urgenza. Via di qui, è un libro molto pensato. Sono stata attenta a usare registri diversi, il dialogo puro come la terza persona, il passato prossimo, due voci invece che una. Sono stata attenta a occuparmi dei proletari come dei borghesi. Tutto molto ragionato. E non mi sono accorta che tutti questi personaggi soffrono di solitudine. Vivono in una dimensione di isolamento interiore forzato.

 

Nelle note biografiche leggiamo che sei dialoghista cinematrografica e insegni sceneggiatura. Quanto questa “formazione” cinematografica influenza la tua scrittura? Mi viene ad esempio da chiederti se “vedi” le scene prima di descriverle…

Questo è interessante. Si, è vero ho una formazione cinematografica molto forte, ma non è una mia ambizione. Mi piace insegnare sceneggiatura da un punto di vista tecnico, ma non ambisco a scriverla. Mi interessa la letteratura perché non si nutre di pure immagini, ma di pensieri. Detto questo mentre scrivo vedo tutto. Non prima, ma durante. E la mia scrittura si nutre di immagini, senza’altro. Come i dialoghi. Il segreto di un buon dialogo, è sporcare, ripetersi, non usare i sinonimi. Questo il cinema te lo insegna subito. Quindi sì, alla fine direi che il mio mestiere mi ha sicuramente aiutata. Ma sono due mondi distinti e vorrei riuscire “a vivere” solo di letteratura.

 

I libri di Federica De Paolis
 

 
 
 
 
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