Intervista a Federico Rampini

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Al Salento Book Festival 2018 incontriamo Federico Rampini, corrispondente de “la Repubblica” da New York e inviato del quotidiano a San Francisco, Parigi e Bruxelles. Insomma, una vera autorità del giornalismo politico internazionale.




Il tuo Le linee rosse è un po’ un trattato di geopolitica, ma è anche un romanzo e un reportage che racconta i tuoi viaggi e i tuoi soggiorni all’estero come corrispondente. Siamo intorno alle 450 pagine, e ci sono sicuramente anche scritti che hai accumulato nel corso degli anni. Quanto tempo ci è voluto per organizzare e dare forma a tutto questo materiale?
La risposta scherzosa è che ci ho messo sessant’anni, perché ci ho travasato dentro la mia vita, cominciando dalla tenera infanzia a Bruxelles. Effettivamente è un libro che ha una gestazione molto lunga, poi i materiali grezzi che sono finiti lì dentro risalgono a volte anche a vent’anni fa, o anche di più: quando parlo del mio rapporto con la Russia ai tempi dell’Unione Sovietica comunista stiamo parlando della seconda metà degli anni Settanta. Quindi sì, è un libro che ha degli strati geologici successivi che si sedimentano. Poi se mi chiedi della scrittura meccanica, di quando ho cominciato a scrivere l’introduzione e quando ho finito l’ultima parola, ci ho messo un paio d’anni, però attingendo a tanto materiale passato.

Nell’introduzione parli della velocità con cui variano i confini oggi. Nei miei ricordi molto recenti di studente ci sono aule tappezzate di cartine geografiche in cui comparivano l’ex Jugoslavia, l’Unione Sovietica, le due Germanie. Credo ci sia la stessa sensazione di straniamento quando si parla di geopolitica al giorno d’oggi. Come ci si adegua a una situazione in cui sembra che il presente di cui parliamo sia già superato il giorno dopo?
Questa è proprio una delle malattie del tempo presente che io cerco di curare con questo libro. Sono convinto che quando abbiamo questo senso di straniamento, di spaesamento, di vertigine, di confusione dobbiamo rifugiarci nello studio della storia, perché i tempi lunghi ci danno delle strutture di pensiero e di analisi. Quando osserviamo una civiltà nella sua evoluzione millenaria, riusciamo a vedere le cose con un po’ più di distacco, con più lucidità.

Oggi vediamo un’America forse sul punto di abdicare, dopo un secolo di egemonia; c’è la Cina di Xi Jinping che potrebbe raccogliere il testimone; c’è la Russia di Putin; c’è la Germania che è la guida dell’Europa ma non si fa benvolere dagli altri Paesi membri. Quali sono le linee rosse da tenere d’occhio per il futuro prossimo?
Di linee rosse ce ne sono tantissime in questo libro, ogni tanto si intersecano, ogni tanto lottano tra di loro, diventano tentacoli di una piovra, oppure indicano anche delle fragilità, delle faglie, dei punti di debolezza nascosti. Siamo in una di quelle fasi, molto probabilmente, in cui al declino di un’egemonia storica come quella americana segue un lungo periodo di transizione verso destinazioni incerte, perché io non sono sicuro che la Cina di oggi sia in grado di assumere un ruolo di leadership mondiale, e nel libro spiego anche quali ingredienti le mancano. Nella storia ci sono stati dei declini che non venivano immediatamente rimpiazzati, e ogni volta si creano dei vuoti, che sono tipicamente periodi di turbolenza, di caos, di disordine, di instabilità.

Nel capitolo sulla Cina, oltre ad affrontare un tema poco noto in Occidente (il forte razzismo degli han verso gli uiguri e le altre etnie presenti nello stato asiatico), parli dell’ossessione millenaria dei cinesi a crearsi delle barriere per proteggersi dagli attacchi esterni: la stessa Muraglia nasce da questa esigenza. Insomma, è proprio vero che tutto il mondo è Paese. Ma andiamo davvero verso un mondo con più muri, con più diffidenza e più nazionalismi, quando pensavamo invece di aver superato i confini?
Sì, io credo che nel breve e medio periodo assisteremo a un ripiegamento all’interno. questi sono temi che io tratto da vari libri per la verità. È già in corso in molti Paesi, è una tendenza che evidentemente è stata anche provocata da eccessi in senso opposto, cioè le élite hanno ingannato spesso la maggioranza delle popolazioni, promettendo benefici meravigliosi dalla globalizzazione che non ci sono stati, dipingendo la società multietnica come una specie di paradiso in terra, e adesso siamo nella fase del contraccolpo, che può durare anche a lungo.

Inizi il libro dicendo “Viaggiamo sempre di più. Capiamo sempre di meno”. Ci sono leader, spesso lontani e autocratici come Xi Jinping, che dedicano molto tempo allo studio e alla cultura personale, mentre noi ci facciamo governare da leader che parlano con disinvoltura della loro ignoranza, della loro allergia ai libri e che vorrebbero far apparire lo studio come un vezzo da radical chic. Come facciamo a riprenderci senza un’adeguata classe dirigente?
Sì, i nostri si vantano di non leggere! La spinta deve partire dal basso, cioè bisogna che dalla società civile ci sia una rivalutazione della conoscenza, del valore dello studio, dell’approfondimento, perché se inseguiamo invece l’ultima battuta su Twitter ci condanniamo ad avere dei leader che della superficialità fanno addirittura un pregio, e che se ne vantano con una certa arroganza. Donald Trump è proprio così, lui si vanta di non leggere i libri, li considera perfettamente inutili, ma ha di fronte a sé dei leader che invece studiano.

I LIBRI DI FEDERICO RAMPINI



 

 

 

 
 
 
 
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