Intervista a Fernando Aramburu

Incontriamo Fernando Aramburu a Pistoia, in occasione del decimo festival di antropologia Dialoghi sull’uomo, che quest’anno ha come titolo “Il mestiere di con-vivere: intrecciare vite, storie e destini”. Arriva puntuale, in giacca nonostante la giornata calda, serio e pacato, non si risparmia nelle risposte.




In un contesto come i Dialoghi sull’uomo quale pensi debba essere oggi il ruolo degli intellettuali? Che significato dai alla tua partecipazione?
Penso sinceramente che il protagonista di un evento come i Dialoghi sull’Uomo sia il pubblico, saranno le persone che decideranno se la mia partecipazione è utile oppure no per ciascuno di loro, io mi vedo come uno scrittore che in questo caso prova a dare un servizio alla gente. Può succedere che in chi ascolta i relatori scaturisca un nuovo pensiero, o metta in discussione una sua credenza. Quando dico un servizio alla gente non intendo in maniera generalizzata, ma proprio a ciascuna singola persona. Come a scuola dove il protagonista non è il professore, ma l’allievo, ciascun singolo allievo.

Tu hai scelto di lasciare l’insegnamento per dedicarti completamente alla scrittura con successo di pubblico e riconoscimenti prestigiosi, se ripensi agli anni in cui eri professore c’è qualcosa di cui hai nostalgia?
No, non ho nostalgia per quel tempo, perché non ho mai nostalgia, è stata una tappa della mia vita che è durata ventiquattro anni, ho imparato moltissimo dai ragazzi e ho tratto da quella mia vita un principio morale che è anche politico: quello che va bene per i bambini, che garantisce loro la libertà, la formazione, va bene anche per tutti i cittadini. Quando un governo promulga una legge io mi chiedo se è una buona cosa per i bambini e dalla risposta sono in grado di farmi un’idea se è davvero utile oppure no.

Quale può essere e quale dovrebbe essere il ruolo della letteratura nel costruire un’idea di unità e convivenza?
La letteratura ha moltissimi limiti, in particolare il fatto che per essere efficace dovrebbe essere letta da molti e non è così. Ascoltiamo molto la radio, la televisione, i politici e molto poco gli scrittori, i romanzieri e i poeti. Non significa che la letteratura sia inutile, ha un ambito suo per agire che è quello dell’intimità. I libri si leggono da soli, non certo nelle piazze e questo comporta che la lettura di un libro sia un dialogo interno e profondo che si stabilisce tra l’autore e la persona che in solitudine lo decifra. Quindi la letteratura ha un impatto che non è solo ideologico, ma che ha a che fare con i gusti, i sentimenti, con il nucleo più profondamente umano del lettore. La letteratura ha un’ampia possibilità di agire sul piano culturale e aumenta la qualità di vita delle persone, leggendo si impara l’empatia, ci si apre a prospettive umane che non sono le nostre, concede di aprirsi a una visione della realtà, ci rende più tolleranti, più aperti, ci offre nuove opportunità e possibilità e, oltre tutto, aumenta anche la nostra competenza linguistica. Quindi penso che l’impatto della letteratura dal punto di vista personale sia molto forte.

Dopo le fiamme, ripubblicato recentemente in Italia da Guanda, è un’antologia di qualche anno fa, racconti che però sono ancora molto attuali. Qual era il tuo stato d’animo quando li hai scritti? Corrisponde al sentire della Spagna dell’epoca?
Questi racconti li ho scritti e pubblicati in un momento in cui l’ETA ancora stava facendo attentati. Prima avevo già cercato, provato a narrare la storia presente del mio popolo, della mia terra e la storia che avevo vissuto fin da bambino, però non sapevo come fare. Il problema principale che avevo era di trovare il tono adeguato. In particolare pensavo alla sofferenza delle vittime, avevo paura di acuire il loro dolore oppure di fare letteratura frivola. Infine ho scritto tanti racconti brevi, che mi permettevano di raccontare con modalità diverse e dei molti che ho scritto ne ho scelti dieci, che sono quelli che si trovano nella pubblicazione.

I termini vittima e aggressore richiamano alla mente immagini precise che non sono però realtà assolute: guardando alla storia vediamo che spesso questi ruoli si sono ribaltarti completamente a seconda del punto di vista di chi racconta, secondo te esiste qualcosa che possa definire in maniera netta chi è vittima e chi è aggressore?
È una questione abbastanza complessa e molto interessante. Vittima e aggressore non sono categorie umane assolute, uno può essere vittima al mattino e aggressore la sera, essere vittima e allo stesso tempo una persona che agisce in modo ingiusto oppure può essere un aggressore che poi si pente. Esiste un aspetto morale che per me è molto importante: quando io riconosco una persona come vittima io mi assumo una responsabilità, è una cosa che diceva anche Hannah Arendt, cioè riconoscere qualcuno come vittima ti obbliga alla responsabilità di avere empatia nei suoi confronti, quindi quando io so di qualcuno che ha subito un’ingiustizia mi sento responsabile nei confronti di questa persona, perché penso che mi convochi, mi chiami a fare qualcosa. Questa responsabilità ha un senso soltanto se ammettiamo con noi stessi il principio di giustizia. Io abito in Germania, quindi molto lontano dai Paesi Baschi dove sono nato, avrei potuto scrivere altri libri, vivere tranquillo. Ho scelto, perché sono un uomo morale e ho dei principi morali solidi, ho scelto di parlare di queste cose perché penso che sia importante vivere in pace in armonia con gli altri. Quindi quando parlo di vittime e di aggressore, non esistono vittime senza aggressore, io mi sento direttamente interpellato da questa questione e è una realtà che non può lasciarmi indifferente.

Tu, come molti altri tuoi colleghi sei chiamato a partecipare a incontri, conferenze, trasmissioni radio e televisive, qual pensi sia l’efficacia della letteratura in questi contesti?
Credo che ci sia un pericolo nella eccessiva esposizione degli scrittori al pubblico, anche per il mio vissuto, perché uno scrittore per forza deve essere libero e complesso. Penso che i politici, per come è fatta la politica, debbano semplificare la realtà. Non è un rimprovero che sto muovendo a loro, semplicemente devono pensare a altro e non possono certo andare di casa in casa a risolvere i problemi di ciascun cittadino. I politici pensano per categorie: quelli senza lavoro, quelli con il lavoro, i migranti e così via e le leggi vengono fatte per delle categorie di persone. Questo uno scrittore non se lo può permettere. L’altro pericolo che io individuo nella presenza eccessiva di letterati o scrittori nella vita pubblica è il fatto che le loro parole hanno un impatto molto forte sulle persone. Ci sono molti intellettuali che analizzano la vita collettiva e ne danno interpretazioni, se questi intellettuali si trovano davanti a un pubblico numeroso e hanno molto ascolto, hanno un impatto molto forte sui cittadini e diventano molto interessanti dal punto di vista politico. Lo scrittore deve fare un continuo sforzo per non essere strumentalizzato, per non aderire o sostenere correnti di partiti politici per esempio e questo è un problema che esiste da quando esiste la letteratura. Spesso gli scrittori per mangiare o per avere dei privilegi hanno scritto in una forma di scambio, perfino per sostenere qualcuno nelle votazioni. Penso che questo sia un vero pericolo a cui gli scrittori devono sfuggire, proprio perché possano mantenere la libertà personale sul piano pratico quando scrivono, con la penna o con la tastiera, senza essere sottoposti a questo tipo di influenza. A volte lo scrittore rinuncia alla propria libertà, “tentenna”, per una convinzione ideologica o commerciale.

Un tuo romanzo si intitola Patria, domani ci saranno le elezioni europee, è un concetto più ampio di patria, quale pensi potrebbe essere una risposta valida alle piccole patrie, ai nazionalismi imperanti?
Le elezioni europee sono un evento molto importante, io da trentacinque anni vivo la condizione di straniero, però dentro l’Unione Europea che secondo me è una realtà molto positiva, quello che mi preoccupa è l’eventuale basso livello di partecipazione. L’Unione Europea mi sembra uno dei più grandi successi della storia dell’umanità che apre uno spazio d’incontro e convivenza tra diversi e chiunque viaggi per l’Unione Europea si rende conto dei vantaggi che ci sono per i cittadini europei. Ieri sono arrivato da un altro Paese, non ho dovuto superare nessun controllo di polizia, ho potuto pagare il mio caffè con il mio euro, ci sentiamo bene accolti in tutti gli altri Paesi europei. Però sappiamo che il paradiso non esiste, sappiamo che la storia non si può fermare e che la democrazia non ci è data come una cosa naturale, come l’acqua o l’aria, la dobbiamo coltivare con l’educazione e la formazione democratica e tramandarla alle nuove generazioni. L’Unione Europea comporta una cessione di sovranità, un fattore di cui i populismi si approfittano perché danno la colpa all’Unione Europea per qualunque problema, si fa credere ai cittadini che per esempio un problema non si possa risolvere perché la legislazione viene fatta a Bruxelles e quindi non è possibile intervenire. L’Unione Europea secondo me non è ancora in condizione di dare ai cittadini europei una vera e propria identità, non esiste un patriottismo europeo, nel buon senso del termine. La caratteristica dell’essere umano è di essere sociale, ha bisogno di una serie di riferimenti collettivi che possono essere la famiglia, la città, la regione in cui vive. È un aspetto sentimentale legittimo, umano che si può anche capire, finché però non supera un limite. Quando si vuole cioè imporre una sorta di comunità ideale, obbligatoria, chiusa, che esclude la possibilità di diversi colori di pelle o religione o credo diverso. Questa imposizione dell’identità è alla base del nazionalismo, che in Europa sta aumentando, dai Pirenei in su si sta imponendo l’estrema destra, ma è una destra diversa da quella di Mussolini o di Hitler del secolo passato, questa provoca e si basa sulla chiusura, si costruiscono muri, si chiudono le case, le frontiere e dentro le frontiere rimangono soltanto “i puri, gli autentici”. La cosa incredibile è che si propone come soluzione il ritorno al concetto di Nazione-Stato. Finora la Spagna e il Portogallo non erano stati toccati tanto da questo fenomeno, però in realtà c’è un movimento contraddittorio, questi partiti si nutrono della paura, dell’insicurezza dei cittadini e si presentano spesso insieme alle elezioni europee. Credo che questo sia un vero problema per le nostre democrazie e sarebbe veramente difficile se questi partiti vincessero le elezioni europee. Mi sembra tra l’altro che ci sia qualcosa di perverso in questa capacità retorica che queste forze politiche hanno di far comparire la democrazia come una forma di debolezza. La democrazia è cultura, è diversità, è tolleranza invece viene presentata come decadenza nazionale, da cui deriva l’omofobia, gli atteggiamenti ostili nei confronti degli stranieri e delle minoranze. L’esatto contrario dell’umanesimo su cui si è fondata la costruzione dell’Europa pacifica. Pensate che finora non c’è mai stato un periodo così lungo senza guerre in Europa. Basta scavare un po’ in qualunque dei nostri Paesi e vengono fuori armi, elmetti, spade, frecce dei secoli passati. C’è sempre stata la guerra e questo è finito grazie all’Unione Europea, fortunatamente.

Secondo te l’avanzata di questi nazionalismi che direzione politica potrebbero far prendere all’Europa?
Io non sono un politologo, sono solo un osservatore, viaggio e ascolto quello che è attorno a me. Credo però che questo nazionalismo di ripiego, di chiusura non sia soltanto un fattore legato all’Unione Europea. Viene anche dalla globalizzazione, i cittadini si sentono privati della loro identità, ovunque si parla inglese, hanno paura dell’invasione dei cinesi, che comprano tutto. In fin dei conti è la stessa paura dei barbari che hanno avuto i nostri antenati eppure noi siamo tutti discendenti dai barbari e anche i nostri avi sono arrivati nel continente europeo partendo da qualche altra parte. La paura dell’islamista, del nero, che ci rubino il cibo o le case, sono pulsioni umane che devono essere rispettate. Credo che i politici fondamentalmente non le rispettano, penso che la politica debba dare delle risposte a queste pulsioni, ma devono essere risposte senza violenza, non c’è posto per la violenza in una società civile, la violenza è un grande fallimento sul piano della specie.

Dal tuo romanzo Patria verrà tratta una serie televisiva, è una produzione spagnola? Hai collaborato alla sceneggiatura?
È una coproduzione spagnola e HBO, la stessa produzione de L’amica geniale, questa serie sarà proposta anche in altri Paesi europei, tra cui l’Italia, in coincidenza con l’uscita del romanzo in trentadue Paesi, fra i quali anche tutti quelli europei. Non ho voluto partecipare alla sceneggiatura, non ho una vocazione da ispettore, ho molta fiducia nel responsabile principale del progetto. La serie è molto avanti, sono stato sul set circa un mese fa, ho visto le riprese in diretta, sono molto fiducioso. Ci sono bravi attori baschi, non attori internazionali per far sì che la serie sia verosimile, ci sono buone sceneggiature, il progetto è molto ben finanziato e io aspetto con impazienza che venga distribuito.

Da trentacinque anni sei fuori dalla Spagna, ti senti più straniero o cittadino del mondo?
L’ossigeno c’è dappertutto anche se io ovviamente mi sento uno straniero, nel senso che per esempio non partecipo alle elezioni in Germania, quando vengo in Italia non sono italiano, anche se mi ci trovo bene e io adotto comportamenti adeguati al Paese dove mi trovo. Non ho frontiere, per me gli altri sono tutti esseri umani, che siano alti bassi belli o brutti gialli neri o bianchi, per me sono tutti fratelli. Faccio come il Papa!

I LIBRI DI FERNANDO ARAMBURU



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