Intervista a Fioly Bocca

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Fioly Bocca è una donna sensibile e affabile, prima ancora che una scrittrice. Fin dai primi scambi di battute si capisce che da parte sua c’è la disponibilità, persino la voglia di raccontare e raccontarsi. Per fortuna poi - e non è affatto scontato, attenzione! - quello che scrive contiene tanti spunti di approfondimento e non è certo difficile suscitare la mia curiosità. Ti ascoltiamo, Fioly.




Nel tuo romanzo Ovunque tu sarai si legge: “a volte, raramente, incontrarsi è riconoscersi”. A te è mai capitato? e di quel “raramente” quanta responsabilità abbiamo noi stessi?
Sì, mi è capitato. Raramente, appunto. Ma forse neppure così tanto, perché incontri di questo tipo non avvengono solo in amore. Può succedere con una persona che ci diventerà amica, anche quello è un legame dell’anima. Può essere anche soltanto con una “comparsa”, una persona che frequentiamo per poco, ma che in quel “poco” ha un ruolo importante. Nel “raramente” abbiamo una responsabilità: quella di non essere abbastanza attenti a quello che di importante ci succede, troppo concentrati a programmare, a correre dietro alle cose, agli impegni. Troppo distanti dai nostri bisogni reali, non riconosciamo le vere occasioni di realizzarci profondamente.


Che rapporto hai col futuro?
Il futuro può aspettare, come ha detto qualcuno. Sono curiosa di vedere cosa sarà, non dico di no. Sono aperta al cambiamento ma, a parte alcuni -fortunatamente rari - periodi della mia vita, sono sempre felice di vestire i miei panni attuali. Il passare del tempo, da sempre, mi crea qualche angoscia. Forse questo libro, come tutta la mia ricerca attraverso la scrittura, è anche un modo per esorcizzare un po’ questa paura, a mio modo.


L’idea di un deus ex machina esterno alla storia - che poi non è scontato che non sia la parte più saggia di noi - quanto ti ha guidata nella scrittura?
Credo che un deus ex machina sia, come hai accennato, qualcosa che abbiamo dentro e che si manifesta quando siamo pronti ad accorgercene. È successo così anche con la scrittura di questo libro: l’idea è maturata molto a lungo, per anni, e quando io sono stata pronta si è tradotta in inchiostro e carta.


Cosa ti ha convinta a scrivere di Anita?
Una parte di me: quella che le somiglia.


Quando nasce in te la passione per il significato delle parole?
Da che ho memoria. Il percorso di studi (a partire dal liceo classico, con lo studio di latino e greco) ha certamente aiutato. Mi piace trovare le etimologie, risalire al significato primitivo delle parole. Risalire all’origine.


Credi che stiamo scivolando in una analfabetizzazione dei sentimenti?
Credo e spero di no. Ogni epoca ha il proprio modo di esprimersi, anche a livello di sentimenti ed emozioni. Non ho gli strumenti per capire davvero in che fase siamo, ma penso si tratti comunque di fasi e non di una tendenza.


Credi anche tu come Anita che gli oggetti ci parlino sempre?
Sì. Gli oggetti, i luoghi, le situazioni. Anche un libro trovato “per caso”. Tutto ci parla, se abbiamo la pazienza di stare ad ascoltare.


Cosa è rimasto fuori da questo libro?
Quello che succede quando i riflettori si spengono e la vita prosegue sui suoi binari.


Quanto hai dato e quanto hai preso da Ovunque tu sarai?
Ho dato molto e preso moltissimo. E quello che mi ha restituito è ciò che conta. Fra le altre cose: l’entusiasmo durante la scrittura, le persone belle che ho incontrato da quando ho intrapreso il viaggio, il modo in cui è stato accolto. Avere intorno amici felici della tua felicità. Soprattutto, e lo dico fuori di retorica, certi messaggi di chi lo ha letto che mi racconta che, in qualche modo, ne ha avuto qualcosa di buono.

I libri di Fioly Bocca

 

 

 

 
 
 
 
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