Intervista a Francesco Formaggi

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Laziale classe 1980, ha studiato Filosofia estetica all’Università di Bologna, dove ha iniziato a scrivere i suoi primi racconti. Dopo la laurea è tornato in Ciociaria, dove ha fatto i lavori più disparati: cameriere, commesso in un videonoleggio, operatore di un call center. Ha vinto il premio creatività Scuola Holden, collabora con «Nuovi Argomenti», la rivista letteraria fondata da Alberto Moravia dalla quale sono usciti i migliori talenti della narrativa italiana contemporanea.




Il casale è il tuo romanzo d’esordio, nonostante Birignao, col quale hai avuto un importante riconoscimento, ne sia considerato l’embrione. Come nasce la storia che hai voluto raccontare?
Dopo gli anni dell'università, durante i quali avevo scritto disordinatamente molti racconti senza però arrivare mai a una forma compiuta che mi soddisfacesse, mi sono reso conto che, se volevo fare lo scrittore, dovevo tramutare la voglia e l'esigenza interiore di scrivere in un mestiere vero e proprio, e creare qualcosa di più corposo di un raccontino di qualche pagina, quindi dedicarmi alla composizione di un'opera letteraria compiuta. Così sono tornato a casa dei miei genitori, mi sono chiuso in camera e ho iniziato a lavorare a un romanzo. Come capita a ogni giovane apprendista che non ha la minima esperienza di quello che sta facendo e non sa nulla se non ciò che ha imparato spiando i maestri che quel mestiere lo fanno da anni – nel mio caso si trattava degli autori che leggevo e amavo di più – il primo tentativo è stato un fallimento assoluto. Poi mi sono concentrato su un'altra storia, un altro romanzo: ho scritto un centinaio di pagine; ma non funzionava, ero sulla strada sbagliata e cominciavo a detestarmi. Il terzo tentativo, dopo mesi di scrittura buttati al vento, era il frutto della disperazione, perché temevo che non sarei mai riuscito a uscire da quell'impasse, e cominciavo a credere di non avere le capacità per fare ciò che volevo fare. Forse anche per questo, la nuova storia che ho iniziato a scrivere aveva ai miei occhi la follia disperata di un salto nel vuoto. Iniziava con una coppia di fidanzati chiusi dentro una macchina, fermi su una strada di campagna ad attendere che un gregge di pecore attraversasse. Lei a un certo punto allungava i piedi nudi sul cruscotto,  lui li guardava pensando che fossero orribili, bruttissimi; ne era disgustato, e non riusciva a capire come avesse fatto a non accorgersene prima. Dopo aver scritto questa scena ho chiuso il computer e mi sono detto: “cambia mestiere, fa' qualcos'altro. Se questo è tutto ciò che sai fare, allora lascia perdere.” Era il 2007, e non sapevo ancora che quell'incipit scritto quasi per caso mi sarebbe esploso nelle mani fino a trasformarsi, dopo molti anni, dopo molto lavoro, nel libro che avete davanti. 

 
Fin dall’inizio del romanzo le vicende del protagonista ruotano intorno alla scoperta di piccoli particolari dalla forza dirompente, che condizionano in qualche modo l’intera vicenda. Che ruolo dai ai particolari nella tua vita?
Da qualche parte in una sua opera non romanzesca Gombrowicz, parlando dell'ossessione, racconta l'aneddoto di un posacenere. Dice (parafraso): il posacenere è lì, sul tavolo, e mentre sto scrivendo o leggendo o cucinando, quindi mentre sto vivendo la mia vita normalmente, io lo noto. Inizialmente è un caso: lo noto come si nota qualsiasi altro oggetto, poi volto lo sguardo torno alla mia vita. Non ha niente di interessante, il posacenere, e non c'è motivo per cui io debba guardarlo: è un oggetto insignificante e potrei facilmente ignorarlo. Invece, senza che ne abbia motivo, torno a guardarlo. Allora mi chiedo: perché lo sto guardando di nuovo, se non ha niente per cui essere guardato? Ma proprio quel fatto mi fa crescere il sospetto che invece ci sia qualcosa, in quel posacenere, qualcosa d'altro. Poi mi convinco che no, non c'è niente, è solo un posacenere, meglio lasciarlo stare e non pensarci più. Ma proprio in quel momento mi volto ancora e ci torno sopra con gli occhi un'altra volta: cos'ha? Perché attira il mio sguardo in modo così incontrollabile? E' lui che lo attira o sono i miei occhi che ci vado a sbattere addosso? Allora mi avvicino per guardarlo meglio, lo studio, lo indago alla ricerca di quel qualcosa per cui io in quel momento lo sto osservando. Ne registro i dettagli, i particolari, tutti, sempre più nel dettaglio, finché l'oggetto non mi diventa familiare, finché non entra nella mia testa e invade i miei pensieri al punto che non riesco a fare altro, nella mia vita, se non guardarlo sempre più nel dettaglio alla ricerca di dettagli sempre più minimi e significativi. Naturalmente non c'è niente di significativo in un posacenere, ma io non lo so, o meglio: mi convinco che non sia così: questa è l'ossessione. Ecco. Non ricordo se Gombrowicz scriveva proprio in questo modo, ma mi è servito per dire che i dettagli sono il nucleo originario di ogni ossessione. Mi capita a volte, mentre vivo, di essere attratto da particolari insignificanti, e che proprio per la loro insignificanza mi costringono a tornarci sopra. Fa parte del mio carattere, come la tendenza a far diventare giganti, nella mia testa, anche le più piccole minuzie che attirano la mia attenzione.


Sei mai stato sorpreso da un particolare o da un atteggiamento che ti ha fatto inorridire, tanto da cambiare il tuo comportamento nei confronti di quella cosa o di quella persona?
Legandomi alla risposta di prima, sì, fa parte del mio carattere. Mi capita spesso ad esempio di incontrare donne molto belle, che penso siano molto belle e affascinanti, salvo poi notare che hanno le mani brutte, sproporzionate, magari con le unghie smangiate o con l'unghia del pollice troppo corta (odio le unghie troppo corte). Allora la bellezza svanisce, anche la più vistosa e persistente. Una volta, in un ristorante – forse avevo bevuto un po' troppo vino – mi è capitato di odiare una persona fino al punto di volerla quasi picchiare, perché indossava un maglione con le righe orizzontali bianche e azzurre che trovavo orrendo. Era seduto qualche tavolo più in là, e non lo vidi mai in faccia. Però mi passò l'appetito e non toccai cibo. Tanto per essere chiari: sono uno a cui non interessa niente dell'abbigliamento, mi vesto spesso come capita, ho due paia di scarpe che mi bastano e mi avanzano, e vado a fare shopping solo quando ne ho bisogno.


Che rapporto hai con i protagonisti delle tue storie?
Di distacco. Tendo a emanciparmi da loro, e a far sì che loro si emancipino da me. Quando li sento come esseri autonomi, e distanti da me, di cui magari parlo con gli amici come se fossero persona vere, con i quali mi posso confrontare e ai quali mi posso opporre in tutta la differenza della mia persona, allora mi accorgo che ho fatto con loro un buon lavoro. Non mi interessa neanche conoscerli bene, non mi interessa la loro storia personale passata e il sostrato psicologico; mi interessa invece che abbiano una “presenza” autonoma. Ma sono convinto di ciò che sosteneva Kundera, che ogni personaggio è una naturale estensione dell'autore, una sua possibilità che incarna un aspetto particolare dell'esistenza dell'autore.


Nell’economia di un tuo libro, che peso hanno l’ambiente, i personaggi e la trama?
Ognuno di questi elementi ha un suo peso specifico a seconda del caso e della storia. Ad esempio ne Il casale l'ambientazione campestre è fondamentale perché fa da teatro agli aventi e in fase di composizione mi ha permesso di sviluppare la trama dandomi molti spunti per costruire scene che non si sarebbero potute svolgere in un altro luogo. Ma forse più importante è il fatto che questo “teatro degli eventi”, (il casale) anche al di là dell'ambientazione campestre sia isolato dal resto del mondo, quasi sospeso. In questo senso – cosa che accade anche nel nuovo romanzo, a cui sto lavorando in questo perioso – l'ambientazione è tanto più importante per me quanto più si distacca da una realtà geografica oggettiva per costituirsi come un mondo a sé stante, senza riferimenti temporali o geografici. Se ho qualcosa da contestare al realismo, è la necessità di un'ambientazione “realistica”, in un posto che esiste realmente, visitabile, e che quindi si dovrebbe rappresentare nella sua effettiva realtà. Per quanto riguarda i personaggi, credo che siano l'elemento più importante di ogni romanzo, della letteratura in genere. Senza personaggi non c'è letteratura, nello stesso modo in cui senza ossigeno non ci sarebbe la vita su questa terra. Tanto più i personaggi sono vividi, tanto più riusciamo a caricarli di vitalità, quanto più il romanzo risulta necessario. Poi ogni scrittore ha il suo proprio modo di dare vitalità ai personaggi: c'è chi preferisce costruire tutto un sostrato psicologico, chi crea un passato di esperienze caratterizzanti, chi si affida soltanto alle azioni che si compiono; io tento di crearli a partire da aspetti minimi e quasi insignificanti, spesso anche soltanto fisici, per poi renderli vivi attraverso la scoperta delle loro mostruosità, e infine creare opposizioni, sia interne al personaggio che tra un personaggio e l'altro.  La trama invece, sebbene ne Il casale sia un aspetto centrale, perché il romanzo è costruito su una struttura di progressivi svelamenti che io chiamo a cono di luce, ossia che cresce sempre di più man mano che avanza secondo il principio dell'entropia, per poi bloccarsi di netto d'improvviso, come tagliata, o come impedita da un muro; la trama, dicevo, è spesso qualcosa che consegue come naturale evoluzione dei conflitti tra i personaggi. I romanzi più belli e significativi della storia della nostra letteratura hanno trame (plot) inesistenti, basta guardare Il processo di Kafka oppure Ulisse di Joyce. Che trama ha Il processo?


Un libro per te è un buon libro se…
Se leggendolo sentiamo che tra le pagine scorre la vita, o qualcosa di molto simile alla vita, con la sua stessa forza, la sua stessa prorompenza, la sua stessa ricchezza, e se le parole ci permettono di immergerci in questo torrente nello stesso modo in cui ci si immerge in una relazione amorosa, in un'avventura, quindi riemergendo con la sensazione di essere più vivi di prima, anche se di poco, ma comunque di aver apportato alla nostra esistenza un pizzico di vitalità, un accenno di trasformazione.  


Cosa ti piacerebbe rimanesse de Il casale nella mente dei lettori una volta letta l’ultima pagina?
La sensazione di quanto la disumanità sia inappellabile e contenga in sé la stessa brutale e prorompente necessità di un evento naturale; la sensazione che, se non ci si oppone, se non si nuota in senso opposto, la disumanità inevitabilmente cresce dentro di noi fino a diventare ingovernabile e sopprimerci, quindi fino a farci diventare, noi esseri umani, alla stregua di bestie fatte di puro istinto e bisogni primari.

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