Intervista a Francesco Gesualdi

Francesco Gesualdi
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Vedere tanti giovani intervenire durante l’incontro con uno scrittore è emozionante: in controtendenza con l’opinione comune di chi parla di un vuoto di cultura imperante e di un cronico disinteresse degli under 18, sono in molti tra gli studenti superiori presenti a fare domande a Francesco Gesualdi, al Pisa Book Festival. Noto con piacere che i ragazzi hanno letto il libro di cui si parla e hanno riflettuto molto sulle importanti questioni in ballo: il rapporto con gli stranieri, la crisi economica e la cronaca mancanza di lavoro, di cui troppo spesso si imputa la responsabilità a chi è venuto da lontano in cerca di occupazione. Gesualdi risponde volentieri, è disponibile a chiarimenti e spiegazioni: del resto l’impegno sociale è ormai da tempo il suo pane quotidiano, basti pensare all’esperienza svolta presso il Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano, importante sede di ricerca sulle disparità sociali. Per quanto personalmente abbia un po’ più di anni sulle spalle dei suoi giovani interlocutori, mi faccio spazio tra i liceali e mi avvicino anch’io a Francesco, facendogli qualche domanda per Mangialibri e scoprendo un personaggio dalle mille sfaccettature, capace di essere saggio e semplice nello stesso momento.
Hai sempre scritto di problemi sociali e economici prevalentemente in forma saggistica, poi ti sei cimentato con il romanzo. Come mai questa scelta e qual è il tuo obiettivo?
L’intento è stato proprio quello di riuscire a avvicinare tutti coloro che normalmente non leggono la saggistica, che sono moltissimi.  Parlare di attualità filtrandola attraverso un racconto: questa è la ragione per cui ho scelto il linguaggio letterario prima con Il mercante d’acqua, edito con Feltrinelli che era piuttosto una fiaba, per poi approdare al romanzo, con I fuorilega del Nordest. L’obiettivo del primo era portare il tema dei beni comuni che ci stanno scippando, mentre l’obiettivo di questo’ultimo sensibilizzare sul tema della migrazione e dell’intolleranza.


“Era cinese e quindi lo odiavo”: Riccardo, il protagonista de I Fuorilega del Nordest, il tuo ultimo romanzo, è coinvolto in una spirale xenofoba che imputa la responsabilità di ogni problema economico agli immigrati. Un fenomeno che si sa è ormai presente da tempo in Italia, il classico luogo comune sugli extracomunitari che ci rubano il lavoro: come ha fatto questa concezione a radicarsi così tanto nel nostro paese, che messaggio di partenza ha permesso questa diffusione di razzismo?
Alla base c’è un insicurezza crescente che ha dimostrato che quando la stabilità economica, lavorativa, di vita insomma, comincia a vacillare  si perde la capacità di fare un analisi a 360 gradi e si imputa la responsabilità di tutto a chi sta sotto nella scala sociale. Ciò avviene perché chi ha interesse che si inneschi questa dinamica soffia in questa direzione, sfruttando il “meccanismo della vendetta” di cui parla Marco Rovelli in Poveri noi. A questo proposito mi ricordo di un episodio che ho vissuto personalmente quando lavoravo in ospedale: una collega, dopo aver visto arrivare un immigrato che presentava il ticket, esplose con questa affermazione,  “ma tu guarda ci rubano i diritti”, come se non fosse anche un loro diritto accedere alla sanità. C’è un evidente carico di ignoranza,  pompato dai media che porta come risultato odio e scontri.


Prima sono intervenuti tanti giovani, ti hanno fatto molte domande e hanno dimostrato interesse positivo: pensi che la maggioranza dei giovani sia consapevole della realtà che gli sta intorno, che sia in grado di organizzarsi costruttivamente per cambiare le cose, o piuttosto risponda solo in maniera disordinata e violenta al caos della società - mi riferisco ai recenti episodi di violenza avvenuti a Roma per esempio - o addirittura sia semplicemente disinteressata? Come ti poni insomma rispetto ai giovani nella società attuale?
Il caso di Roma riguarda  una minoranza organizzata le cui finalità sono ancora tutte da dimostrare: oserei pensare che se c’è gente che lo fa in buona fede è gente che non ha capito nulla di come si portano avanti certe battaglia, battaglie in primo luogo morali. La cosa grave è che addirittura potrebbero essere strumenti del potere visto che di fatto remano in quella direzione e rovinano l’intento di tante persone pacifiche desiderose solamente di dimostrare le loro ragioni. I giovani pagano sulla loro pelle il prezzo più alto di tutto quello che stiamo vivendo: è che li trovo un po’ disarmati rispetto alla capacità di capire. La mia paura è che le loro richieste e le loro aspettative rispecchino unicamente ciò che è stato trasmesso loro gli dagli anziani, senza alcuna precedente riflessione e senza capire che i tempi sono cambiati e perciò anche  le aspettative dei giovani. Sta cambiando tutto: in un momento in cui niente è più uguale a prima, dal contesto ambientale a quello sociale, deve esserci in primo luogo la capacità di fare proposte. Ecco, non so se i giovani hanno ancora questa capacità e se la loro rabbia, per quanto inevitabile, non finisca per essere strumentalizzata da persona più capaci e “rapaci”.


Il personaggio di Riccardo compie una metamorfosi durante il romanzo: passa dalla grettezza dell’odio razziale alla consapevolezza dei meccanismi più grandi che muovono l’economia e che ci hanno portato a questa situazione, tocca con mano le disparità sociali ed economiche del nostro pianeta con il viaggio in Cambogia, esperienza che lo segna definitivamente. Ti sei ispirato a qualcuno per raccontare la sua storia?
È lo stereotipo della persona inglobata nel sistema: in prima battuta reagisce secondo gli schemi mentali che gli hanno trasmesso, poi, riesce a  lasciarsi contagiare dal dubbio, a farsi contaminare da idee nuove e diverse. Deve esserci la disponibilità a cambiare , per arrivare a questo punto. È un po’ quella che è stata anche la mia esperienza e  questa è la mia tattica nella scrittura: parto dal sentire comune e aggiungo idee personali, “contaminando” le mie storie e i miei personaggi.


I libri di Francesco Gesualdi


 

 

 

 
 
 
 
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