Intervista a Francesco Scarabicchi

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Ho conosciuto per la prima volta Francesco Scarabicchi alcuni anni orsono ad Ancona, nel corso di uno dei tanti eventi legati alla fruizione e alla divulgazione della poesia e in particolare di quella marchigiana. Da allora il contatto con lui, proseguito tramite i suoi libri e alcuni scambi di corrispondenza, non si è mai interrotto. L’ho rivisto con piacere in una fredda serata invernale in occasione della presentazione del suo nuovo libro “Il segreto”, al termine del quale mi ha rilasciato la seguente intervista…

 
 
Se l’amore costituisce l’unità tematica del tuo libro Il segreto, si avverte l’impressione che i componimenti siano rivolti a più persone che hanno attraversato la tua vita. Ci sai dire qualcosa di loro ?
Il segreto è un poemetto in trenta parti con tre sonetti di Shakespeare tradotti e legati dal tema d’amore che lo innerva e lo domina. Erano anni che tentavo una via del genere lungo la quale potessi trovare i miei motivi di sempre e quello che dice Raffaeli nell’introduzione: un tu che non fosse solo l’espediente lirico, ma corrispondesse ad un destinatario reale e si offrisse quindi come orizzonte della mente e della scrittura. Per quanto, in tutto il mio lavoro il tu non è mai stato astratto e ogni testo è legato ad una persona reale. C’è un momento nel quale gli incontri, le occasioni, le storie, ti aspettano e ti chiedono d’essere comprese e riconosciute. Una canzone di Brassens da una poesia di Antoine Paul, tradotta e interpretata da Fabrizio De André, parla delle “belle passanti”: ecco cos’è il proprio percorso d’amore, un viaggio fra le creature che ci hanno concesso attenzione, che sono state passione di un’ora o di sempre, nel plurale disegno del destino. Tra un addio e un risveglio, tra la luce quotidiana e un imprevedibile sosta, i nomi limpidi non si perdono, sebbene sia l’amore ad essere amato. 

 
Quando è nata la tua vocazione poetica e quali autori l’hanno maggiormente influenzata ?
Posso dire che da quando ho memoria della mia vita ho memoria della poesia.Mi incantava quella scrittura che vedevo nei libri prescolari così corta e così veloce, tra bianco e bianco. Poi c’è stata un’educazione esemplare nell’infanzia trascorsa tutta a Grottammare, sulla costa adriatica, il paese felice: la metrica del treno che passava dietro casa e la metrica del mare, le piccole terzine delle onde che battevano a riva. Ad influenzarla e a sconvolgerla dico subito, dopo Dante, i nomi di Umberto Saba, Camillo Sbarbaro, Alfonso Gatto, Cesare Pavese, Sandro Penna, Giorgio Caproni, Pier Paolo Pasolini, Vittorio Sereni capito tardi, Franco Scataglini. Fra gli stranieri, Villon, Baudelaire, il Melville del poema Moby Dick, senza dubbio Mandelstam, Machado, Lorca, per indicare alcuni più vicini alla mia formazione.
 
Da dove attingi quelle figure impalpabili ed evanescenti, che sfuggono ad un’immediata percezione, che costellano il tuo percorso poetico e che tornano anche ne Il segreto?
Da una naturale, meticolosa, attenta e persistente osservazione della realtà sensibile. Sono occupato da ciò che, istante per istante, ci lascia, si perde, scompare. “Gli incendi del tempo” di Celan.Tutto è compreso nella domanda sulla vita, nell’ impossibile definizione d’essa.
 
La poesia è più rivendicazione di uno spazio diverso, di uno scarto dalla normalità oppure una mano tesa ?
Per me, né l’una né l’altra, ma solo un perenne interrogatorio, un infinito seminario sul senso dell’esistere e della storia.
 
La tua poesia sembra nascere nel ripiegamento privilegiato e intimo della sera, in uno spazio che sembra favorire orfici contatti. E’ solo un’impressione ?
Scrivo perché mi illudo che, attraverso la forma verticale dei versi, possa essere trattenuto quell’istante che sparirà non so dove. Tento di salvare un frammento del tempo per racchiuderlo nel guscio e nel calco della parola.
 
Provi disagio per la marginalità sociale del poeta e per il crescente distacco del pubblico dal genere letterario ?

Nessun disagio. Indignazione per la caparbia vocazione di molti ad espungere l’arte della poesia dal patrimonio dell’umano quotidiano. Senza intimità e confidenza, senza educazione, senza una vicinanza con l’arte, dopo la musica, più intensa e a ridosso del destino di ognuno, senza familiarità con la poesia, non è possibile considerarla un “genere” al quale dedicare ore del proprio tempo che non torneranno. Ma l’epoca è quel che è e le condizioni globali sono quello che sono. Credo ci si debba mettere al servizio della propria parola e della parola altrui che ci somiglia. Difendere la poesia, diffonderla, ma soprattutto leggerla per toglierla dall’ombra dove sta, che è anche un’ombra sociale e civile. 
 
 
Qual è il tuo rapporto con gli atri poeti contemporanei ?

A quale ti senti maggiormente affine ? Ho eccellenti rapporti con moltissimi autori, alcuni di loro  sono veri e propri compagni di via che abitano l’orizzonte della mia mente e del mio affetto. Nonostante si sia spento nel ’97, Ferruccio Benzoni che viveva a Cesenatico dove c’è Stefano Simoncelli; poi Giampiero Neri a Milano, Fabio Pusterla a Lugano, Fernando Bandini e Paolo Lanaro a Vicenza, Gabriele Zani a Cesena, Antonella Anedda e Claudio Damiani a Roma, Enrico Testa a Genova, Franca Grisoni a Sirmione, senza nominare, ovviamente, i marchigiani cui sono legato, eccezion fatta per un fraterno e trentennale amico come Massimo Raffaeli. Ho la fortuna di credere in questo sentimento e  di considerarlo un patrimonio inestimabile capitatomi in sorte.
 
 
Che cosa pensi delle giovani generazioni di poeti ? Che consiglio ti senti di dare loro ?

Non valuto la scrittura in versi secondo le generazioni; ci sono pessimi libri di uomini maturi ed eccellenti libri di esordienti. Nessun consiglio, ma solo l’invito a dedicarsi al loro universo d’esistenza e d’esperienza, a scegliere la voce che lo testimonia, a consegnarsi allo stile della forma adatta ed essere fedeli a quell’universo d’esistenza e di esperienza e a quella forma perché siano, per quanto possibile, memorabili e riconoscibili.
 
La tua poesia non appartiene al genere engagé e pur tuttavia tu sei un instancabile organizzatore di eventi culturali legati alla fruizione e alla divulgazione sul territorio della poesia, della pittura e della musica.  Credi ancora alla funzione sociale della cultura ?
Se la poesia è la domanda sul senso dell’esistere in una forma verticale, quella domanda non cessa anche se fuori nevica o il sole spacca la terra. E’ necessario insistere, proseguire, essere al servizio della parola. Abbiamo uno svantaggio che si fa privilegio: siamo figli di una lingua minore in Italia e in Europa e a questa lingua minore affidiamo tutta la dignità del dire cercando di cogliere la perdurante bellezza e la vocazione a toccare le profonde corde interiori o della mente. Un nuovo umanesimo. Se questo poi possa avere una funzione sociale, non lo so. Ci credo poco, visto l’andazzo. Certo, una nazione con un popolo colto darebbe più filo da torcere ai governanti che tendono, sempre di più, ad abbassare i livelli di consapevolezza e coscienza per fare, come volevano William Makepeace Thackeray e Stanley Kubrick in Barry Lyndon, “il loro sporco lavoro nel mondo”.

 

 

 

 
 
 
 
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