Intervista a Franz Krauspenhaar

Franz Krauspenhaar
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Autore di parecchi romanzi finora, ma più che altro attivo animatore del fosco mondo letterarblogghistico, oggi che abbiamo stabilito di incontrarci per l'intervista Krauspenhaar non è al massimo della forma. Colpa del caldo torrido, Milano d'agosto è vuota e desolata di avere poco da offrire, e quando finalmente troviamo un bar aperto dalle parti di casa sua egli ricorda che giusto un anno prima, sfinito e sfiancato, concludeva Era mio padre.

Nel tuo libro Era mio padre scrivi: “Non è questione di successo o insuccesso, di critiche buone o cattive: è che il mondo delle lettere è un mondo dove due più due non fa mai quattro, un po’ come in amore.” Perché secondo te i libri in qualche modo criticati sono spesso anche quelli più venduti?

Per il marciume insito nella società letteraria, e poi due più due non fa mai quattro per l’assenza di un metodo per misurare la qualità del lavoro. Sì, ci sono le critiche, ma quando arrivano? La letteratura non è una scienza esatta e ci sono troppe variabili: c’è il gusto, il momento storico, e poi può essere pericoloso quando si scrivono libri come questo. Infatti sono ridotto a uno straccio.

 

Le auto, quel filo rosso che ti lega a tuo papà, nella vostra famiglia sono mai state simbolo di sicurezza, forza, lusso o potere come potrebbe succedere in qualsiasi famiglia tipicamente italiana?

Non particolarmente. Per quanto… forse attraverso i racconti di mio padre so che mio nonno (che non ho mai conosciuto), era un appassionato, era ricco e aveva un sacco di macchine. C’è sempre stata una mitizzazione dall’alto, la passione dell’automobilismo che ho preso da lui… quindi sì.

 

In Era mio padre scrivi ancora che “non si riesce a discutere nei blog letterari. Sono continui monologhi, farsesche prese di posizione; gli scrittori seri si mettono in gioco come dilettanti”. Quali sono il ruolo e la funzione dei blog letterari?

Quella è una specie di invettiva, nel libro ricorrono queste invettive su tutto e tutti ma non si tratta necessariamente di un pensiero completo e razionale. Riflette anche lo stato d’animo del momento in cui il libro è stato scritto. Il libro è anche, nella sua parte metaromanzesca, una registrazione dell’umore di chi scrive, quindi DI quello che vive. Ora, i pensieri non sono mai esaustivi quando vengono registrati al momento ma sono, soprattutto nei casi di invettive come queste, dei pensieri parziali. La funzione del blog è importante, secondo me. C’è circolazione di testi di esordienti e di non esordienti. Io mi sono dato come compito personale anche quello di dare spazio a giovani che cominciano adesso, e che vedo come abbastanza meritevoli. Naturalmente il livello non è sempre alto. Al contrario di altri colleghi, sono convinto che uno scrittore sia una macchina creativa in movimento, in progressione, quindi cerco di dare soprattutto uno spazio a chi ha delle potenzialità. Non voglio fare bella figura a tutti i costi ma pubblico molto, pubblico cose anche di altri, mi sono dato questo compito di fare anche da editore, editore di cose meno conosciute. Quindi c’è circolazione di idee, di testi nuovi, di persone nuove; un modo per confrontarsi, per mettere insieme idee diverse, farsi conoscere e autopubblicizzarsi, in qualche modo. Anche se in Nazione Indiana non possiamo per statuto pubblicizzare cose nostre, il nostro lavoro. Per esempio il mio libro non è stato assolutamente pubblicizzato per via dello statuto…

 

...scrivi di avere mandato delle cose…

Mandavo dei brani che non facevano ancora parte del libro, l’ho fatto per testarlo. Ci sono dei brani di prosa poetica, quando dico a mio padre affonda nella prosa, per esempio, quello l’ho testato e ha avuto anche un grosso successo. A parte qualche voce contraria che però ci sta benissimo.

 

Ma una voce contraria comunque rispettosa ha totale libertà? Io non credo di avere letto lo statuto del blog Nazione Indiana, non ne conosco nemmeno la netiquette.

La netiquette è che non devi insultare in maniera pesante l’interlocutore. Spesso si è arrivati anche all’insulto. Nella prima fase di Nazione Indiana, quando erano altri i leader, c’erano dei leader e c’eravamo noi che eravamo le seconde linee. Poi i leader se ne sono andati - ci dicevano che le seconde linee erano troppo poco radicali – e ora siamo tutti uguali, più o meno, quello che ci differenzia è magari la qualità o la mole di lavoro che uno ci mette dentro, perché c’è gente che non fa mai un cazzo! Invece ora Nazione Indiana è più orizzontale, non c’è una leadership chiara. Ogni cosa in Nazione Indiana viene decisa dal singolo postatore, non c’è un comitato di redazione. Poi ci sono delle riunioni che noi facciamo ogni tanto in cui cerchiamo di dare una linea, degli interessi comuni, delle azioni comuni. Non esiste solo il sito: è stata costituita anche un’associazione culturale, Mauta, per cui ci sono i soci e dal punto di vista legale siamo coperti. Prima non c’era. Ci sono state alcune cose che abbiamo fatto durante gli anni – sempre troppo poche, secondo me – fuori dal sito. Un’altra cosa che fa il sito è creare contatti, conoscenze, amicizie. È un network.

 

Quale romanzo italiano uscito nell’ultimo anno avresti voluto scrivere, e perché?

Vorrei risponderti, ma non lo so. Per correttezza devo dirti che non lo so perché non li leggo quasi mai i romanzi italiani. È raro che legga narrativa dei contemporanei. Sicuramente mi sono perso qualcosa di importante.

 

Il tuo autore preferito, non vivente?

Céline.

 

In che cosa consiste la tua attuale attività di giornalista?

Faccio dei pezzi, delle inchieste per il quindicinale La Tribuna, il quindicinale di Napoli che va in tutta la Campania. Faccio inchieste di cronaca. Mi piace molto, finora ho sempre scritto di letteratura: ho fatto il recensore, ho scritto saggi. Faccio inchieste tipo Garlasco, di solito intervisto persone che sono al corrente della cosa. Ho fatto un’inchiesta sul porno e ho intervistato un pornoattore. Volevo scrivere un libro-inchiesta sul porno ma è un’idea che sto un po’ accantonando, non ne ho più voglia e sto cercando nuove cose.

 

Sei lo scrittore che descrivi in Era mio padre? Cioè quello che beve molto, mangia altrettanto, è sregolato pur mantenendo una disciplina e scrivendo ogni giorno?

Avevo una scadenza precisa, dovevo consegnare a settembre-ottobre. Sono arrivato all’ultimo momento, come sempre faccio per tutte le cose fin da quando ero piccolo. In questo caso però avevo paura di affrontare l’argomento, che era scottante. Alla fine l’ho fatto e mi sono immerso completamente in questa cosa, quindi tutto quello che facevo era dipendente da questo libro che poi era anche la mia vita. A quel punto è stato giocoforza creare nel libro anche una nicchia che fosse proprio quello che stavo vivendo, quindi una dimensione metaromanzesca.

 

Forse sarebbe stato più difficile, più lungo e più doloroso, ma hai mai pensato di raccontare la stessa storia in terza persona?

No, non ci ho proprio pensato perché la terza persona non la uso mai, nemmeno quando racconto la storia di altri. Io preferisco sempre usare la prima, mi ci trovo meglio. E le mie cose sono sempre state molto autobiografiche anche se in maniera molto molto traslata, però il vissuto era quello. Anche quando racconto di un killer, nel mio libro precedente, racconto di me, soltanto che lo trasformo, lo sublimo quasi. Qui ancora di più non c’era la necessità di fare in terza persona. Era un distacco troppo forte. A questo punto ho detto: o la va, o la spacca, se ci provo, ci provo nella maniera più radicale.

 

Era da tanto tempo che pensavi di scrivere questo libro?

No, non avevo nessuna idea di fare questa cosa. Fu l’allora editor di Fazi, Massimiliano Governi, che ebbe quest’idea dopo avere letto delle cose su mio padre che avevo scritto su Nazione Indiana. Ho scritto un racconto che si chiama Biscotti salati: parlava di quando andai a prendere il corpo di mio padre in Svizzera, dove morì. Piansi davanti a un pacco di biscotti Tuc, i biscotti salati. Lui mi seguiva già da tempo, aveva letto i miei tre precedenti libri, eravamo in contatto e l’idea è sua, la devo a lui. A me non sarebbe mai venuto in mente, non avrei trovato il coraggio anche mentale di fare una cosa del genere. Quindi onore a lui per quest’idea. Scrivere è stato liberatorio. Ha reso meno pesante tutto, è come se avessi diviso con il pubblico dei lettori e dei critici questa cosa, e l’avessi fatta uscire da me ancora più fortemente. Mi è servito. Certo, il processo non è ancora finito. Ora, che sono passati circa tre mesi dall’uscita, sento una certa stanchezza, un senso di vuoto, di esaurimento. Più di un anno fa partiva la stesura del libro, poi c’è stata una travagliata pubblicazione, una travagliata uscita, le critiche tutte benevole, quasi tutte. Anche se la stampa se n’è occupata pochissimo – se n’è occupato soprattutto il web – anche perché i tempi non commerciali sono questi.

 

In quale città vivresti se non abitassi a Milano?

Vivrei volentieri a Bologna, perché dicono che si mangia bene e che c’è una vita abbastanza godereccia e io sono un godereccio, mi piace divertirmi. Roma mi piace perché mi piacciono i romani. Ogni volta che sono andato a Roma mi sono trovato bene, ho vari amici romani e un ottimo rapporto con la città. Poi Berlino, Monaco di Baviera, Barcellona, New York. Vivrei nella campagna provenzale, perché c’è molto. Vivrei in Vandea. Mille posti, ma principalmente questi, perché li conosco.

 

Una figura forte come quella di tuo padre potrebbe esistere ancora?

È tutto troppo diverso. Forse per quel che riguarda i profughi. Contestualizzando al massimo, mio padre fa parte di una generazione particolare che è scomparsa o sta scomparendo perché adesso hanno tutti ottant’anni, che ha combattuto nella seconda guerra mondiale con i tedeschi. Sono quelli che hanno vissuto fin da giovani la sconfitta totale, globale. Nel caso di mio padre c’è stata la perdita non solo della patria, ma una doppia perdita perché nemmeno dopo è potuto tornare a casa sua: c’erano i russi. Non c’era l’orgoglio politico dei nazisti, partiti per la guerra convinti del proprio nazismo: lui è stato mandato in guerra quando la sua famiglia avrebbe potuto risparmiarglielo perché era una famiglia facoltosa e avrebbe potuto risparmiargli le sorti di guerra. 

 

I libri di Franz Krauspenhaar
 

 

 

 
 
 
 
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