Intervista a George Saunders

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Abbiamo intervistato George Saunders, vincitore del Premio Gregor von Rezzori 2018, il giorno prima della premiazione. Lo scrittore è arrivato a Firenze nonostante uno sciopero aereo e un complicato scalo in Russia. Ci siamo incontrati una mattina, con un po’ di fatica per il fuso orario, nel Gabinetto G.P. Viesseux. Nella motivazione del premio l’indomani ho letto: “Pur essendo uno scrittore divertente, George Saunders è il grande poeta del dolore. (...) Ha scritto brevi storie, novelle, saggi, un romanzo, persino libri per ragazzi, di cui uno è stato insignito di un premio in Italia. Ha intimato allo scrittore moderno di astenersi dal proferire giudizi, ma di essere sommamente aperto all’esperienza. Ha perfettamente obbedito ai suoi stessi comandi”. Non posso non essere d’accordo.




La prima domanda riguarda il tuo Lincoln nel Bardo: finora hai scritto principalmente racconti, allora mi sono chiesta perché hai scelto di scrivere un romanzo…
Io avevo deciso per la precisione di non scrivere mai romanzi, ero molto deciso su questo proposito, però avevo questo materiale che continuava a parlarmi e ce l’ho avuto in testa per vent’anni! Mi diceva “Per favore, per favore, scrivi di questa cosa…”, così ho cominciato a scrivere, e nonostante tutti i miei sforzi di contenere la narrazione in una forma breve non ci sono riuscito.

E come è cambiato il processo di scrittura? È cambiato qualcosa dovendo passare dalla forma racconto alla forma romanzo?
La cosa che mi ha sorpreso di più è che non è cambiato poi molto. In realtà io ero lì che aspettavo qualcosa… un fantastico nuovo modo di scrivere annunciato da squilli di tromba, ma davvero è stato quasi la stessa cosa. Per me, sia che si tratti di una forma lunga sia che si tratti di una forma breve, a quanto pare il meccanismo di scrittura funziona nello stesso modo. Lavoro su un aspetto, su un elemento, cerco di renderlo il più bello possibile e così procedo passo passo. È la storia che mi guida.

In questo romanzo parli di Willie, il figlio di Lincoln. Perché hai scelto un bambino per parlare dell’aldilà, e perché proprio il figlio di Lincoln?
In realtà per me il processo è stato inverso. Non avevo nessun particolare interesse nel parlare di Lincoln o di suo figlio Willie, però avevo sentito anni fa questa storia, quella di Lincoln che andava nella cripta per vedere suo figlio… e non riuscivo proprio a staccarmi da questo episodio, continuava proprio a inseguirmi. Dopodiché ho parlato anche di altro, del lutto e della morte, ma il punto centrale da cui è partito tutto è stato proprio questo: Lincoln nella cripta, così ho imparato anche che non dobbiamo mai ignorare questo tipo di sensazioni. Quindi, ad esempio, se tra dieci anni continuerò ancora a pensare a questa stanza, a questa biblioteca, allora comincerò a scrivere qualcosa e scoprirò che cosa questo posto mi comunica, che storia c’è dietro.

L’ultima domanda. Hai scelto di descrivere l’aldilà in un modo molto particolare. Qui, in Italia, c’è una tradizione letteraria molto lunga sull’aldilà e su come questo viene descritto, da Enea a Dante: quindi mi sono chiesta che cosa in particolare ha influenzato la tua immaginazione…
Beh, io ho cercato allo stesso tempo di integrare ma anche di evitare tutti i precedenti… Dante, il Libro tibetano dei morti, o magari Beetlejuice… ecco, non volevo che quello che andavo a descrivere assomigliasse troppo a uno di questi modelli, quindi non volevo avvicinarmi troppo a un’idea cattolica piuttosto che a un’altra. Credo anche che quando moriremo saremo molto sopresi da quello che troveremo nell’aldilà.

I LIBRI DI GEORGE SAUNDERS



 

 

 

 
 
 
 
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