Intervista a Giacomo Battiato

Giacomo Battiato
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Metti una sera alla Festa del Cinema di Roma. Metti di arrivare trafelato dopo una giornata lavorativa tra le più toste e imbarazzanti. Metti pure che all’ingresso della libreria – vicino al red carpet – dove Giacomo Battiato deve presentare il suo terzo romanzo c’è un sit-in di Action, con tanto di cariche della polizia. Metti di riuscire a sgattaiolare nella libreria attraverso una serranda semiabbassata e di trovare l’autore solo al tavolo della presentazione in attesa dell’inizio. E che fai, non ti avvicini?
Qual è la genesi di 39 colpi di pugnale? Perché l’hai ambientato in Sicilia? La storia che racconti è un fatto realmente accaduto?
Durante le mie letture ho scoperto quasi casualmente un frammento della storia siciliana che mi era sconosciuto, e che forse è sconosciuto ai più: quel momento in cui la Sicilia “diventa inglese”. Nei primi dell’ ‘800, un gruppo di commercianti britannici prende possesso economicamente dell’isola costruendo delle ricchezze immense. La Sicilia viene così messa sotto la protezione dalla marina inglese, pur continuando a far parte del Regno delle due Sicilie. L’ammiraglio Nelson diventa Duca di Bronte.  Questo dominio inglese mi è sembrato interessante. Dopo di che ho trovato i materiali di un crimine avvenuto in Francia all’interno di una famiglia aristocratica: documenti giudiziari, autopsie e tutta l’inchiesta. Ho messo insieme questi vissuti e ne è nato il romanzo.  


Mi sembra che una delle linee guida del romanzo sia l’amore. Amore che però, in tutti i protagonisti,  rimane sempre in potenza.  Un amore che non si concretizza mai pienamente, è così?
L’amore è uno dei temi dei libro. L’amore come fonte di sofferenza. Per le donne è tragico, folle, rabbioso, oppure votato al sacrificio. Mentre negli uomini è impotenza. Nelle donne è totale, con tutte le conseguenze del caso, negli uomini c’è invece una fondamentale incapacità di amare.  Sì, la variazione sulle sofferenze d’amore è uno dei nodi centrali del romanzo.

 

Hai mai pensato di girare un film su questo tuo ultimo romanzo?
Questo è l'unico tra i miei romanzi sul quale vorrei effettivamente fare un film.


Tu sei un regista affermato, perché l’esigenza di scrivere? Cos’è per te la scrittura?
Io dico sempre che scrivere è la mia libertà. Nel senso che quando scrivo un romanzo non ho nessun problema di marketing, di milioni di euro, di tempi di consegna etc. Ed è quindi la mia libertà. Posso immaginare quello che voglio, come lo voglio e mi posso prendere il tempo che voglio (non essendo la professione che dà da mangiare a me e alla mia famiglia). Questo mi permette pure un piacere enorme che è il piacere della ricerca. Riguardo al perché scrivo, c’è una rivista letteraria americana che ha fatto un’indagine tra scrittori affermati con una domanda molto semplice: “perché scrivi?” ti leggo alcune risposte che mi sono divertito a trascrivere: “per soddisfare il mio desiderio di vendetta”, “per fare ordine nel caos”, “per compiacere me stesso”, “per esprimere me stesso in bella forma”, “per creare un'opera d’arte”, “per offrire uno specchio al lettore”, “per dipingere un ritratto della società e dei suoi vizi”, “per fare marameo alla morte”, “per fare soldi così da poter deridere quelli che prima deridevano me”, “per farla vedere a quei bastardi che non credono in me”, “perché creare è umano”, “per far credere che io sia una persona più interessante di quanto io sia in realtà”, “per suscitare l’amore di una donna”, “per suscitare l’amore di un uomo”, “per correggere le imperfezioni di un’infanzia disperata”, “per fare dispetto ai miei genitori”, “per rovesciare l’establishment”, “per tener testa alla depressione”. Ora, tutte queste risposte possono sembrare un po’ buffe, un po’ narcise. Secondo me chi ha parlato in maniera strepitosa del senso dello scrivere è Margaret Atwood  in un libro intitolato Negoziando con le ombre. Lei dice che in realtà i morti non vogliono essere morti ma che vogliono vivere nel lavoro dello scrittore. Ti cito una poesia di Samuel Butler che rende bene l’idea di quello che secondo me è lo scrivere: “noi ci incontreremo, ci separeremo e ci incontreremo di nuovo, dove si incontrano i morti, sulle labbra dei viventi”.  Per questo motivo io cerco di scrivere o di balbettare i miei libri.


Hai un modello letterario al quale ti ispiri? C’è qualche autore cui senti di essere debitore?
Nei ringraziamenti del libro mi scuso dei “furti”, coscienti e incoscienti. Tutte le letture, dalla giovinezza ad oggi, sono come una valanga letteraria che mi ha influenzato. Io amo molto la letteratura francese, anche se due libri per me straordinari sono stati Delitto e castigo e La morte di Ivan Il'ič. Ma fondamentalmente non  mi pongo dei modelli quando scrivo.


Mi piace porre sempre questa domanda agli scrittori che intervisto.  Ascolti musica mentre scrivi? Se sì cosa?
Sì, lo ammetto, ascolto musica mentre scrivo. Non ho qualcosa di specifico. La scelgo a seconda del tipo di atmosfera. Vado a cercarla. Spesso la ascolto addirittura ad anello: nel senso che se c’è un pezzo che in qualche modo mi ha ispirato, che mi ha fatto pescare dal fondo delle cose , a quel punto, lo ripeto in continuazione. Ascolto molta musica classica, perlopiù barocca. Un musicista con cui amo scrivere è Rachmaninoff.

I libri di Giacomo Battiato

 

 

 
 
 
 
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