Intervista a Gianluca Nicoletti

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Metti un tardo pomeriggio di metà febbraio in una caffetteria-libreria di Roma (www.libreriagiufa.it, fateci un salto se passate per la capitale) seduto a un piccolo tavolino di legno ingombro di fogli tenuti fermi da due boccali di birra chiara. Davanti a me c’è Gianluca Nicoletti, giornalista, scrittore, conduttore radiofonico e televisivo, attualmente speaker di Radio 24 ed editorialista de “La Stampa”. Uno che con il suo storico programma radio “Golem” (che oggi vive una seconda vita - anagrammata - con “Melog”) ha cambiato la faccia della comunicazione culturale e di costume e ha anticipato di anni il gusto, i temi e il linguaggio del web. Un fiume in piena. Ma un fiume in cui è un vero piacere fare rafting.




Che rapporto c’è tra il tuo Una notte ho sognato che parlavi e Il libro infame, se un rapporto c’è?
Il libro infame rappresenta il prequel della mia fase di racconto paterno, che è una fase in cui mi sono trovato dentro e non so nemmeno quanto mi appartenga ma è la mia realtà, la mia vita, un lato di me però che ho sempre tenuto nascosto, privato. Mi sono sempre molto esposto ma su letture del mondo, punti di vista, intrepidezze del mondo della comunicazione e via dicendo. Però la mia situazione familiare è venuta fuori e adesso mi caratterizza. Ecco allora che Il libro infame nasce dal bisogno di ristabilire il punto che la mia vita non è solo la convivenza con l’autismo, anche se ovviamente è un tema serio, reale, per il quale penso di poter fare qualcosa di concreto e di cui quindi mi occuperò ancora. Ma non voglio fare il portavoce degli autistici italiani, o almeno non solo quello. E siccome siamo multitasking e sappiamo fare più cose assieme, ho voluto fare il punto sull’infamità, che è la parte fondamentale, la più interessante, la maggior scaturigine di pensiero e di sopravvivenza nel mio percorso di vita.

Come ti sei organizzato il lavoro per redigere Il libro infame? Perché proprio ora questa voglia di raccontare la memoria?
Ho rimesso insieme un po’ di appunti, cose folli che avevo fatto e di cui non avevo lasciato traccia scritta se non in Rete (sono molto dispersivo in questo: ogni tanto apro blog, poi li chiudo, metto foto, mando tweet e poi non mi preoccupo di tirare i remi in barca, al massimo faccio degli aggregatori per tentare di fare ordine e mi accorgo di aver fatto cose sulle quali potrei trovare altre mille maniere di ragionare). Quindi sono riemerse cose come la sollevazione delle donne, una cosa molto divertente. Non mi ricordo nemmeno più bene come funzionava, non la faccio più da anni, ma girare le piazze d’Italia per sollevare donne è una cosa in sé così sciocca che pare non avere senso. Eppure quando la facevo aveva senso, e infilata nel racconto della mia percezione dei decenni che ho attraversato ha ritrovato questo senso, la voglia di leggerezza e di ritrovare un contatto con la femminilità, del resto gli interlocutori più interessanti sono sempre stati per me le donne. E lo stesso discorso vale per tante altre cose che sono riaffiorate dopo questa ricerca, cose che vengono fuori in articulo mortis, come quando ti senti con un piede nella fosse e improvvisamente rivedi tutta la tua vita. Come individuo io tendo al pessimismo, quindi mi sono trovato spesso a ragionare - senza sapermi dare una risposta - su come sia possibile che io sia nato con l’esperienza della guerra sulle spalle e oggi sia qui a fare foto con l’orologino collegato in Rete: è assurdo. Non c’è mai stato nella storia della modernità un arco così vasto di mutazione nel corso di una sola generazione: alla mia età mio nonno e mio padre erano uomini finiti: mio nonno il pomeriggio si metteva il pigiama e andava a dormire e mia nonna gli portava il pitale per pisciare, mio padre era già lì che faceva discorsi tipo “Figli miei, ormai il mondo è vostro”, io sono ancora qui che mi arrampico sugli specchi per inventarmi qualcosa con cui andare avanti. Il bagaglio di appunti era enorme, non è un diario esaustivo né voleva esserlo. E nemmeno alternativo od originale: però è fatto come ho sempre raccontato io le cose, per flash, per immagini, per ricordi. Sono piccole isole emotive che costellano tutta una vita: i manifesti dei mutilatini a scuola, la mucca Carolina, le lapidi dei morti delle guerre dimenticate che si sono combattute nelle città.

Una guerra dimenticata o una guerra che è diventata una sorta di cliché nell’immaginario collettivo?
Abbiamo le città piene di lapidi. Quei morti degli anni ’70 erano i miei coetanei, ho vissuto l’esperienza di andare al liceo e il tuo compagno di banco aveva la pistola in tasca e magari il giorno dopo sui giornali lo vedevi che aveva ammazzato qualcuno. Non si può affidare questa memoria solo a Paolo Mieli e a RAI Tre Storia o al racconto dei reduci: bisognerà pure capire come l’ha vissuta la gente normale, che se la vedeva passare addosso ogni giorno.

Nel tuo percorso di riflessioni e memorie c’è anche tanta Italia, ma non la solita delle grandi città, quella della provincia e di una provincia forse poco esplorata in letteratura, l’Umbria…
Ne Il libro infame ho messo molto la mia provincia, una provincia che non ha senso, che è un non-luogo. Di Perugia oggi si parla solo perché è la città più drogata del mondo o perché ci scannano le studentesse. In realtà era un posto interessante, divertente, una vera fucina di singolarità soprattutto. Quando sono venuto a Roma per una botta di culo, per infamia, perché mi ero inventato uno zio arcivescovo che non esisteva, la mia ricchezza era proprio che avevo passato gli anni precedenti a fare il vitellone lungo un corso cittadino pensando che il mondo fosse solo quello, e quindi costruendo tutto sull’immaginario. In un mondo in cui erano tutti strutturati, avevano fatto tutti la stessa università, erano tutti ben definiti - ciellini o figlie di Asor Rosa - io ero l’elemento estraneo e invece di cercare di mimetizzarmi come Abatantuono quando parla milanese, ho fatto di mia gloria il mio essere quello che ero. Ho avuto una vita difficilissima, ma sono riuscito sempre bene o male a divertirmi e a dire quello che potevo dire.

Cosa intendi esattamente per “tempo a castello”?
Il tempo a castello è una mia visione reale, concreta. Io ho vari livelli di occupazione, non faccio solo una cosa: mi alzo la mattina e devo occuparmi di mio figlio, di mia moglie che è depressa, delle bollette, di andare a fare radio, nel frattempo il giornale mi chiama e devo fare piccole cose per loro. Poi ci sono le cose che coltivo, i libri: non faccio parte delle persone che possono permettersi di vivere di rendita, io se non mi invento costantemente qualcosa vengo segato dalla vita. So che all’apparenza sembro una persona poliedrica, ben introdotta, felicemente realizzata, invece non è così, mi difendo con i denti e le unghie e nel momento in cui stanno per mettermi alla porta mi invento una nuova cosa e mi danno un altro po’ di vita. Sono come un condannato a morte che chiede l’ultima sigaretta, e la mia vita va avanti con le ultime sigarette. Il tempo a castello è la composizione delle cose che devo fare - di cui il 90% sono mie ossessioni, e ansie lo ammetto, ma non per questo non sono reali e concrete - e l’unica maniera per dar loro un senso era immaginare, allucinare, visualizzare una sorta di teatro rinascimentale.  Se vuoi è il prototipo dei computer, l’organizzazione visiva della memoria in caselle: in realtà noi siamo la metafora delle macchine che abbiamo costruito come metafora di noi stessi. Mi dà serenità pensare che ho tutto questo tempo stratificato che è mio, che nessuno può rubare. Il tempo è il mio più implacabile strozzino, io passo le giornate a pagare gli interessi del mio debito con il tempo che non riuscirò mai a soddisfare. Immaginare che comunque posso farlo perché non potendo allungarlo lo declino in profondità e riesco a stratificarlo è l’unico modo che ho per andare avanti.

Qual è il senso de Il libro infame, in poche parole?
È l’unico modo che avevo per mettere in fila questi ricordi, queste idee. Non è un libro sulla storia, non è un libro sul costume, non è un libro sulla politica: non è un libro su un cazzo. È un incasellamento di visioni. Un diario visionario, se vuoi.

Raccontaci il tuo incontro artistico con Roberto Ronchi: come ha funzionato tra voi?
Sono quelle cose della vita che non scegli, ma sulle quali vai a sbattere. L’ho conosciuto a una serata della Pixar anni fa a Milano, mi affascinò questo strano personaggio silenziosissimo che mi disegnò 3 o 4 cose sul momento che mi colpirono molto: nessuno mi aveva mai disegnato fino a quel momento. Ci dicemmo: “Perché non facciamo qualcosa insieme?” e così pian piano elaborammo questa voglia. Tra le tante proposte io tirai fuori questa cosa di fare una sorta di rilettura del mio tempo passato. Ne chiacchierammo un po’ al telefono, lui mi mandò i primi disegni e io vidi che funzionava. Costruimmo la prima presentazione, ci recammo assieme a un Salone del Libro, girammo un po’ di editori e decidemmo di pubblicarlo con Tunué. Gli altri erano anche editori importanti, che però ci dicevano: “Sì, va bene lo scritto però i disegni…” e invece no, era un libro che doveva vivere della sua illustrazione, non era un testo illustrato. È un esperimento in cui due visioni si vanno a incontrare. Quindi Tunué era il migliore editore possibile.

Che ruolo hanno nel libro i cinici inserti a fumetti che hai battezzato “racconti fescennini”?
Beh, mi sembrava di “sprecare” Ronchi a fargli fare solo le illustrazioni. E allora come Quentin Tarantino (uno dei miei miti generazionali, del resto) nel primo “Kill Bill” ha inserito il manga noi abbiamo voluto intercalare delle brevi storie a fumetti alla narrazione. Si tratta di storie vere, nasce tutto da una rubrica di posta del cuore che tenevo tempo fa sul settimanale “Marie Claire”. Queste signore dalla figa arricciolata in redazione volevano avere il frisson di far tenere la rubrica del cuore a uno cattivello, pensavano di aver trovato – chessò – l’Aldo Nove dei poveri invece non avevano capito un cazzo perché ho fatto cose veramente truci e infatti dopo un anno, turbate, mi dissero che non era il caso di continuare perché le lettrici si lamentavano. Erano tutte storie vere, verissime, paradossali ma vere. Ho pensato di prenderle, integrarle con altre storie e metterle nel libro perché lo spirito fescennino è una sorta di folle scurrilità mai volgare, molto legata alla vita agreste, a frati, contadini, figure così. Rivedere storie di donne in parte pensate per un femminile patinato sulla chiave dell’assenza o della presenza del cazzo mi pareva una buona idea. Quindi l’ho fatto.

In che senso affermi che siamo ormai ombre digitali, perfetti imbalsamatori della nostra anima?
Nessuno se ne accorge, ma in realtà oggi abbiamo dato risposte a tutte le metafisiche, a tutti gli integralismi, a tutte le promesse delle religioni di tutti i tempi. La gente si scanna, si ammazza, si brucia, si fa saltare in aria nell’illusione di una vita eterna promessa da preti, imam, sciamani e santoni vari ma in realtà la vita eterna ce la stiamo costruendo noi ogni giorno. Me ne son reso conto andando a razzolare quello che avevo lasciato sul web, le tracce. Quando tutto questo diventerà un metodo e qualcuno ci darà la chiave del database della nostra esistenza, saremo eterni a tutti gli effetti. Un’inconsapevole entrata in una nuova dimensione dello spirito, anche se ancora nessuno al definisce come tale. Non avrà più senso promettere paradisi ed eternità quando siamo già sopravviventi. I morti sul web li vedi, li ascolti, interagisci con loro. Ora, non voglio entrare nella Fantascienza, ma pensa se venisse esasperato questo concetto che prospettive si aprirebbero…  Pensa già a una cosa che è vera oggi, senza pensare al futuro: io di mio padre avrò sì e no due foto, i miei figli della mia vita ne sanno più di me, mio figlio grande sa trovare su YouTube tutte le stronzate che ho fatto negli ultimi dieci anni e che io nemmeno ricordo. Parte della mia anima già gli appartiene.

A che punto è il progetto Insettopia?
Insettopia è la terra promessa degli insetti evocata in “Zeta la formica”, cult movie di mio figlio Tommy. È una semplice discarica con avanzi di cibo ai confini di central Park, che però è abitata come un fantasmagorico paese della cuccagna da insetti di ogni balzana fattezza, che volteggiano in mele bacate come fossero in un luna park. Sto lavorando alla realizzazione della mia Insettopia, anche perché so che nella testa di ogni genitore di autistico c’è l’idea fissa della città ideale per suo figlio. Dove riesca a vivere felice e sicuro, in contatto con chiunque, ma protetto. Vedere ragazzi nel pieno della vita passare le giornate chiusi in casa a guardare il mondo dalla finestra, perché nessuno ha una proposta di vita diversa per loro, credetemi, è veramente sconsolante e uccide da dentro ogni familiare costretto a pensare che così sarà per sempre, o almeno finché potrà occuparsene lui. Del dopo nemmeno si ha voglia di pensare. A che punto siamo? Son partito ingenuamente pensando “Sono un nome conosciuto, ho fatto un libro su mio figlio autistico, vado in giro a chiedere e mi danno delle aree abbandonate invece di darle agli amici degli amici nelle quali potrò fare un grande laboratorio”: col cavolo! Non molla niente nessuno, ho perso tempo un anno. Allora ho cambiato strategia: per il momento sto creando la più grande community sull’autismo, un luogo vero di  discussione, di racconto e messa in comune delle risorse e da lì partirò per cercare luoghi concreti. Non è una resa: è, lo ripeto, un cambio di strategia. Avrei dovuto pensarci prima: costruire una comunità, far circolare le idee, elaborare un progetto, sperimentare il modulo e poi andare dagli interlocutori istituzionali e dir loro: “Guarda, noi siamo tanti e facciamo questo”. Se fossi partito direttamente in questo modo non avrei buttato via anni del mio tempo.

Cosa ne pensi dell’immagine per così dire “romantica” che viene fatta circolare da Hollywood e dai media dell’autismo? Quanto lavoro c’è da fare per ripristinare la realtà e fornire un’informazione corretta?
È essenziale abbattere la superstizione e i pregiudizi sulla malattia mentale, sul disagio psichico in generale. Perché c’è un problema in Italia rispetto al resto del mondo su questo argomento? Perché la malattia mentale è vista come qualcosa di metafisico: ci sono professionisti che portano i figli malati dall’esorcista, capisci? E guarda caso la corrente meno scientifica e più oscurantista sull’autismo è quella capitanata da Paola Binetti, la politica cattolica che è anche neuropsichiatra infantile. Che non vuole assolutamente che si parli di una patologia che ha origini genetiche ma sostiene che tutto sta nel rapporto con le madri, perché le famiglie moderne sono sfasciate, e se le donne stessero a casa a curare i figli, li allattassero e le famiglie fossero armoniose non esisterebbero i bambini autistici: cazzo, magari! Costruirei un’armoniosa famiglia e vivrei meglio anche io. Altra cosa essenziale da fare è rettificare tutte le dicerie che girano sull’autismo: è essenziale dire con chiarezza il poco che si sa ma che in qualche maniera sia davvero certificato scientificamente, scremato dal resto.


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