Intervista a Gianni Biondillo

Gianni Biondillo
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Troppo difficile nascondersi dietro un occhiale sottile e una testa riccioluta. A Biondillo piace parlare, tanto di sé e molto poco degli altri. E ben venga, perché lo fa con candore e naturalezza. Tesse un filo sottile e saldo tra la vita di tutti i giorni e i suoi racconti. Sopravvivere alla periferia milanese, attraversare i campi profughi stringendo la mano del proprio figliolo, viaggiare in lungo e in largo per ritrovarsi sempre a casa. Azioni comuni che sotto il torchio della sua immaginazione divengono storie che a volte sono gialli, a volte diari velati di fiction. Sempre desideroso di chiosare le risposte con una semplice battuta o un aneddoto che ha il sapore della storiella, Biondillo ha dalla sua una vasta affabilità, quella maturata in quanto padre di famiglia e critico recensore tra i più letti d’Italia (per Nazione Indiana). Forse non uno scrittore coraggioso, ma un autore che ha avuto il valore e la perseveranza di uscire dalla nebbia di Via Graf per raccontarla con tutta la sua umidità tra le pieghe dei suoi libri. La sua primissima vittima letteraria, affettata con il coltello.

Come prendono corpo le tue storie?
Racconto storie di sfigati, forse perché un po’ mi ci immedesimo in questa condizione. Sono cresciuto nel quartiere milanese di Quarto Oggiaro. Ora vivo in Via Padova, un vero inferno in terra. Non sono in grado di scrivere cose che non ho vissuto in prima persona. Quei luoghi e quelle facce io li ho visti per davvero. Infatti il mio non è un giallo tipico, basato su di un tempo lungo: il lettore rimane avvinghiato nell’attesa spasmodica di una nuova uccisione, della prossima mossa dell’omicida seriale. Ma nella mia realtà i serial killer non esistono. Ragiono piuttosto su di un tempo largo. Preferisco analizzare nel dettaglio la vita di Ferraro, i suoi trasferimenti da una città all’altra con la coda tra le gambe, le sue delusioni amorose.


Perché l’ispettore Ferraro non fa carriera?
Perché inizia a fare lo sbirro per soldi. Non ha l’ambizione dell’uomo di legge. A Quarto Oggiaro o si rubava o si faceva il poliziotto. Ovviamente c’erano anche gli operai. Non a caso il miglior amico di Ferraro è uno di quelli che sono caduti dall’altra parte, è un delinquente. Sono storie normali, che ho visto con i miei occhi e che oggi provo a raccontare.


Ne I materiali del killer le donne sono persone intelligenti e portatrici di ruoli decisivi. O è solo un'impressione?
Mi viene in mente l’analogia che vuole Fred Astaire un grandissimo ballerino, mentre Ginger Rogers faceva semplicemente le stesse cose al contrario e con i tacchi. Non posso fare a meno di pensare alla Milano degli anni ’80, la città in cui sono cresciuto e per la quale non provo alcuna nostalgia. Era la città e l’epoca del rimbambimento televisivo, per cui le donne ho erano sante o puttane. Purtroppo ancora oggi si fa troppo spesso questa netta distinzione. Le donne che voglio raccontare non si nascondono, sono conscie dei loro chili di troppo e delle zampe di gallina.


Molto importante è anche il concetto dell’amicizia maschile, tema tipico del giallo americano. Ugualmente fondamentali sono i personaggi che stanno al limite della società, quali gli africani e gli zingari...
Cerco sempre e con dedizione di cambiare i miei romanzi e personaggi. Ricordo d’essere anche stato redarguito da un libraio che mi consigliava di non cambiare mai i miei libri. Dalla sua parte in effetti stava una certa ragione. Il lettore medio rimane pacificato dalla fissità dei personaggi. Ho deciso invece di cambiare e non solo nei romanzi di Ferraro. Non mi ritengo uno scrittore furbo, ma onesto verso l’intelligenza dei miei lettori. Il desiderio è quello di intrattenere chi mi legge esattamente come io m’intrattengo leggendo altri autori. Un bel romanzo non deve essere per forza noioso. Sono stato nei campi profughi e in mezzo agli zingari e in qualche modo sto cercando di restituire quello che ho vissuto al lettore. I materiali del killer è un lungo viaggio d’Italia: parto da Milano per spostarmi nella memoria e nel territorio. Quello che ne viene fuori è che il nostro paese è costretto sotto il cielo plumbeo dell’abusivismo morale, dominato dalle logiche dei clan.


Anche l’uso del dialetto è un tuo tratto tipico...
E così gli stili, alti e triviali. E al dialetto vanno aggiunte le altre lingue, l’arabo, il rumeno. L’Italia non sta cambiando, è già cambiata. Mi stupisco se penso che potrei ancora essere considerato un extracomunitario di seconda generazione. Eppure, proprio perché figlio di meridionali, mi sento il milanese tipo. Passati trent’anni non sembra sia cambiato alcunché e intere pagine di storia coloniale sono state dimenticate. Alla staticità della Milano di oggi, invasa dagli africani, fa da contraltare Asmara. Una città stupenda in cui le tradizioni italiane sono sopravvissute agli italiani stessi: lì le persone fanno le vasche in centro, giocano a boccette e bevono il gingerino.


Quanto pesa il mestiere d’architetto nella stesura dei tuoi romanzi?
Moltissimo, diciamo che seguo la teoria della lettura del territorio. Descrivo gli abusi edilizi e il degrado ambientale. Senza comunque parlare mai del Duomo – per scelta, nel tentativo di uscire dai luoghi comuni. Anche il progetto di scrittura echeggia dei miei studi e della mia prima professione. Un giallo deve essere scritto partendo dalla soluzione, quindi dalla fine. È un viaggio a ritroso fino alla prima pagina. Ammetto anche però di non esserne capace, infatti i miei romanzi non sono gialli. Attraverso i generi, parlo di tutto.


È giusto rintracciare nella tua scrittura un registro alto, che nei lunghi panegirici rimanda ad autori quali Gadda o Bacchelli?
Non mi nego nulla. Credo nella scrittura, è la mia fede. Per quel che mi riguarda, non esiste una letteratura di serie B.


Dove si può far risalire la tua fascinazione per l’Africa?
L’Africa è un luogo stupendo e giovane. L’età media in Egitto è di venticinque anni, in Italia quarantacinque. Tra dieci anni solo in Nigeria ci saranno trecento milioni di abitanti. È un continente che a breve non ci prenderà neppure in considerazione, in parte già lo fa perché alcune zone stanno godendo velocemente delle spinte economiche asiatiche. Dove ci sono figli, c’è lotta di classe. In Africa c’è il futuro: complicato e ferino, ma pieno di cervelli.

I libri di Gianni Biondillo

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