Intervista a Gilda Policastro

Gilda Policastro
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Gilda Policastro sembra abbia a che fare da sempre con le parole: pubblicando saggi, collaborando con periodici e quotidiani come Allegoria, Alias, Liberazione, facendosi conoscere come poetessa ed infine esordendo con un romanzo per la Fandango, il suo rapporto con la scrittura appare costante, continuo nel tempo, elemento inscindibile della sua esistenza. Il suo raccontare frammentato e disturbante trasforma il linguaggio in una ruvida coperta in cui il lettore è costretto a dibattersi: perché a volte il rimedio giusto al male è proprio sotto i nostri occhi, lì, dove non vogliamo vederlo.

Nel nostro presente così ossessionato dal culto del corpo, così ritroso a confrontarsi con l'inevitabile declino psico-fisico, che cosa ti ha spinta a scrivere un libro sulla malattia, sulle corrosione di pensieri e corpi?
La malattia è una parte consistente della nostra esperienza: a tacere d’altro, ci ammaliamo ad esempio quando siamo innamorati, come Proust ha descritto molto bene parlando dell’amore come di una “malattia chirurgicamente non operabile”. Ad ogni modo quello che mi premeva raccontare era non tanto la malattia del singolo individuo o corpo, quanto quella delle relazioni e degli istituti tradizionalmente aggreganti del vivere sociale, la coppia e la famiglia anzitutto. Come qualcuno ha notato non ci sono personaggi isolati, nel libro, ma sempre personaggi in una relazione, di solito di dominio (mi piace di meno che si parli di sadomasochismo, ma c’è anche, inevitabilmente, questa componente), che prevede però non un ruolo connesso al genere (il femminile debole, il maschile forte, banalizzando), ma una sistematica alternanza, e, se vogliamo, ambiguità.


Ti sei fatta conoscere prima come poetessa, poi come narratrice: come cambia il tuo approccio alla scrittura passando dai versi alla prosa? Due modi di raccontare tanto diversi presuppongono un diverso atteggiamento da parte dell'autore, una cura e “attenzioni” particolari?
Non ho mai visto una grande differenza tra le due forme, tanto che nella prosa de Il farmaco tornano dei versi, altrui ma anche miei, e, in qualche caso, intere sequenze, come i più attenti critici non hanno mancato di notare, dei miei testi poetici. Ne Il farmaco ha preso una forma più estesa e articolata l’oggetto principale della mia ricerca, che è l’attenzione privilegiata a quegli spazi di confine tra il patologico e la cosiddetta normalità, tra il quotidiano delle nostre vite e l’apparente eccezionalità di eventi che le possono stravolgere o semplicemente che aiutano a svelarne l’ipocrisia, come la malattia o l’ossessione, per l’appunto.


Sempre a proposito di scrittura, Il farmaco sembra essere composto da frammenti, con un linguaggio nudo, crudo, fatto di ostacoli e curve da superare: quali reazioni vorresti suscitare nei lettori? Vorresti scioccarli, farli riflettere, o semplicemente vorresti godessero di uno stile complesso e conturbante?
Non si tratta di frammenti, perché il testo ha una cornice e anche una sua continuità, data dai personaggi e dalle storie, che, sia pur in forma disarticolata e non lineare, vengono raccontate. L’impressione del frammento è data probabilmente dal succedersi degli eventi, che non è consequenziale, e che più spesso procede a spirale, con dei ritorni, delle sovrapposizioni, e anche delle volute contraddizioni. Non mi sono mai posta il problema delle reazioni da suscitare, ma, caso mai, della forma, del ritmo, della parola più aderente al senso ultimo della narrazione, che non ho mai inteso come un esercizio di stile, ma come il portato di una interiore necessità.


Scrivere questo libro ti ha messa in qualche modo a confronto con le tue personali “ossessioni”?
Rileggendo Il farmaco adesso, anche col filtro delle letture altrui, mi rendo conto che le ossessioni che ho raccontato sono quelle di un’età, che è quella in cui ho vissuto negli ultimi anni: la violenza dei rapporti, il desiderio di dominio dell’altro, l’apparente evasione del virtuale, la rincorsa dei propri fantasmi. Qualcuno ha detto (Andrea Cortellessa, per primo, poi anche altri) che i miei personaggi sono come i dannati danteschi: a me pare che siano effettivamente delle ombre, che recuperano la loro corporeità solo nell’atto di compiere azioni degradanti o per l’appunto violente, con pochi spiragli per vie di fuga da questa condizione negativa, effettivamente.


Se esistesse il farmaco “perfetto”, quello capace di curare tanto i malanni del corpo quanto quelli dello spirito, da cosa sarebbe composto? Compassione, empatia, amore, altruismo, solidarietà?
Un farmaco che curi è la più grande utopia della scienza, che si occupa piuttosto di contenere i danni delle malattie e di garantire al malato condizioni di vita il più possibile accettabili. Così la psicoanalisi, che pretendeva di curare i mali dell’anima, non ha fatto secondo me che incrementare l’attenzione a se stessi, esasperando il narcisismo. Liberarsi dall’egoismo sarebbe la via per il farmaco ideale, ma sarebbe anche come negarsi come individui, cioè come esseri umani, tutti diversi gli uni dagli altri, e dunque, al di là delle prospettive fideistiche degli scienziati, un farmaco realmente risolutivo “per categorie” di malattie e di malati non può esistere.

I libri di Gilda Policastro

 

 

 
 
 
 
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