Intervista a Gioacchino Criaco

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Incontro l’autore in un pomeriggio assolato in Calabria, in prossimità dei mosaici ritrovati dell’antica Kaulon raffiguranti un drago. In un’atmosfera intrisa di richiami a civiltà antiche, Gioacchino Criaco ‒ scrittore nativo di Africo, piccolo centro della costa ionica calabrese, figlio di pastori, cantore dell’Aspromonte contemporaneo, che nelle sue parole assume sfumature omeriche ‒ accetta di analizzare con noi il suo percorso letterario.




Dove hai vissuto e quali luoghi hai frequentato prima di diventare scrittore?
Bologna, Milano, Roma, Parigi, New York. Sono stato nel mondo. E poi sono stato nel mio mondo, lunghissimi e bellissimi anni dentro l’Aspromonte.

Avvocato prima, scrittore oggi. Un legale, scrupoloso e umano, compare tra i personaggi de Il saltozoppo: quanto ti ha realmente ispirato il lavoro che in passato hai svolto nelle aule dei tribunali?
Oggi sono uno scrittore, il lavoro non è stato un motivo ispiratore, mi ha aiutato a comprendere e spiegare il complesso meccanismo della giustizia. Posso dire invece che quel genere di impegno, che avvertivo in maniera talvolta asfissiante, per me ha rappresentato una straordinaria spinta a scrivere.

A dieci anni esatti da Anime Nere, quali reali motivazioni ti hanno spinto al romanzo La maligredi, prequel di quel fortunato esordio?
Anime Nere è un capitolo di una storia più vasta che ruotava nella mia mente da tempo, prima che io diventassi scrittore, La maligredi è un orizzonte su storie che nessuno ha raccontato e che urgeva rappresentare per andare oltre la cronaca nera. Trovo che ci sia un’assoluta ignoranza, da parte soprattutto dei meridionali, riguardo alle dinamiche che hanno determinato l’immagine distorta del Sud, della Calabria in particolare. Io ho inteso raccontare i fatti.

Tanti tuoi personaggi appartengono a peculiari gruppi etnici, talvolta usi parole appartenenti ad una lingua ai più sconosciuta. Ti senti continuatore ideale di una cultura minoritaria?
Mi sento di far parte di una cultura che al momento è soccombente, ma non è minoritaria, come non può esserlo una cultura millenaria: quella magnogreca in cui mi riconosco totalmente. Io non sono un figlio dell’occidente globalizzato e consumista, sono un suo prigioniero che attraverso la parola scritta riconquista la libertà. Tante parole, appartenenti alla lingua grecanica che conosco, le custodisco in onore di un popolo che le ha perse e vaga, per ritrovare la propria identità, negli anfratti delle nuvole.

Il protagonista del tuo ultimo romanzo adora leggere i fumetti di Tex Willer. Cosa hanno insegnato alla tua generazione gli eroi dei fumetti?
La mia generazione non aveva soldi per comprare libri, leggeva quello che capitava, i fumetti e il prestito tra vicini di casa sono stati, per molti, un’autentica salvezza. Tex era il fuorilegge che si riscattava ma continuava ad avere un’ombra scura nel cuore, in un certo senso era più anima nera che sceriffo.

E cosa c’è di te nel personaggio di Nichino de La maligredi?
Tutti i meridionali che sono cresciuti tra le “rughe” e i borghi dimenticati hanno un po’ di Nichino dentro.

Perché tante descrizioni di processioni e riti sacri nelle tue pagine? Che rapporto hai con la spiritualità?
È l’Aspromonte il mio microcosmo. Da quella dimensione metafisica, non reale, derivano le mie immagini di santi che si mischiano con gli dei e che mi fanno pensare al diavolo come un buon diavolo.

Un po’ dappertutto fai comparire donne ribelli al potere, sono così anche nella realtà le donne del Sud?
Le donne che si ribellano sono persone reali, sono le tante donne che conosco. Ogni trasformazione nella società è partita da un bisogno che le donne hanno saputo interpretare. Le mie donne sono al contempo rivoluzionarie e amorevoli.

I premi letterari di casa nostra trascurano la figura dell’intellettuale militante. Viceversa, in altre parti del mondo, ad esempio in Cina, in Africa, lo scrittore si assume il compito di dare voce alle emergenze sociali. Cosa pensi al riguardo?
Sì, sono gli editori che in generale apprezzano gli scrittori con poca personalità, ricchi di argomenti intrisi di retorica e sostanzialmente banali. Sono oramai convinti che i lettori vogliano quello; le giurie dei premi naturalmente li seguono a ruota. Io confido nel loro errore, sono certo che una parte di lettori avverta la necessità di ritrovare contenuti profondi e nuovi. Per me non esiste letteratura senza etica, la pagina va intrisa di poesia ma anche di ispirazione autentica.

I LIBRI DI GIOACCHINO CRIACO



 

 

 

 
 
 
 
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