Intervista a Giordano Bruno Guerri

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Incontriamo Giordano Bruno Guerri presso la Fondazione di cui è presidente, “Il Vittoriale degli Italiani”, in quel di Gardone Riviera, ultima sontuosa dimora dello scrittore italiano Gabriele d’Annunzio. Lo spettacolo del lago di Garda in basso, delle colline gardesane in alto e, tutt’intorno, di un paesaggio che avrebbe ben donde di essere considerato patrimonio dell’umanità, rendono assai suggestivo questo incontro, più che mai sottolineato da una “italianità” che si fa architettura, paesaggio, colture, colore, solarità. Bene: un luogo, insomma, in cui è davvero difficile pensare male dell’Italia e degli italiani, che di questi luoghi sono ormai custodi involontari. Italiani di cui è difficile anche immaginare una “antistoria” segnata da egoismi, particolarismi campanilistici, disaffezione (o assenza, forse) verso il senso di comunità e di appartenenza: tratti distintivi che, al contrario, sembrano emergere pesantemente dall’ultimo libro di Guerri, nuova edizione, ampliata, aggiornata e riscritta di un saggio uscito per Mondadori nel 1997.




Il tuo Antistoria degli italiani rivela l’altra faccia degli italiani “brava gente”, e però egoisti, pavidi, voltagabbana, incuranti dei valori tradizionali e che tendono a rimuovere la storia (la loro storia): quegli italiani che, nelle fasi cruciali del Risorgimento, rifiutano di aderire alla rivolta nella Capitale perché “fuori piove”. Ma è davvero questo il genotipo dell’italiano medio?
Credo di sì, con in più tratti positivi. La tenacia nel lavoro, per esempio, e un istinto alla bellezza che è entrato a fare parte del nostro DNA.

Massimo D’Azeglio è passato alla storia anche grazie alla sua esclamazione “fatta l’Italia, bisogna fare gli Italiani”. In privato, però, contemporaneamente scriveva anche che “unirsi con i napoletani è come andare a letto con un lebbroso”: un disprezzo, del nord verso il sud dell’Italia, che ancora esiste?
Esiste, ricambiato. Più che di disprezzo, però, parlerei di reciproca insofferenza. Proprio nell’Antistoria degli italiani si vede come Nord e Sud si siano formati per quasi 1500 anni sotto culture diverse, non potevano che nascerne differenze guardinghe. Il modo in cui fu compiuta l’annessione del Sud, poi, somiglia più a un’impresa coloniale che a un moto unitario, e basta vedere cosa fu la guerra al “brigantaggio”. A questo proposito ho scritto un libro che amo molto: Il sangue del Sud. Posso aggiungere che ho sposato una barese, e ne sono felicissimo?

Un’Italia, quella di ieri come oggi, che non si riconosce nella propria unità e unitarietà o, piuttosto, Italiani maturi fino a tal punto da comprendere di essere inevitabilmente parte di un Paese che nutre la propria grandezza culturale delle mille diversità che lo compongono?
Mi sembra che l’attuale governo – con una parte politica che rappresenta palesemente gli interessi del Nord, e l’altra che altrettanto palesemente rappresenta quelli del Sud – sia la risposta più limpida a questa domanda.

A leggere il tuo libro, pare che il Risorgimento sia stato tutt’altro che la lotta di un sol popolo – fedele ai suoi valori di Patria e di libertà – per un sol suolo. Ma se questo è ‒ da sempre, fin da Romolo Augustolo – la caratteristica del ‘popolo’ italiano, allo stesso modo anche la Resistenza, allora, dovrebbe essere letta come un fenomeno quasi inesistente: o comunque, esistito in proporzioni assai ridotte rispetto a quanto la vulgata narrata dai vincitori abbia voluto far credere dai libri di storia… Che la guerra partigiana sia stata solo una narrazione ex post, magari condita di ciliegine eroiche solo per funzionare meglio nel consolidare la coscienza democratica e antifascista degli Italiani?
La Resistenza fu indubbiamente un movimento eticamente importante nella storia d’Italia. Poi, come accade ai santi, se ne è fatto un “santino”.

Veniamo a qualche nota… dolente. In sintesi – se possibile – come si potrebbe definire un’antistoria del fascismo e di questi italiani sempre pronti a cambiare la camicia da nera in casacca rossa?
L’ha già fatto Renzo De Felice, nel volume sul consenso: pur considerando che si trattava di un regime dittatoriale, dove la circolazione delle idee era inaccettabilmente limitata, la grande massa degli italiani credette entusiasticamente nel fascismo, e soprattutto in Mussolini. Poi, quando l’idolo cade, è un piacere calpestarlo per giustificare se stessi.

E gli intellettuali, in tutto ciò, che ruolo hanno avuto e che ruolo hanno ancor oggi rispetto alla possibilità di contribuire alla creazione di una identità (culturale) nazionale, unica e univoca?
Nell’Antistoria degli italiani tratto questo tema, non a caso, nel capitolo sui “cortigiani” rinascimentali. Per fortuna la situazione è migliorata negli ultimi cinque secoli, quando non si rischia la pelle per manifestare dissenso. Ciò detto, non credo sia un ruolo degli intellettuali creare identità, piuttosto l’intellettuale deve esaltare punti di vista diversi.

Nel ’68 «ringhiavi» da cane sciolto, ma senza identità partitica. Quell’anno ha cambiato la tua storia e quella degli italiani?
Il ’68 fu una rivoluzione culturale vincente, perché cambiò i modi di essere, individuali e collettivi. Per fortuna fu anche una rivoluzione politica perdente.

Ami ripetere che sì, la storia è maestra di vita… peccato che insegni ad una classe di somari! Questa classe di somari, oggi, avrà modo di imparare dalla storia per evitare rischi e cadute già avute in passato?
Solo studiando, come tutti gli studenti. Credo che il problema principale di questo paese sia il sistema scolastico, più adatto a insegnare “cosa” pensare piuttosto che insegnare “a” pensare. Antistoria degli italiani è nato proprio per combattere questa tendenza.

Domanda banale, ma necessaria ad una chiusura sorridente: come definiresti, con una definizione sintetica, il popolo italiano in prospettiva storica?
Un grande popolo, con grandissime individualità, e forse per questo incapace di formare un grande Stato.

I LIBRI DI GIORDANO BRUNO GUERRI



 

 

 

 
 
 
 
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