Intervista a Giorgio Faletti

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Incontriamo Giorgio Faletti ai margini di un vero bagno di folla, al Salone del Libro di Torino 2009, durante la presentazione dell’ennesimo romanzo di successo. Lui, con la consumata esperienza di un uomo di spettacolo, anima una discussione dai toni divertenti, riuscendo a suscitare continue risate anche quando affronta temi gravi, dolori profondi come la guerra. Un talento da affabulatore che conferma anche quando scambiamo quattro chiacchiere subito dopo l’evento, davanti a un caffè. Minchia, signor scrittore.




A che cosa allude la scelta di un titolo così “presuntuoso” come Io sono Dio?
No, guarda non pensare che si tratti dell’ennesima biografia di Silvio Berlusconi.

Allora sei tu che ti senti Dio?
Non ancora, ma ti assicuro che mi sto organizzando. Ho già provato a camminare sull’acqua e ho rischiato di morire per ben due volte… Guarda, stai battendo una pista sbagliata: il libro non contiene alcun riferimento autobiografico.

Insomma ci vuoi dire chi è il soggetto affetto da delirio di onnipotenza?
La convinzione appartiene ad un reduce dalla guerra del Vietnam. Un terrorista psicopatico che nel momento in cui compie un attentato prova la sensazione di sentirsi un Dio.

Ma non potevi allora scegliere una frase meno dissacrante?
Beh, prima di me l’ha pronunciata Roberto De Niro nel film Men of Honor - L’onore degli uomini e non mi risulta che qualcuno lo abbia scomunicato.

E come mai proprio la guerra del Vietnam?
Perché è quella che ho vissuto durante l’età della consapevolezza, quando avevo diciannove anni. Allora mi aveva molto colpito, perché non potevo fare a meno di pensare che se fossi vissuto negli Stai Uniti sarei stato tra coloro che partirono. Poi sono stato in Vietnam e osservando la popolazione ho compreso il motivo per cui gli americani non avrebbero mai potuto vincere quella guerra.

Perché rievocarne lo spettro a distanza di tanti anni?
C’è una frase di uno dei due protagonisti del romanzo – il fotoreporter – che racconta di una stele eretta in una località del Kosovo, che è stata teatro di una sanguinosa guerra del 1389 in cui l’esercito serbo fu interamente distrutto dai Romani. Ebbene, a distanza di seicento anni quel monumento sopravvive come una perenne maledizione contro i nemici dei Serbi. Figurati se sessant’anni possono essere bastati a cancellare il ricordo di quella del Vietnam.

Quanto tempo hai impiegato per scrivere il romanzo?
La stesura mi ha coinvolto per due anni. E quando sono arrivato al termine ho provato un senso di vuoto. Proprio come quando ti separi da un caro amico.

Ti sei mai identificato con i tuoi personaggi?
A ogni protagonista dei miei romanzi appartiene qualcosa di me. E qualcosa di loro vorrei chi mi appartenesse. Per esempio in Io sono Dio invidio al fotoreporter di essere figlio di una famiglia di Boston molto ricca.

Dunque possiamo dire che si tratta di un thriller atipico?
Sì, esatto. Questo è un romanzo il cui schema non è assolutamente riconducibile a nessuno dei miei libri precedenti. Dopo l’11 settembre 2001 la realtà ha surclassato la finzione letteraria, rendendo più duro il compito dello scrittore.

Pensi di esserci riuscito?
È una storia che avvince dalla prima al’ultima pagina. Ma il verdetto lo emetteranno i lettori. Che a quanto pare sono molti.

I LIBRI DI GIORGIO FALETTI



 

 

 
 
 
 
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