Intervista a Giovanna Boursier e Gabriele Polo

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Ho conosciuto Giovanna Boursier in occasione della strage ferroviaria di Viareggio, la mia città, nel 2009. Era lì per conto di “Report” e non solo in quei terribili primi giorni, ma anche nei mesi successivi ha seguito la vicenda realizzando un reportage che fa molto pensare. Triste l’occasione del nostro primo incontro, ma quelle circostanze mi hanno permesso di incontrare una donna straordinaria, con una non comune ostinata caparbia di andare a fondo ad  ogni cosa, di non accontentarsi di quello che viene detto e di cercare i perché delle cose. Oggi per Einaudi ha pubblicato insieme a Gabriele Polo, scrittore, giornalista e ex direttore de “Il Manifesto” un libro sulla crisi nel mondo del lavoro.




Quale la difficoltà di scegliere il giusto punto di vista per raccontare il problema del lavoro?
Nel nostro caso non c’è stata una grande difficoltà perchè abbiamo deciso soprattutto di osservare e descrivere le condizioni di lavoro, dando anche la parola ai protagonisti. Dunque, se vogliamo, il problema è stato più ottenere e raccogliere i dati in un mondo dove da Fukuyama in poi si dice che il lavoro è scomparso o, in alternativa, che le condizioni sono così tanto migliorate da poter essere cancellate dalla descrizione. Ma poi alla fine tutto questo non sembra vero.
 
Da quali spinte nasce questo libro?
La spinta è stata il nostro lavoro. Facciamo giornalismo e inchiesta utilizzando due mezzi diversi ma assolutamente uguali nella ricerca dei contenuti, ed è proprio da questo che Einaudi ci ha chiesto di partire, dopo aver visto un pezzo a “Report” su Fincantieri. La cosa interessante di quell'inchiesta era che, proprio mentre nessuno parlava più di lavoro e lavoratori, il sistema produttivo che avevano visto il pezzo su Fincantieri andato in onda a “Report” emergeva in tutta la sua radicale pervasività sulla vita delle persone.


Lungo questo viaggio c’è una cosa che vi ha colpito più di altre?
La grande intensità della condizione vissuta dalle persone in carne e ossa - con i loro tentativi di resistenza o di trovare un’alternativa ai licenziamenti, alle dismissioni o alla cassa integrazione – il loro isolamento rispetto alla gran parte della comunità circostante e la scarsa considerazione delle istituzioni e dalla politica per questi problemi, al di là di generiche dichiarazioni. Che finiscono quasi sempre per diventare un’ammissione d’impotenza, più o meno voluta.


Che ruolo ha avuto l’informazione nel raccontare questa crisi?
Giornali e televisioni si sono trovati impreparati di fronte a questa crisi. Quando, tra il 2008 e il 2009, già era chiaro che i crack finanziari statunitensi avrebbero avuto pesanti ripercussioni anche in Europa, producendo la crisi economica più grave da quella del 1929, i media italiani hanno continuato a concentrare la loro attenzione sulla politica di palazzo, in particolare sugli scandali di Silvio Berlusconi. Poi, quando la crisi è esplosa e da economica e diventata dramma sociale, l’informazione ha raccontato le sue punte più drammatiche limitandosi però a “fotografarli”, usandola anche come spettacolo, ma raramente si è andati a scavare sulle ragioni profonde di questa crisi, a ricostruire le ragioni che l’hanno determinata, le specificità del “caso italiano”, in particolare la deindustrializzazione a favore della speculazione finanziaria, con le responsabilità della politica, delle imprese e anche del mondo dell’informazione e della cultura che hanno accompagnato e spesso teorizzato tutto questo.


Quali scenari possibili di qui a cinque anni? E l’Europa?
Ogni grande crisi economica e sociale produce soprattutto una selezione: una piccola parte di persone si arricchisce, molti si impoveriscono, qualche impresa occupa lo spazio di tante che scompaiono. Questo è particolarmente visibile in Europa, dove la crisi ha ridefinito il peso dei diversi paesi – soprattutto a sfavore di quelli mediterranei. In Italia i segnali indicano un periodo di stagnazione, con una crescita molto lenta, un tasso di disoccupazione destinato a stabilizzarsi oltre il 10%. A meno che non vengano completamente cambiati i vincoli di spesa imposti dai trattati europei, la Bce diventi più simile alla Federal Reserve americana e i governi avviino piani d’investimenti pubblici per l’industria, l’energia e la manutenzione di territorio e infrastrutture.


Perché la scelta di raccontare “la crisi vista dal basso”?
Perché in larga misura in questi anni è stata raccontata – quotidianamente – quella “vista dall’alto”, cioè dagli andamenti finanziari, dai tassi d’interesse, dagli spread e dalle manovre di bilanci tutti ispirati ai tagli di risorse e lavoro. Vista “dal basso” la crisi ha la voce di lavoratrici e lavoratori che cercano di resistere o di trovare un’alternativa. Ma è anche una storia, anzi le storie di territori e comunità cresciuti attorno a un’impresa o a un distretto. Storie che messe assieme costituiscono una parte importante della storia italiana, almeno dal ‘900 a oggi.


Come avete proceduto nella stesura di questa inchiesta?
Con i tre pilastri del lavoro giornalistico: l’analisi dei dati e delle fonti “istituzionali”, la testimonianza dei protagonisti, la ricerca sul campo propria dei reportage. L’intreccio di queste tre “cose” permette la costruzione di un racconto il più possibile completo, il confronto delle contraddizioni e dei punti di vista – anche dei conflitti – che convivono in una stessa realtà. È “semplice” giornalismo; ed è anche la sua versione più interessante e persino divertente.


Siamo giunti davvero a un punto di non ritorno?
Contrariamente a quanto teorizzato negli anni ’80 dai teorici del liberismo, non siamo mai alla “fine della storia”. Le grandi trasformazioni in corso cambiano il mondo, possono provocare sconcerto, dolore, disorientamento; ed è vero che non si può sperare che arrivi un momento in cui tutto torna a essere come “prima”. Ma proprio per questo bisogna studiare il cambiamento, raccontarlo nei suoi aspetti più radicali e persino più fastidiosi, dare voce a chi lo vive in prima persona. Soprattutto in un momento in cui la “crisi” più che una patologia momentanea, sembra essere la caratteristica di questa fase storica. Quanto lunga, è materia da indovini, non da giornalisti.


Quale secondo te l’aspetto più pericoloso di questo momento?
La crisi della democrazia rappresentativa. Siamo nati e cresciuti in una parte del mondo in cui le democrazie parlamentari si accompagnavano con la crescita capitalistica, in cui il destino delle persone era talmente intrecciato allo sviluppo dell’economia di mercato al punto da determinare persino la nascita o il collasso di stati e nazioni, a disastrose guerre come a floride paci. Ho l’impressione che non sia più così e che l’attuale forma di accumulazione della ricchezza non si sposi più con la democrazia rappresentativa e contenga in sé – fin dal modo in cui si lavora in una fabbrica, in un ufficio o in casa propria – un forte tasso d’autoritarismo. Da qui la crisi anche delle istituzioni e della partecipazione politica. Ed è un problema non solo italiano o europeo, si manifesta in varie forme dal continente americano alle nuove “fabbriche del mondo” indiane e cinesi, fino all’Africa o al Medio oriente, sempre in bilico tra neocolonialismo, indipendenza e speranze di nuove primavere.

Il libro di Giovanna Boursier e Gabriele Polo

 

 

 
 
 
 
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