Intervista a Giovanni De Feo

Giovanni De Feo
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Padre di creature letterarie così vivide che sembra di poterle toccare e di universi immaginari nei quali la geografia reale si fonde con quella fantastica, Giovanni De Feo è uno scrittore e sceneggiatore romano la cui immaginazione sa andare oltre. Lo abbiamo incontrato in un giorno come tanti, desiderosi di scoprire qualcosa di più sulla sua vivace e invidiabile capacità creativa e certi fin da subito che una chiacchierata con lui avrebbe dato una svolta originale ed inaspettata alla giornata.
Come è nata l'idea per il personaggio del Mangianomi e la scelta di ambientare il romanzo nel Regno di Napoli?
E' venuta dal rapporto viscerale che ho per tutti i luoghi della mia infanzia, la Campania, e in particolar modo l'Irpinia. Volevo raccontare il tipo di storia che avrei fantasticato avendo sotto gli occhi quei castagneti, quei campi coltivati a nocelle, quei paesini diroccati, quei caminetti tenebrosi che sono stati il sale della mia fantasia quando ero bambino. La scelta del Seicento è stata dettata dal tono fiabesco e dal mio vissuto, visto che Napoli e Roma sono città  barocche. Molto lo devo anche  alla visione de "Il Barone di Munchausen" di Terry Gilliam, un vero capolavoro misconosciuto: quel sapore di meraviglioso demodé mi ha guidato per tutta la stesura del romanzo. Il personaggio del Mangianomi è nato in fase di ideazione quando stavo cercando la 'bestia' perfetta che questo cacciatore avrebbe potuto seguire su quegli sfondi barocchi. Visto che le creature esistenti – e inesistenti – a mia disposizione non mi soddisfacevano, me ne sono creata una io, utilizzando più o meno consapevolmente un patchwork di letture e visioni, dal fumetto al cinema di animazione, fino alle magnifiche illustrazioni di Dorè altra importante fonte di ispirazione del racconto. 


Il fantasy non è un genere molto praticato dagli autori italiani. Come mai hai scelto di cimentarti proprio in questo genere?
Al contrario direi che il romanzo fiabesco è ben praticato da autori italiani, e da parecchio. Ho casomai qualche problema con il termine anglosassone fantasy perchè per me implica qualcosa di diverso: la creazione di un mondo secondario, o almeno parallelo, e di una quest collettiva che a quel mondo porti la salvezza. Certamente da ragazzo ho letto molti romanzi di questo genere, amo soprattutto Patricia McKillip, Gene Wolfe, Zelazny, Tanith Lee, ed Eddings. Tuttavia se avevo un libro in mente  quando ho scritto Il Mangianomi questo era Il Cavaliere Svedese di Leo Perutz, un romanziere che avrei difficoltà a definire uno "scrittore fantasy", come minimo per ragioni anagrafiche. Il Mangianomi si svolge infatti all'interno di una ambientazione pseudo-storica che assomiglia casomai agli sfondi dei romanzi di Buzzati o di Calvino, o se vogliamo alle illustrazioni Don Chisciottesche di Dorè. Soprattutto, manca completamente quella coralità  che è tipica dell'epica e della letteratura cavalleresca da cui viene il fantasy classico (la 'cerca'). Al contrario la vicenda di Magubalik narra della caduta di un singolo, un antieroe che per raggiungere ciò che più desidera baratta quello che di sè è più autentico, rischiando letteralmente di perdere la sua anima. Insomma si tratta di una sorta di patto faustiano, la leggenda di un santo brigante che man mano si tinge di implicazioni metafisiche, come nel racconto di Perutz. Detto questo, ognuno è poi libero di mettere il romanzo nello scaffale che più gli aggrada. Certo la scelta dell'humus immaginativo del romanzo non è stata fatta a tavolino. In quel periodo avevo l'esigenza di 'raccontarmi' una storia: ho scelto la forma che meglio incendiasse la mia immaginazione. Il romanzo fantastico ha infatti alle sue radici un profondo senso del mistero, e del mistero io ho bisogno in una storia perchè mi affascini abbastanza da dedicargli anni della mia vita. Quello, e la possibilità di creare immagini-emblemi che scavalchino la ragione e come sogni ad occhi aperti si stampino a fuoco nella mente, mia e del lettore.


Tu lavori anche come sceneggiatore. Quali sono, se ci sono, le differenze tra scrivere per il cinema e scrivere un romanzo?
Chi scrive per il cinema ha molte gabbie, innanzitutto strutturali (tempi e durata del film) e poi tecniche, ciò che si può e non si può far vedere sullo schermo. Infine, in Italia si hanno tutte le limitazioni del 'canone', quali temi, quali mileau è possibile raccontare e quali no. A confronto scrivere un romanzo è – e tanto più un romanzo fantastico – un'esperienza di vertiginosa libertà , nonchè di solitudine assoluta, come buttarsi in caduta libera e vedere se si aprono le ali. D'altro canto anche scrivere sceneggiature può essere liberatorio, un po' come palleggiare la stessa idea tra più menti e vedere cosa ne esce fuori. E poi c'è sempre la curiosità  di vedere come una scena sarà  in effetti 'incarnata' dal regista sullo schermo: e a volte il risultato è sorprendente.


Dal romanzo emerge l'invidiabile capacità  di Magubalik nell'addestrare qualsiasi tipo di cane. E’ possibile anche nella realtà  secondo te? Qual è il tuo rapporto con i cani e gli animali in genere?
Diciamo che la capacità di Magubalik di addestrare quei cani non è tanto una abilità  tecnica quanto una qualità di profondo ascolto. Come infatti diventerà  chiaro nel corso della vicenda la scelta dei cani è il momento più significativo del romanzo: cercandoli e addestrandoli Magubalik trova e 'ricrea' se stesso. Quindi non è tanto lui ad addestrare i cani, casomai sono loro ad arrendersi a lui. D'altro canto il cacciatore riconosce in essi i suoi pregi e (più importante ancora) i propri difetti. Il problema sarà  quando sceglierà  di sacrificarli alla propria ambizione: rinunciare a loro per guadagnarsi il suo meschino posto nel mondo.Trovo straordinario il legame che i canidi riescono a stabilire con noi. Certamente il romanzo nasce anche dall'idea che il 'padrone' del cane gli assomigli, come se l'animale portasse a galla certi lati del carattere dell'uomo, e l'uomo d'altra parte modellasse certi aspetti della personalità  dell'animale, facendone una specie di daimon domestico. Quanto al mio rapporto con gli animali è abbastanza imbarazzante. Li evito, non per indifferenza, casomai per paura di un eccessivo coinvolgimento. Senz'altro è la paura del distacco, che nel rapporto uomo-animale è inevitabile. E' una paura di cui prima o poi spero di liberami, ma è proprio l'empatia totale che provo a farmi tirare indietro. Particolarmente con i cani.


Nel sito della Salani è possibile scaricare ben 175 pagine del tuo romanzo. E’ una scelta che condividi? Quale importanza ha secondo te internet per la diffusione di un libro?
Semplice, come lettore mi piacerebbe poter sbirciare un romanzo prima di pagare. Ma 'sbirciare ' un bel po', non due pagine in piedi in libreria guardato in cagnesco dai commessi. Visto che in questo momento mi trovo dalla parte dell'autore (e in tutte le migliaia di altre da quella di lettore) ho fatto questa proposta che è stata poi approvata da Salani. Offrire un assaggio consistente mi pare onesto: chi vuole proseguire bene, altrimenti liberissimi di non comprare il libro. Difficile dire quanto pesi internet nella diffusione di un libro, ma indipendentemente dall'aspetto pubblicitario lo trovo un mondo intrigante in cui per una volta la parola scritta ha una sua rivincita, un mondo appartiene al mio tempo e che quindi voglio comprendere. Mi piacerebbe prima o poi mettere in piedi un sito che sia più di una vetrina di servizio, bensì una sorta di work in progress di inediti, letture fatte da attori professionisti, mappe, immagini ispirate ai personaggi, magari un tappeto sonoro ideale da sentire durante la lettura, e ––perché no– una colonna sonora originale. Insomma coinvolgere il lettore in un "mondo" narrativo, un po' come facevano gli antichi raccontatori nelle piazze suonando strumenti musicali e mostrando tabelle illustrate, solo in questo caso su una piazza virtuale. Vedremo cosa uscirà fuori in futuro ma penso che sarebbe un esperimento interessante.

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