Intervista a Gipi

Gipi

Autore di alcune tra le più intense graphic novel pubblicate negli ultimi anni, illustratore per le pagine della cultura de La Repubblica e detentore di una esilarante e amara striscia settimanale su Internazionale, Gianni 'Gipi' Pacinottii si presta sorridente a una chiacchierata dopo una delle sue presentazioni musicate di LMVDM. Seduti sui cubi-panchine dell'ex centro sociale Brancaleone a Roma, ripercorriamo la genesi del suo nuovo romanzo a fumetti, tra digressioni su musica e politica.




Come nasce LMVDM, questa tua storia a fumetti di una vita "disegnata male"?

È stato un giorno in cui ero a Parigi in casa, e c’era la mia fidanzata francese del tempo che aveva invitato sua madre e io mi sono ritrovato in una situazione strana, in cui ero con questa fidanzata con cui mi sarei lasciato prestissimo e una protosuocera “fallita”, nel senso che non sarebbe mai diventata suocera. Tutto era storto, nulla era come avrei voluto che fosse. Mi misi al tavolino per isolarmi e scrissi la prima pagina del libro. In realtà, tanti anni prima, avevo ritrovato un blocco di carta strano, in cui avevo scritto “la mia vita disegnata male”, a penna. Avevo idea di riempirlo di disegni fatti di getto, raccontando le robe più urgenti e intime che avevo. Poi l’ho dimenticato, l’ho ritrovato dopo cinque anni. Era il momento giusto, avevo un po’ di nodi alla gola, avevo passato due anni assurdi in cui avevo lasciato l’Italia, avevo avuto tremila malanni, casini sentimentali infiniti, e mi chiedevo perché avessi combinato tutti ‘sti guai. Così ho iniziato a raccontare per vedere se riuscivo a trovare un motivo. I libri li faccio sempre per quello: per cercare di capire qualcosa della mia vita che non capisco normalmente.

 

E pensi di esserci riuscito?

Ho individuato alcune cause. Però quello è solo il primo passo. Se questo avrà un effetto reale sulla mia esistenza è da vedere. Non lo so ancora.

 

Com’è il tuo studio, il luogo dove lavori?

"Il mio studio" è una parolona. Io ora non ho neanche una casa praticamente. Vivo un po’ a Pisa, un po’ a Roma, un po’ a Parigi. Non ho mai una settimana intera davanti per stare in un posto. Quindi, il mio studio è una stanzetta buia, umida e fredda a Pisa, la condivisione di un tavolino della mia fidanzata a Roma, un tavolino con due “caprette” a Parigi.

 

Il fatto che tu sia andato a vivere a Parigi ha qualcosa a che fare con l’atmosfera che si respira in Italia di questi tempi?

No, aveva a che fare con le donne. Sono andato per amore. Anche perché là c’erano tanti disegnatori italiani, miei amici... ma la situazione in Italia è una tragedia. Per questo ora ci torno.

 

E rispetto all’Onda, al movimento degli studenti, come ti poni?

Mah, intanto io sono vecchio, e quindi ne so poco dei giovani. Però sono andato a fare un servizio per Internazionale e sono rimasto stupito dalla chiarezza di pensiero di questi ragazzi. Mi sono piaciuti molto e penso che siamo nelle loro mani. I nostri governanti vedono a due minuti nel futuro e a due metri intorno a loro, cioè tutto quello su cui riescono a mettere le mani. Noi siamo nelle mani di questi ragazzi. Se non saranno in grado di crescere e fortificarsi e costruire qualcosa, io vecchio sarò nella merda.

 

Evoluzione/involuzione delle tecniche. Dall’olio di Esterno notte all’acquarello, per arrivare a LMVDM...

La questione è... che divento sempre più nevrotico e riesco a stare sempre meno sulla scena, cioè sul disegno singolo. E poi ogni storia ha delle esigenze proprie di tecnica. Anche le esigenze mie cambiano. Le esigenze mie sono sempre più verso il flusso. Ormai mi eccito sessualmente solo col ritmo. Non mi eccito più con l’immagine singola. Quindi per avere il ritmo più fluido possibile, ho fatto questa de-evoluzione dei disegni, che per me, per il mio gusto personale, è comunque un’evoluzione. Però è un’evoluzione in sottrazione, sempre a levare. Che poi mi da questa sensazione di flusso scorrevole che mi fa stare bene. Però non escludo che con altre storie e altri temi il disegno cambi e ridiventi elaborato e pesante. Si vedrà.

 

Quando disegni le tue storie pensi ai lettori potenziali, pensi al tuo pubblico?

Ci penso tutte le volte in cui non riesco a fare niente. Tipo: vinci un premio grosso oppure un libro va bene, ricevi tanti complimenti, vai a lavorare al fumetto successivo... nel mio caso io non riesco a fare niente. E allora ho un momento completamente punk, in cui dentro di me mando a fare in culo il mondo. Cioè, se il mio editore desidera che io faccia una graphic novel curata, con una trama solida e dei personaggi ben definiti, devo arrivare al punto in cui dico “Sai che c’è, andate tutti affanculo”, per ritrovare lo spirito originario di rottura con me stesso, con le mie convinzioni anche. E la libertà. Che è l’unica cosa che mi fa godere a fare questo lavoro. Quindi la libertà vuol dire che mi devo dimenticare di tutto il resto, cioè che sarà stampato, che qualcuno lo leggerà. E questo ha effetti anche pericolosissimi come ritrovarsi a parlare del proprio pisello in un libro che poi va in mano a tutti o parlare dell’eroina in un libro che andrà in mano alla mia mamma. Capito? Però il fatto è che quando vado a lavorare sono in quella condizione di rottura, se no non faccio niente, ormai lo so.

 

Forse per questo che quando si leggono le tue storie ci si commuove anche...

Può essere, perché io mi do in pasto. Secondo me, uno più che commuoversi si sazia, cioè magna proprio, magna un altro essere umano. Come i cannibali, mangi il cuore e forse ti fa effetto.

 

Lo sai che “sfrush” sta diventando un tormentone?

Già, mi arrivano tante lettere con su scritto "sfrush". E io invece ho piacere a leggere le argomentazioni. Uno legge il libro poi ti dice “guarda questo e quest’altro” e invece arrivano sfrush, sfrush. E vabbè, me la sono cercata.

 

La parte 'scritta' delle tue opere mi piace particolarmente. Hai in mente di scrivere un libro di racconti o un romanzo in futuro?

Più o meno l'idea ce l’ho da sempre. La Rizzoli mi ha fatto una proposta per fare un romanzo scritto. Io ce l’avevo già, ero a tre quarti della scrittura. Quindi dissi “Ah che bellezza, sì certo”, già mi immaginavo ricco, ricchissimo, come non sarò mai con i libri con i disegni dentro. E poi la notte stessa mi sognai che andavo in libreria, era uscito il mio romanzo, lo aprivo ed era tutto grigio, era fatto solo di parole scritte e io stavo malissimo. E ho smesso di scriverlo.

 

Le strisce per Internazionale: come ti trovi, ti piace farle?

Adoro quel giornale. Mi da un senso di fratellanza, mi leva la solitudine, mi da speranza, mi da l’idea che sia possibile fare le cose fatte bene. Per me è un onore stare lì sopra. E poi fa bene anche allo spirito avere un canale diretto di sfogo e di indignazione, anche di presa per il culo, in diretta: mando le strisce il mercoledì ed escono due giorni dopo. Son contento che ci sia, molto.

I fumetti di Gipi

 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER