Intervista a Giulio Mozzi

Giulio Mozzi
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Lo sguardo penetrante con cui appare in alcune fotografie sembra trapassarti attraverso la carta. Allo stesso modo ti entra dentro con la sua prosa, che scava come un succhiello nei sentimenti e negli stati d’animo. Di Giulio Mozzi è stato ripubblicato di recente Il male naturale, una raccolta che a suo tempo suscitò scalpore per uno dei racconti contenuti, in cui veniva affrontato in modo esplicito il tema della pedofilia. Dopo esser stato introvabile per un pezzo, ora il volume è nuovamente sugli scaffali delle librerie, ed è questo caso letterario ad offrirci lo spunto per rivolgere alcune domande all’autore.
A tredici anni dalla prima edizione non c’è più eco delle polemiche che Il male naturale suscitò alla sua uscita. La critica è più matura (o meno ottusa)?
A far casino, allora, fu un onorevole leghista. Mica i critici. È vero (e non c’entra niente con le polemiche) che allora Il male naturale fu recensito poco dai critici, e per lo più negativamente; mentre oggi è stato recensito un po’ di più (sempre dai critici, intendo), ma assai positivamente. Alcuni critici, nei tredici anni trascorsi, sono morti. Altri, che allora avevano ventisette anni, ne hanno quaranta.


Se dovessi riscriverlo adesso, cambieresti qualcosa?
Il problema non si pone, perché nessuno mi chiede di riscriverlo adesso; né a me verrebbe in mente di farlo. Fu un lavoro, allora, duro e difficile; della cui bontà sono ancora molto dubbioso.


Definire il male come naturale, connaturato al nostro essere e alla nostra corporeità, in teoria dovrebbe escludere la colpa. Eppure è innegabile che i tuoi personaggi siano oppressi da un costante senso di disagio, di malessere, di peccato.
Questo è il loro problema, infatti. Non vedono la vera natura del male.


Questo male è anche vuoto di Dio, o paura della sua assenza?
Né questo né quello, per quanto mi riguarda. Questo e quello, per quanto riguarda i personaggi dei racconti.


Una curiosità: Il male naturale si chiude con la citazione del brano di Neil Young “Hey hey, my my, rock’n roll will never die”. Anche Kurt Cobain ne riporta una frase nella sua lettera di suicidio (“It's better to burn out than to fade away”). Perché hai scelto proprio quella canzone?
La domanda suggerisce questo pensiero: (a) Giulio Mozzi cita una canzone, (b) quattro anni dopo Kurt Cobain cita quella stessa canzone nella sua “lettera di suicidio”, quindi (c) c’è una relazione tra Giulio Mozzi e Kurt Kobain, e in questa relazione c’entra il suicidio. Ovviamente il fatto che la canzone in questione sia famosissima, e probabilmente citatissima a proposito e a sproposito, sembra non contare. Rifiuto questo gioco. Ho scelto quel verso di quella canzone perché diceva bene quello che volevo dire (che qualcosa non muore, e non può morire). Non so perché, Kurt Cobain, quattro anni dopo e dall’altra parte del globo, abbia citato un altro verso della stessa canzone (ma immagino: perché diceva quello che lui voleva dire).


Il tuo blog Vibrisse è molto seguito e inserendo in Google Il male naturale si trovano almeno una decina di pagine di riferimento. Internet ha cambiato il modo di fare cultura? In meglio o in peggio?
Sicuramente in peggio, visto quante pagine parlano di quel libro. Sull’argomento, comunque, c’è una vastissima bibliografia; e le opinioni sono molto discordanti. Non ho voglia di mettermi qui a pontificare o a dire ovvietà.


É stata una giovanissima casa editrice, la Laurana, a riproporre Il male naturale. Come vedi il panorama editoriale oggi in Italia?
Piuttosto assolato, in questa bella giornata di maggio.

I libri di Giulio Mozzi

 

 

 

 
 
 
 
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